Da Dio al Mercato: 8. L’obolo di Caronte

L’articolo esplora l’origine simbolica e culturale della moneta nell’Antica Grecia, suggerendo che essa sia nata da pratiche rituali e sacrificali piuttosto che da necessità puramente commerciali. L’autore evidenzia come il passaggio dal valore concreto del metallo al segno astratto impresso dalla polis abbia trasformato il denaro in uno strumento impersonale capace di superare persino il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questa innovazione viene descritta come una vera tecnologia cognitiva che ha reso possibile la nascita del pensiero filosofico e metafisico, abituando la mente umana a separare l’essenza ideale dall’oggetto fisico. Attraverso le tesi di studiosi come Seaford e Sohn-Rethel, il testo dimostra come l’astrazione monetaria abbia gettato le fondamenta logiche per la matematica, il diritto e le strutture del capitalismo moderno. In sintesi, la moneta non ha solo plasmato l’economia, ma ha riconfigurato radicalmente il modo in cui percepiamo la realtà.

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Da Dio al Mercato: 7. La casa degli schiavi

Il testo analizza la concezione biblica dell’Egitto come casa degli schiavi, interpretandola non solo come una condizione storica, ma come un sistema economico e cosmico caratterizzato da un debito senza fine. A differenza della Mesopotamia, dove esistevano periodiche cancellazioni dei debiti, l’antico Egitto operava su una logica redistributiva in cui l’individuo era strutturalmente sottomesso al potere divino del faraone. La teologia ebraica ha risposto a questo modello introducendo il concetto di Giubileo, stabilendo che la terra appartiene solo a Dio e che ogni obbligazione umana deve avere un limite temporale. L’autore suggerisce che il capitalismo moderno abbia ereditato la struttura egizia, trasformando l’antico debito cosmico in un debito finanziario perenne verso il mercato. In questa prospettiva, la libertà autentica risiede nella creazione di meccanismi sociali che impediscano al debito di diventare una condizione esistenziale irreversibile.

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Magnifica Humanitas: la questione sociale del XXI secolo

Il testo analizza l’enciclica Magnifica Humanitas del 2026, in cui Papa Leone XIV affronta l’intelligenza artificiale non come un mero progresso tecnico, ma come una questione sociale e morale di portata storica. Il documento paragona il moderno capitalismo digitale alla torre di Babele, denunciando la concentrazione del potere tecnologico, lo sfruttamento del lavoro invisibile e le derive del transumanesimo. Parallelamente, viene descritto il contrasto ideologico con figure come Peter Thiel, che interpretano la tecnologia attraverso una teologia politica opposta, vedendo nella regolamentazione un ostacolo alla libertà. L’autore evidenzia come il terreno di scontro si sia spostato su un piano cosmologico, dove la Chiesa propone un disarmo digitale per restituire l’algoritmo alla pluralità umana. In definitiva, la fonte suggerisce che la sfida odierna non riguardi la bontà della tecnologia, ma la visione del mondo che la genera e la governa.

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Da Dio al Mercato: 5. I tre ordini del mondo

Il testo analizza la teoria della tripartizione indoeuropea di Georges Dumézil, la quale identifica una struttura sociale e religiosa fondata su tre funzioni gerarchiche: il sacro, la forza militare e la produzione economica. Attraverso miti antichi e tradizioni di popoli come Sciti, Celti e Germani, l’autore illustra come la ricchezza fosse originariamente subordinata ai valori spirituali e guerrieri. Questa organizzazione si rifletteva persino nel pantheon divino, dove ogni divinità incarnava uno specifico ruolo sociale e cosmico. Il saggio evidenzia come la modernità capitalistica abbia operato un radicale capovolgimento di questo ordine, elevando il profitto da semplice strumento a principio dominante della società. In questa prospettiva, l’epoca attuale viene interpretata come una fase in cui le logiche di mercato hanno assorbito e trasformato le antiche funzioni del diritto e della difesa.

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Geopolitica e geografia sacra

Al Nord ricco si opporrà non il “Sud povero”, bensì il “Nord povero”. Il Nord povero è l’ideale sacro del ritorno alle fonti nordiche della civiltà. Tale Nord è “povero” perché si fonda sull’ascetismo totale, sulla devozione radicale ai valori più elevati della Tradizione, sull’odio totale verso il materiale a favore dello spirituale. Il “Nord povero” esiste (in senso geografico) in Russia, che, essendo sostanzialmente il “Secondo Mondo”, ha resistito sociopoliticamente all’adozione della civiltà globalista nelle sue forme più “progressive” fino al momento presente.

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