BCE e Bankitalia, il governo sopra lo Stato

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Di Marco Saba, Centro Italiano Sudi Monetari, CISM.

La banca centrale non vota in Parlamento, non nomina ministri, non risponde al popolo se non in modo indiretto e formale. Eppure dispone di strumenti operativi che possono rendere impraticabile qualsiasi scelta di governo che contrasti con i suoi vincoli. Questi strumenti non agiscono con proclami politici, ma attraverso l’infrastruttura stessa della moneta: il regolamento dei pagamenti, l’accesso alle riserve, i collaterali ammessi, il mercato dei titoli di Stato, la tesoreria pubblica e i saldi interbancari.

Nell’area euro queste leve stanno in capo alla BCE e all’Eurosistema. La Banca d’Italia ne è il braccio operativo e il nodo nazionale. Per lo Stato italiano la sostanza non cambia: il potere resta fuori dal suo controllo.

Di fatto è un governo occulto. Non nel senso di riunioni segrete quotidiane, ma nel senso preciso che un’istituzione non eletta controlla le condizioni materiali senza le quali lo Stato eletto non può agire. L’interesse supremo dello Stato è essere servitore fedele dell’interesse del popolo sovrano. Quando un’architettura istituzionale impedisce allo Stato di assolvere a questo compito, quella architettura va smontata o subordinata.

1. Il monopolio della moneta di regolamento

Tutti i pagamenti interbancari si chiudono in riserve, passività della banca centrale. Se una banca non ha riserve o non può procurarsele alle condizioni fissate dall’Eurosistema, i pagamenti dei suoi clienti si bloccano o diventano proibitivi. La banca centrale è l’unica che può creare queste riserve senza limite tecnico. Questo le dà il potere di ultima istanza sul funzionamento quotidiano del sistema dei pagamenti.

La moneta che usiamo ogni giorno esiste solo perché può essere regolata in moneta di banca centrale. Il sistema bancario vive in dipendenza permanente da un’istituzione non eletta. Irrigidire l’offerta di riserve non colpisce “il governo” in astratto: colpisce il credito, la stabilità dei pagamenti e la capacità dello Stato di perseguire l’interesse del popolo.

2. Il framework dei collaterali

Per ottenere riserve le banche devono offrire collaterale idoneo secondo regole fissate dal Consiglio direttivo della BCE: titoli di Stato, covered bond, prestiti, obbligazioni societarie. Il Consiglio decide cosa è accettabile, con quale haircut e a quali condizioni, e si riserva persino di escludere singole controparti. Modificare questi parametri cambia immediatamente la capacità delle banche di finanziarsi e, di riflesso, il costo del debito pubblico e del credito all’economia. Nel 2008 la soglia minima di rating fu abbassata a BBB- con una semplice decisione: i criteri cambiano quando chi li fissa decide di cambiarli.

Non serve una dichiarazione di ostilità. Basta una “revisione tecnica” dei criteri di rischio. Nel caso italiano, trattare i titoli di Stato come collaterale meno sicuro basterebbe a mettere sotto pressione le banche e a costringere il governo a piegarsi. È una leva politica travestita da prudenza.

3. Il mercato dei titoli di Stato e i primary dealer

La banca centrale non compra di norma direttamente dal Tesoro: i Trattati (art. 123 TFUE) lo vietano. Compra sul secondario attraverso le controparti di mercato. Quando compra in modo ampio e prevedibile, sostiene i prezzi e abbassa i rendimenti. Quando si ritira o vende, i rendimenti salgono e lo spazio fiscale dello Stato si restringe in tempi rapidissimi.

I primary dealer non sono neutrali: intermediano e mascherano quello che economicamente è un assorbimento di debito pubblico da parte della banca centrale. La presenza o l’assenza di questo acquirente di ultima istanza decide se una politica del governo eletto è finanziariamente sostenibile o no. Lo Stato resta esposto a una disciplina che non ha scelto e che non può revocare.

4. Il “divorzio” e la Tesoreria di Stato sempre in mano alla Banca

Nel 1981 il “divorzio” pose fine all’obbligo formale della Banca d’Italia di comprare i titoli invenduti. Fu presentato come indipendenza e disciplina. Nella pratica la banca centrale è rimasta la banca dello Stato: il conto di tesoreria è presso di essa, i flussi di cassa pubblici transitano dai SUOI conti, la gestione operativa della liquidità del settore pubblico passa da essa.

Il divorzio ha eliminato l’obbligo di finanziamento automatico e ha lasciato intatta la dipendenza strutturale. Dal 1993 la legge vieta ogni anticipazione al Tesoro e impedisce al conto di tesoreria di andare a debito. Lo Stato non può più ordinare alla banca di comprare i propri titoli, e non può nemmeno scoprire il proprio conto: la sua cassa funziona solo se prima è stata finanziata sul mercato. L’indipendenza protegge la banca; lo Stato resta nudo.

