Internet è (già) il metaverso

di Alessandro Freddi

Sui social circolano da mesi video di questo tipo: un anziano sale sul palco di un talent show, canta con voce spezzata, il pubblico piange, i giudici rimangono senza parole. I titoli urlano “heartbreaking”, “judges in tears”, “dad walks out crying”. Milioni di visualizzazioni, commenti strazianti, condivisioni a valanga. Spesso, a leggere bene le descrizioni, si scopre che il cantante non esiste. La voce è sintetica. Il testo è stato scritto da un algoritmo. Le immagini del pubblico commosso sono generate o assemblate artificialmente.

Non si tratta di casi isolati. A fine 2025, gli influencer interamente generati dall’intelligenza artificiale — personalità virtuali con caption scritte da modelli linguistici e contenuti video generati — totalizzavano complessivamente oltre 18 milioni di follower su Instagram, TikTok e YouTube.1 Lil Miquela, tra i casi più documentati, ha costruito una fanbase di oltre 2,5 milioni di follower su Instagram e ha collaborato con brand come BMW e Prada — senza mai essere esistita fisicamente.2

La commozione di chi guarda quei video, però, è reale. E questo non è un dettaglio secondario. È il punto di partenza.

Benvenuti in quello che, forse impropriamente, continuiamo a chiamare “metaverso”.

Il metaverso non è quello che ci avevano venduto

Nel 2021 Mark Zuckerberg ribattezzò Facebook in Meta e annunciò la prossima frontiera dell’umanità: un ambiente immersivo, tridimensionale, accessibile tramite visori, popolato da avatar, dove avremmo lavorato, socializzato e vissuto una vita parallela.

Sappiamo com’è andata. La divisione Reality Labs, responsabile dello sviluppo VR e metaverso, ha accumulato perdite operative superiori agli 80 miliardi di dollari dal 2020. Horizon Worlds — la piattaforma cardine di quella visione — è stata prima ridimensionata e poi di fatto chiusa per i dispositivi Quest. A contribuire al disastro, secondo gli analisti, sono stati l’alto costo dei visori, l’immaturità della tecnologia, e infine l’arrivo di ChatGPT, che ha convinto Zuckerberg a dirottare capitali e risorse sull’intelligenza artificiale, abbandonando al suo destino il suo stesso progetto.3

Ma il problema di fondo non era tecnico né finanziario. Era concettuale. Zuckerberg aveva immaginato il metaverso come un luogo da costruire: un’architettura parallela da erigere mattone dopo mattone. Ha sbagliato metafora. Il metaverso — almeno nella sua accezione sociale, emotiva, relazionale — non è un posto. È un processo già in atto da trent’anni, e si chiama internet.

Siamo già dentro (o quasi)

È necessaria una precisazione. Il metaverso nel senso tecnico-industriale implica immersione, continuità spazio-temporale, interoperabilità di identità e beni tra piattaforme diverse. Internet oggi è frammentato, disomogeneo, prevalentemente non immersivo. Sarebbe impreciso sostenere che siano la stessa cosa.

Ma sostenere che internet sia una proto-forma di metaverso sociale è qualcosa di diverso, e di più difendibile.

Pensate a cosa accade online ogni giorno. Si mantengono relazioni significative con persone che non si vedono fisicamente per mesi. Si costruisce un’identità pubblica attraverso profili, post, video. Si partecipa a comunità che hanno rituali, gerarchie, memorie collettive e conflitti interni — esattamente come una società reale. Si provano emozioni intense davanti a contenuti digitali: gioia, rabbia, commozione, indignazione.

Queste esperienze non sono una preparazione a qualcosa d’altro. Sono già una forma di vita sociale mediata. Internet, più che un semplice strumento, è diventato uno spazio in cui accadono cose reali — anche se non materiali.

Il ruolo dei simulacri

Il filosofo francese Jean Baudrillard, nel suo trattato Simulacri e simulazione del 1981, descriveva una società in cui i segni e le rappresentazioni non si limitano a imitare la realtà, ma la sostituiscono producendo effetti autonomi.

«Il simulacro non si basa su una realtà né nasconde una realtà» — funziona come il reale agli occhi di chi lo sperimenta.Jean Baudrillard, Simulacres et Simulation, 1981 4

Quell’intuizione diventa oggi concretamente verificabile. Il nostro sistema emotivo risponde a segnali — espressioni, narrazioni, voci che tremano, storie di perdita — indipendentemente dalla loro origine. Quando ci commuoviamo davanti a un film, sappiamo che è finzione. Eppure l’emozione è autentica. Le neuroscienze confermano che il cervello non distingue in modo affidabile tra stimoli reali e stimoli altamente verosimili: l’empatia si attiva davanti a pattern, non a certificati di autenticità.

