Fantasmi del 1991
di Giovanni Lazzaretti
Cerco di tenere la libreria divisa per categorie. Qualche giorno fa mia moglie, leggendo dei brani di Ratzinger raccolti da Vittoria Carini, ha sentito il desiderio di riprendere “Introduzione allo spirito della liturgia”. Vado a colpo sicuro nella sua categoria, e non lo trovo.
Svuoto completamente la categoria, non trovo il libro, ma in compenso trovo molta polvere.
Così faccio pulizia, poi vedo che le categorie potrebbero essere migliorate, che qualche libro può essere accantonato, e così proseguo con ripulitura & ristrutturazione.
A un certo punto “Introduzione allo spirito della liturgia” salta fuori. Ma mi trovo in mano anche un libro di 34 anni fa: Fabio Andriola “La lunga notte dell’informazione – La guerra del Golfo e i mass media tra bugie e spezzoni di verità”, edizioni Settimo Sigillo.
Non è un prodigio di pulizia grafica, sono molti i refusi, ma si legge bene e soprattutto consente di rievocare un clima che nessuna rilettura su Internet potrebbe mai riportare alla luce.
Ci restituisce, attraverso innumerevoli spezzoni di quotidiani e periodici, una cosa che ormai non esiste più: il dibattito, l’intrecciarsi di ragionamenti variegati e ancora non omologati.
IL CLIMA DEL 1990-1991
La mia storia personale l’ho già narrata altre volte.
Mi rivedo ventottenne in Consiglio Comunale, quando faccio un intervento di confronto tra l’invasione sovietica dell’Afghanistan 1979 e l’invasione statunitense di Grenada 1983(1). I distinguo che faccio sono corretti, ma l’impostazione generale è quella di un “filoamericano a prescindere”.
Il 6 novembre 1989 nasce il mio terzo figlio, il 9 novembre cade il muro di Berlino.
La mia mente semplice immagina l’inizio di un’era di pace.
Ci avevano sempre raccontato che l’apparato bellico di Stati Uniti e NATO era necessario per bilanciare il pericolo sovietico e comunista. Caduto il muro, e caduti in rapida successione i vari regimi dell’Europa dell’est, mi aspettavo un ridimensionamento delle necessità militari.
Invece tra fine dicembre 1989 e gennaio 1990 avviene una svolta concettuale con l’invasione di Panama: un atto di “polizia internazionale” che incrina il mio filoamericanismo.
La polizia è legittimata nell’uso della “violenza giusta” da un’autorità statale che la supera. Quale sarebbe l’autorità superiore che assegna agli USA il ruolo di “polizia internazionale”?
Il 2 agosto 1990 l’Iraq invade il Kuwait.
Siamo in vacanza ad Andalo con la parrocchia. Chiacchiere molte, preoccupazioni poche. Era di fatto appena terminata la guerra Iraq-Iran settembre 1980 – agosto 1988: 8 anni di guerra, 1 milione / 1 milione e mezzo di morti, e noi sostanzialmente non ci eravamo mai agitati. Gli islamici se la sbrighino tra loro.
Ma stavolta la faccenda diventa diversa.
Innanzitutto c’è una reattività insolita dell’ONU e della comunità internazionale: 2 agosto 1990, risoluzione 660 per il ritiro immediato dell’Iraq senza condizioni.
Embargo petrolifero, congelamento di beni e conti bancari iracheni, boicottaggio economico e militare dell’Iraq: un rituale oggi ben noto.
Il 6 agosto 1990 Bush ordina l’invio delle prime truppe in Arabia Saudita e quindi dal 7 agosto 1990 inizia l’operazione “Scudo nel deserto”.
“Scudo nel deserto” non sarà un’azione strettamente di guerra, ma un colossale posizionamento di truppe e mezzi che durerà fino al 16 gennaio 1991, quando partirà la vera azione di guerra, con l’operazione “Tempesta nel deserto” diretta dal generale Schwarzkopf.