Sugli effetti del divorzio il dibattito è aperto. Per i critici, da quel momento il debito pubblico è cresciuto in modo esplosivo, perché lo Stato ha dovuto finanziarsi a tassi di mercato. Per i difensori, la separazione fu decisa dallo stesso ministro del Tesoro, Andreatta, con la lettera a Ciampi del 12 febbraio 1981, in una fase di inflazione intorno al 20%, e contribuì a riportarla verso il 5% negli anni seguenti. Altri, come Giampaolo Galli, contestano le letture sovraniste secondo cui il divorzio sarebbe all’origine dei problemi italiani. Ma il punto qui è un altro: quale che sia il giudizio su quella scelta, essa ha consolidato un assetto in cui lo Stato risponde a condizioni che non fissa e non può modificare da solo.

5. T2 (ex TARGET2) e i saldi dell’Eurosistema

I pagamenti transfrontalieri generano saldi nel sistema di regolamento dell’Eurosistema, oggi T2. L’Italia ha una posizione debitoria ampia verso l’Eurosistema: secondo gli ultimi dati riportati a luglio 2026 circa 358,6 miliardi, il secondo saldo negativo dell’area dopo la Spagna, anche se in forte calo rispetto al picco di quasi 715 miliardi del settembre 2022. Questi saldi sono passività della Banca d’Italia. Non sono un prestito bilaterale tra Stati, ma finché si resta nell’euro restano contabilità interna. In caso di tensione o di uscita diventano un terreno di conflitto immediato: continuità dei pagamenti, redenominazione, fuga di capitali, trattamento dei saldi.

T2 è una catena tecnica che tiene il Paese dentro l’architettura. Il solo rischio di doverla affrontare senza accordo può bastare a disciplinare un governo. È un vincolo materiale che riduce lo spazio politico di chi mette in discussione l’appartenenza all’euro.

6. L’indipendenza come scudo asimmetrico

L’indipendenza formale protegge la banca centrale dallo Stato. Non protegge lo Stato dalla banca centrale. Un governo eletto dal popolo sovrano non controlla la moneta di regolamento, le condizioni di accesso alle riserve, il conto di tesoreria, le regole sui collaterali né le chiavi del sistema dei pagamenti.

La sovranità popolare si esprime con elezioni e leggi di bilancio. La condizione materiale perché quelle leggi siano eseguibili dipende da un’istituzione non eletta, vincolata a trattati e collocata oltre il perimetro dello Stato nazionale, che risponde formalmente al Parlamento europeo e non ai parlamenti nazionali. Quando questa istituzione usa le sue leve tecniche per rendere impraticabile una scelta del governo, sta esercitando un potere di veto di fatto sull’interesse del popolo sovrano.

7. Smontare il sistema nell’interesse del popolo sovrano

L’interesse supremo dello Stato è servire il popolo sovrano, non preservare l’indipendenza di un’istituzione che può vanificare le scelte di quel popolo. Qualsiasi riforma o uscita deve essere giudicata su questo criterio.

Restare nell’euro e riformare richiede una coalizione europea capace di cambiare trattati, mandato della BCE e divieto di finanziamento monetario. Finché questo non avviene, le leve restano in mano a un’istituzione non eletta. Ridurre la vulnerabilità nazionale (debito più interno, scadenze più lunghe, banche pubbliche più forti, piani di contingenza) può alzare il costo politico di usare quelle leve, ma non le elimina.

Uscire dall’euro e ricostruire una sovranità monetaria piena è tecnicamente possibile solo con preparazione, legittimazione democratica esplicita, legge di conversione ordinata, controlli temporanei sui capitali e una banca centrale nazionale il cui mandato sia definito dal Parlamento e subordinato all’interesse del popolo, non a un’indipendenza che la pone al di sopra di esso. Senza capacità produttiva e senza patto sociale, la sovranità monetaria si traduce in inflazione. Con preparazione e legittimazione, è l’unico modo per togliere allo Stato la condizione di nudo di fronte a un potere non eletto.

La moneta fiscale o strumenti simili possono essere un cuscinetto temporaneo, ma non sostituiscono il controllo della moneta di regolamento.

Conclusione

Il potere della banca centrale è un potere di infrastruttura che decide, in silenzio, quali politiche del governo eletto sono possibili e quali no. L’indipendenza la protegge dallo Stato; lo Stato, di fronte a essa, è nudo. Questo assetto contraddice l’interesse supremo dello Stato: essere servitore fedele del popolo sovrano.

Non è invincibile. È un’architettura storica. Può essere modificata o smontata. Ma solo se lo Stato riafferma, con atti concreti e non con retorica, che la moneta e il sistema dei pagamenti devono servire l’interesse del popolo, non subordinare il popolo alle condizioni tecniche di un’istituzione non eletta.

Fonti

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