Da Dio al Mercato: 2. La parola libertà

di Alessandro Freddi

(segue: 1: Il tempo di Dio)

Nel primo episodio di questa serie abbiamo visto come il tempo medievale appartenesse a Dio, e come venderlo fosse un sacrilegio. Ma prima ancora che il tempo diventasse merce, c’era un problema più antico e più materiale: il debito. E le civiltà che lo avevano affrontato tremila anni prima del capitalismo avevano trovato una risposta che noi abbiamo rimosso dalla memoria collettiva con una precisione che non sembra casuale.

La prima parola per libertà

Nel 2350 avanti Cristo, il re di Lagash Urukagina incise su pietra la prima parola per “libertà” mai attestata in una lingua scritta. La parola era amar-gi: letteralmente, “ritorno alla madre”. Non designava la libertà del guerriero, né la sovranità del principe. Designava la liberazione dalla schiavitù da debito. Il contadino che tornava a casa. Il figlio sciolto dal vincolo che lo teneva al servizio del creditore.

Che la prima parola per libertà nella storia dell’umanità fosse la cancellazione di un debito dice qualcosa di fondamentale sul mondo in cui era nata. E dice qualcosa di altrettanto fondamentale sul mondo in cui viviamo noi, in cui quella cancellazione non esiste più.

I Sumeri: il credito con il reset

L’economia sumera era il sistema creditizio più sofisticato che la storia ricordi. I grandi templi di Ur e Lagash non erano solo luoghi di culto: erano istituzioni finanziarie con registri contabili di straordinaria precisione, tassi di interesse standardizzati, prestiti commerciali e personali. La scrittura cuneiforme stessa ( la prima scrittura della storia ) nacque per registrare queste transazioni.

Il meccanismo del debito produceva gli effetti prevedibili: il contadino che subiva un cattivo raccolto si indebitava, cedeva prima gli animali e le sementi, poi i campi, poi i figli. I debiti crescevano in modo esponenziale — gli scribi babilonesi erano istruiti sul principio dell’interesse composto — mentre la capacità dell’economia rurale di ripagare restava quella che era.

Ma i re sumeri avevano una risposta: il clean slate (la lavagna pulita). All’inizio del regno, e periodicamente nel corso di esso, il re proclamava la cancellazione di tutti i debiti personali. Non era generosità, era manutenzione del potere e del cosmo. Il re sumero era il rappresentante degli dèi cosmici. La cancellazione dei debiti era un atto cosmologico: rimetteva le cose al loro posto originale, ristabiliva l’ordine perturbato dall’accumulo incontrollato. Il tempo sumero era ciclico, e il clean slate (la lavagna pulita)era la forma economica di quel ritmo cosmico.

Il capitalismo non poteva nascere qui. Non perché mancasse il credito. Ma perché il debito aveva un limite incorporato nella struttura stessa del cosmo.

Il Giubileo: quando Dio cancella i debiti

Israele eredita questa logica e la radicalizza. Il Levitico codifica la Legge del Giubileo: ogni sette anni i debiti vengono condonati, ogni cinquant’anni le terre cedute tornano ai proprietari originali. Il termine ebraico per quella liberazione ( deror ) è il cognato esatto dell’accadico andurārum: stessa radice, stesso meccanismo. Ma con una differenza decisiva: il Giubileo non è l’atto discrezionale di un re. È un comandamento divino automatico. Il fondamento è enunciato senza equivoci: “la terra è mia e voi siete forestieri e ospiti presso di me”. Il debito permanente è un furto, non ai danni del debitore, ma ai danni di Dio.

Il profeta Amos, nell’VIII secolo, formula l’accusa con una forza che attraversa tremila anni: “hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali”. Il debitore ridotto in schiavitù non è solo una vittima sociale: è la prova che Israele ha tradito il patto cosmico. Il debito ha smesso di essere una relazione contrattuale tra privati. È diventato il termometro della giustizia divina.

C’è però un confine che Benjamin Nelson ha identificato come il nodo centrale di tutta questa storia. Il Deuteronomio lo traccia con precisione chirurgica: l’usura è vietata verso il fratello ( il membro della stessa comunità ), ed è espressamente permessa verso lo straniero. La redenzione era tribale. Il Giubileo salvava i fratelli. Per gli stranieri il debito poteva essere permanente.

I Greci: la critica senza reset

I Greci videro il problema con una lucidità filosofica che nessuna civiltà precedente aveva raggiunto, e non trovarono nessuna soluzione.

Nel primo libro della Politica, Aristotele formula una distinzione che la storia del pensiero economico non ha smesso di citare: da un lato l’oikonomia ( la gestione della casa, l’arte di procurarsi ciò che è necessario per vivere bene). Dall’altro la crematistica (l’arte di accumulare ricchezza in quanto tale). La prima è naturale. La seconda è contro natura, perché trasforma il denaro (uno strumento di scambio) in un fine autonomo.

Aristotele chiama l’interesse tokos: il termine greco per “figlio”, per “prole”. Il denaro è sterile per natura: non può partorire. Chi pretende che generi denaro viola l’ordine del cosmo. È una critica tecnicamente acuta: Aristotele ha visto che l’accumulazione illimitata non ha un limite naturale come il soddisfacimento dei bisogni. Non si può mangiare più di quanto si abbia fame. Ma si può sempre volere più denaro.