Naturalmente un’azione di portata vastissima che inizia 5 giorni dopo i fatti, non è stata concepita dopo i fatti. “Scudo nel deserto” (che tra l’altro portava dei “militari infedeli” su suolo islamico, col consenso dei regnanti sauditi) era un’operazione concepita prima. “Attendeva” i fatti, non ne era la conseguenza.
A quel tempo non era ancora iniziato l’invasivo bla-bla televisivo, la diffusione di Internet era di là da venire, e i giornali cartacei contavano ancora molto.
A casa nostra avevamo l’abbonamento ad Avvenire e per un certo periodo acquistavamo anche un altro quotidiano. Inoltre lavoravo in trasferta spostandomi da ditta a ditta: pranzavo dove capitava, e leggevo il giornale che mi trovavo davanti nei bar (Repubblica, La Stampa, Corriere, Carlino, l’Unità,… anche la Gazzetta dello Sport, a dire il vero).
Dai giornali qualche spezzone di verità ancora emergeva, c’era dibattito, e il dibattito mi consentiva di maturare dei dubbi.
Il libro di Andriola, come ho detto, raccoglie innumerevoli brani tratti da giornali cartacei, e riesce quindi a farmi rivivere il clima di allora: una lenta avanzata verso la guerra, con la continua finta speranza che si potesse arrivare alla pace.
Poi cominciò anche la voce di Giovanni Paolo II a implorare di fermarsi, e i dubbi sulla legittimità di ciò che stava accadendo crebbero ulteriormente.
COME DOVEVA CONCLUDERSI L’INVASIONE DEL KUWAIT
Il Kuwait, non dobbiamo dimenticarlo, con la sua stessa esistenza è una violazione del diritto internazionale.
Parte integrante dell’Iraq, venne abilmente ritagliato dagli Inglesi per consentirsi il controllo di una larga fetta di terra petrolifera e al contempo indebolire l’Iraq togliendogli la propria area costiera.
La rivendicazione dell’Iraq sul Kuwait era continua, all’interno della Lega Araba e non solo. Continue erano anche le accuse al Kuwait di “bere” petrolio dal sottosuolo iracheno.
Dopo la guerra Iran-Iraq 1980-1988 la situazione era diventata paradossale: l’Iraq si trovava fortemente indebitato con diversi Stati, tra cui il Kuwait.
Immaginiamo la faccenda con la mente di Saddam Hussein, capo dell’Iraq: «Il Kuwait è terra nostra “rubata” dagli Inglesi. E adesso noi, oltre a non avere quella terra, ci troviamo indebitati con l’emiro del Kuwait».
Ricondotta la faccenda sui giusti binari, era evidente che la questione andava risolta tra islamici all’interno della Lega Araba. Che so, remissione dei debiti dell’Iraq, “protettorato” iracheno sul Kuwait, salvaguardando le ricchezze e il pacchiano tenore di vita dell’emiro Al Sabah.
Ma non andò così.
Perché era caduto il muro di Berlino.
I NUOVI STATI UNITI DOPO LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO
Potrei dirlo con le mie parole, ma preferisco ricopiare un brano citato nel libro di Andriola.
È un testo dello statunitense Michael Klare riportato su “Il Manifesto” il 1 agosto 1991, nel primo anniversario dell’invasione del Kuwait.
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Con la fine della guerra fredda i vertici degli Stati Uniti si sono resi conto del vuoto che si creava nella loro ragion d’essere e si sono sforzati di riempirlo. «Dobbiamo avere una targa fuori dalla porta che dice “Qui abita una superpotenza”, indipendentemente da quello che fanno i sovietici, anche se evacuano l’Europa orientale» – aveva detto il generale Colin Powell, capo delle forze statunitensi(2).
Nessuno si è lanciato in questa ricerca con più entusiasmo di George Bush. Nel suo messaggio sullo stato dell’Unione quest’anno ha sottolineato il ruolo di leadership che gli Stati Uniti hanno avuto nel conflitto con l’Iraq: «Tra tutti i paesi del mondo solo gli Stati Uniti avevano la statura morale e i mezzi materiali per esercitarlo».