L’intelligenza artificiale generativa ha imparato a padroneggiare quei pattern con crescente precisione. Conosce la struttura narrativa del talent show — l’underdog (=il debole che sorprende, il concorrente improbabile), la rivelazione, le lacrime, il trionfo. Conosce le progressioni armoniche che inducono malinconia. Conosce i timbri vocali che segnalano fragilità. Li assembla in modo ottimale per il circuito di ricompensa emotiva dello spettatore. Il risultato non è un’imitazione dell’emozione. È l’emozione stessa, prodotta industrialmente.

Uno spazio non neutrale

Lo spazio digitale in cui viviamo non è spontaneo. È progettato. E gli obiettivi di quella progettazione non sono necessariamente allineati con il nostro benessere.

Le piattaforme che organizzano questo spazio — Meta, TikTok, YouTube, X — ottimizzano i loro sistemi di raccomandazione per massimizzare il coinvolgimento, prolungare il tempo di permanenza e raccogliere dati comportamentali. In questo contesto, i contenuti emotivamente intensi vengono sistematicamente favoriti, indipendentemente dalla loro veridicità o origine.

Le conseguenze di questa logica sono documentate. Un esperimento del Center for Countering Digital Hate ha rilevato che l’algoritmo di TikTok raccomandava rapidamente video sul suicidio e sui disturbi alimentari ad account appositamente creati per simulare profili di tredicenni.5 Una ricerca di People vs Big Tech ha mostrato come, durante le elezioni municipali francesi, i sistemi di raccomandazione di X e TikTok abbiano favorito contenuti politici radicali nei feed degli utenti di nuova iscrizione.6

La possibilità di generare contenuti sintetici emotivamente efficaci su larga scala non fa che amplificare questo meccanismo. Non si tratta di un rischio futuro. È già la struttura del presente.

La domanda che conta

Se internet funziona già come uno spazio sociale ed emotivo autonomo — se ne è la proto-forma — allora la questione non è “entrare” o “uscire”.

Non esiste un fuori neutrale: anche chi si disconnette vive in un mondo i cui equilibri informativi, politici e culturali sono ormai modellati da questo spazio.

Non esiste una posizione esterna che ti metta al riparo dagli effetti di questo spazio — ma esistono gradi di esposizione, e la consapevolezza è una forma di distanza critica anche dall’interno.

La questione è come abitarlo.

Questo implica riconoscere che le emozioni prodotte dai contenuti digitali — autentici o generati — sono reali nella loro esperienza, ma non necessariamente corrispondenti alla realtà dei fatti. Implica sviluppare la capacità di chiedersi: chi ha costruito questo contenuto? Con quali obiettivi? In quale sistema di distribuzione viene inserito?

Non si tratta di rinunciare all’emozione. La commozione, anche davanti a una storia costruita, può essere autentica e preziosa — è quello che facciamo con la narrativa da millenni. Si tratta di non subirla passivamente.

Baudrillard chiamava questo la consapevolezza del simulacro: non per non emozionarsi, ma per sapere di cosa ci si sta emozionando. Zuckerberg ha perso perché cercava di costruire una scatola, mentre le comunità umane avevano già costruito un ecosistema. Quell’ecosistema esiste. Funziona. Produce relazioni, emozioni e influenza politica reali.

La differenza non è tra reale e virtuale. È tra consapevolezza e automatismo.

Note e fonti

  1. ValueYourNetwork, “Marketing d’influenza 2026: cifre, tendenze e strumenti che contano davvero”, aprile 2026 — valueyournetwork.com
  2. Instilla, “Influencer AI generated: il nuovo volto del marketing digitale”, 2025 — instilla.it
  3. Rivista Studio, “Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta”, marzo 2026 — rivistastudio.com
  4. Jean Baudrillard, Simulacres et Simulation, Éditions Galilée, Parigi, 1981
  5. Agenda Digitale, “I danni dell’algoritmo di TikTok sugli adolescenti: i dati oltre il clamore”, 2023 — agendadigitale.eu
  6. Byte.Legali, “Algoritmi e democrazia: un nuovo studio accusa X e TikTok di amplificare i contenuti di estrema destra”, marzo 2026 — bytelegali.it

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