Eppure questa critica, per quanto potente, non produce nessun meccanismo di reset. Non c’è un Giubileo greco. Non c’è un clean slate. Solone, nel 594 avanti Cristo, aveva proclamato la seisachtheia (la cancellazione dei debiti ipotecari) come atto fondativo eccezionale e irripetibile. Dopo di lui, nulla. La risposta greca alla crisi del debito senza reset non fu un meccanismo istituzionale: fu l’espansione militare. Colonie, conquiste, schiavitù di guerra: una fonte esterna di risorse che permetteva all’economia interna di respirare senza toccare la struttura del credito. Finché ci fu terra da distribuire, il sistema resse.

Moses Finley ha mostrato che i Greci non avevano nemmeno una parola per “economia” nel senso moderno — l’oikonomia era la gestione della casa, non un sistema autonomo con leggi proprie. E il tempo greco era ciclico, privo di escatologia. Non c’era un Giudizio finale che avrebbe regolato tutti i conti. In questo cosmo, l’accumulazione illimitata non aveva senso non solo come ideale morale, ma come progetto temporale: dove andresti ad accumulare senza fine se il tempo non va da nessuna parte?

Roma: il soggetto senza reset

Roma compì il passo che la Grecia non aveva osato: quasi-universalizzò il soggetto giuridico. Gaio, nelle sue Institutiones, formula la distinzione tra il ius civile (il diritto del cittadino romano) e il ius gentium (il diritto comune a tutti gli uomini fondato sulla ragione naturale). L’obligatio (il vincolo del debito contrattuale) appartiene al ius gentium: vale per tutti, ovunque, indipendentemente dalla cittadinanza. La frontiera deuteronomica tra fratello e straniero era formalmente dissolta.

Ma l’obligatio romana non aveva un orizzonte di reset. Il debito era permanente finché non veniva saldato. I risultati furono quelli che Plutarco descrive nella Vita di Tiberio Gracco: “gli animali selvaggi che vivono in Italia hanno ciascuno una tana, mentre coloro che combattono e muoiono per l’Italia non hanno nient’altro che l’aria e la luce”. L’accumulazione del debito senza reset aveva devastato il ceto contadino italiano esattamente come aveva devastato quello sumero. La differenza era che Roma non aveva la lavagna pulita. E la riforma agraria di Tiberio fu sepolta con lui.

La conclusione arrivò nel 212 dopo Cristo, quando Caracalla estese la cittadinanza romana a quasi tutti gli abitanti liberi dell’impero. La più grande universalizzazione del soggetto che la storia antica avesse mai prodotto. Ma Cassio Dione, contemporaneo di Caracalla, commenta senza pietà: lo aveva fatto “apparentemente per onorarli ma di fatto per ricavarne maggiori entrate”. La più grande universalizzazione del soggetto antico non fu un atto filosofico. Fu un atto fiscale. Il soggetto romano era un contribuente, non un’anima. Mancava ancora la dimensione cosmologica che avrebbe dato al vincolo contrattuale il suo peso eterno.

La mossa che cambiò tutto

Sumer aveva il credito e il reset cosmologico. Israele aveva il Giubileo e il debito come peccato cosmico. I Greci avevano la critica filosofica più acuta dell’accumulazione, senza alcun meccanismo per fermarla. Roma aveva il soggetto giuridico universale e il vincolo permanente, senza l’anima: il contratto esiste in un vuoto morale.

Il Cristianesimo medievale compì la sintesi — e aggiunse la mossa che nessuno aveva ancora osato: spostò il reset fuori dalla storia terrena. La vera cancellazione del debito sarebbe avvenuta al Giudizio finale. Nel frattempo, e il “frattempo” era l’intera vita umana, i debiti dovevano essere pagati. Non c’era nessuna lavagna da pulire. C’era solo il debito, che cresceva.

Walter Benjamin, nel frammento del 1921, aveva visto questa continuità con un’acutezza che poca altra saggistica ha eguagliato: il capitalismo non ha distrutto la struttura religiosa del debito. L’ha ereditata, l’ha secolarizzata, e ha tolto la valvola di sfogo. Ha conservato la colpa (il debito come condizione permanente dell’esistenza) e ha eliminato la redenzione periodica che tutte le civiltà precedenti avevano considerato una necessità cosmologica.

La prima parola per libertà era amar-gi : ritorno alla madre, cancellazione del debito. La libertà capitalista è un’altra cosa: è la libertà del creditore di non vedere i suoi crediti cancellati.

E noi, gli eredi di quel sistema, non abbiamo nemmeno una parola per dire quello che abbiamo perso.
(segue)

Bibliografia

Benjamin, WalterCapitalismo come religione, in Opere complete, vol. VI, Einaudi, Torino 2004.

Graeber, DavidDebito. I primi 5000 anni, Il Saggiatore, Milano 2012.

Hudson, Michael…and forgive them their debts, ISLET-Verlag, Dresden 2018.

Nelson, Benjamin N.The Idea of Usury, University of Chicago Press, Chicago 1969.

Polanyi, KarlLa grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.

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