Gli USA hanno così trovato la loro nuova missione globale: tenere a bada le potenze regionali del Terzo Mondo. Paesi ben armati, relativamente ricchi, con la capacità di produrre armi chimiche e nucleari. Si tratta di una strategia che il Pentagono ha definito “conflitti di media intensità”, intermedi tra i vecchi scenari di guerra totale in Europa e quelli di guerra a bassa intensità in Centroamerica.
Una strategia che sta diventando il nuovo paradigma della politica militare americana […]. Questi paesi sono fonti importanti di materie prime, a cominciare dal petrolio. Autonominandosi guardiano di questi beni preziosi, gli USA possono assumere un nuovo ruolo dominante nella politica mondiale […].
Il nuovo paradigma ha già iniziato a modificare l’organizzazione delle forze armate statunitensi e i sistemi d’arma da utilizzare […]. La strategia dei “conflitti di media intensità” significa che gli Stati Uniti dovranno mantenere un enorme sistema militare, con bilanci a livelli di guerra fredda, cancellando ogni speranza di “dividendi di pace”. Acquistare queste nuove armi e sostituire i materiali usati nel Golfo costerà centinaia di miliardi di dollari, denaro che potrebbe ridurre il deficit pubblico americano. Investire capacità tecnologiche così ingenti in nuove armi diminuisce le risorse disponibili per l’industria civile e la competitività americana.
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Il brano è tratto dall’articolo “Ma quale disarmo, gli USA si rifanno il trucco”.
Leggendolo 35 anni dopo, dobbiamo constatare che le cose descritte in embrione nel 1991 si sono oggi consolidate a livello inimmaginabile.
Ovunque nel mondo ci sia qualcosa che non garba, gli USA intervengono.
Il loro deficit/debito pubblico è esploso.
L’industria civile e la competitività americana sono a zero, tranne che per le armi e il mondo mediatico-informatico.
E le potenze regionali sono tenute a bada. Non c’è nemmeno bisogno che siano “potenze”, basta che siano Stati fastidiosi. Afghanistan, Iran, Iraq, Libia, Siria, Venezuela. E Libano e Yemen in quanto parzialmente connessi con l’Iran. Sottomissione e/o distruzione.
LA PERDITA DEL CONCETTO DI “GUERRA”
La guerra è una cosa orrenda, ma avrebbe anche delle regole.
Dovrebbe essere una cosa “tra militari” nei quali i patimenti dei civili dovrebbero essere effetti collaterali da minimizzare.
Dovrebbe anche essere una cosa tra contendenti che abbiano una qualche speranza di vittoria. (La saggezza della Chiesa mette anche il punto “Che ci siano fondate condizioni di successo” tra i parametri della “guerra giusta”).
La Guerra del Golfo 1991 stravolge questi concetti. E anche qui desidero scrivere non con parole mie, ma ricopiando, come una sorta di “reperto archeologico”, un brano riportato sul libro di Fabio Andriola.
Stavolta a parlare è Alberto Asor Rosa(3).
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Un esempio: io ho visto nel ’44 l’esercito tedesco ritirarsi dalle campagne italiane e per le strade di Roma sotto l’incalzare delle truppe alleate […]. C’erano, in quell’occasione, due che se l’erano date, e uno dei due le aveva prese: e chi le aveva prese – i migliori soldati del mondo, un tempo i vincitori di ogni battaglia, – aveva facce gravi e corrucciate, stravolte e irritate, ma non stolidamente stupefatte(5).
Il fatto è che tedeschi e americani erano uguali, avevano goduto, sia pure in tempi e modi diversi, delle medesime chances di vittoria, i perdenti di allora erano stati per essere vincitori due anni addietro e viceversa. […]
Schwarzkopf avrebbe potuto essere indifferentemente un generale della Wermacht o dell’U.S. Army: con quel nome, d’altra parte, la differenza non sarebbe stata comunque notata.
E il suo antecedente immediato sarebbe senza ombra di dubbio Rommel, la “volpe del deserto”, se Rommel, diversamente da lui, non avesse combattuto battaglie vere, correndo conseguentemente il rischio di perderle, che è il connotato necessario per costruire la fisionomia del buon soldato.
Se un soldato non può che vincere, non è un buon soldato, è un buon macellaio.
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Le statistiche sono impietose.
Wikipedia dettaglia la tabellina dei morti militari della coalizione anti Iraq: sono 179 morti in battaglia, più un altro gruppo di morti per incidenti “domestici” e per fuoco amico.
I morti militari iracheni hanno statistiche più variegate, ma nessuna scende sotto i 20.000 morti. Siamo in un rapporto di 100 a 1 (dimenticando per un attimo l’ecatombe di civili, che citerò dopo).
Questa non è guerra, è macelleria.
Schwarzkopf portò 7.000 uomini a Grenada contro un esercito di 1.500 (numeri arrotondati). Nel Golfo per la Tempesta nel Deserto portò 900.000 uomini, contro un esercito di 350.000 (anche qui numeri arrotondati: le statistiche sono variegate).
Macellò 20.000 soldati nemici (stima di minima, alcune statistiche arrivano a 200.000) non “in combattimento”, ma semplicemente per superiorità tecnologica.
LA GUERRA NON C’È STATA
Un ultimo brano dal libro di Andriola.
Stavolta è tratto da un articolo di Gabriella Bosco(5).
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Non sapremo mai cosa sarebbe successo se anche un solo iracheno avesse avuto davvero la possibilità di difendersi o un solo americano un’unica chance di essere vinto […].
Come è possibile credere a una guerra in cui i nemici non si sono mai incontrati?
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Si spiega quindi perché gli iracheni fossero “stolidamente stupefatti”, come scritto da Asor Rosa nel brano citato in precedenza.
Sconfitti, ma non si sa da cosa, visto che il nemico non l’avevano mai visto.
I CIVILI IRACHENI
Quanti civili sono morti a seguito della Guerra del Golfo?
Facciamo 1 milione e non se ne parli più.
Non sono tutti morti sotto i bombardamenti, certamente.
Sono morti sotto quel sistema complesso che ormai noi diamo per scontato: distruzione delle infrastrutture civili, distruzione delle centrali elettriche, riduzione drastica della produzione energetica, conseguente paralisi di acquedotti e fognature, embargo petrolifero, congelamento di beni e conti bancari iracheni, boicottaggio economico dell’Iraq con il blocco anche dei beni essenziali.
Carestia, malattie, esplosione della mortalità infantile, inedia, morte di un popolo. Percorso che dura per tutti gli anni ’90 e oltre, fino alla seconda guerra catastrofica del 2003.
Dobbiamo rafforzare la frase del Catechismo.
Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato. Un rischio della guerra moderna è di offrire l’occasione di commettere tali crimini a chi detiene armi scientifiche, in particolare atomiche, biologiche o chimiche.
Armi “scientifiche”, in particolare… eccetera.
Ormai sono armi scientifiche anche il soffocamento economico e finanziario di un popolo.
Del resto non sono cose solo del 1991 o di questi giorni. È il rituale che fecero gli inglesi già nel 1951 per abbattere Mossadeq in Iran.
Mossadeq nel 1951 nazionalizza la Anglo-Iranian Oil Company. E la Gran Bretagna risponde nel “solito modo”: congela i capitali iraniani nelle sue banche, attua un blocco navale a Hormuz impedendo l’esportazione di petrolio, e dispone l’embargo commerciale.
Soffocamento lento di un popolo. Così Mossadeq viene indebolito, finché l’Operazione Ajax(6) gli dà la spallata decisiva, con installazione del regime dittatoriale dello Scià.
Torno al Catechismo. Tra i parametri della “guerra giusta” c’è anche questo punto
Che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione.
È certo che il ripristino del regime dittatoriale di Al Sabah in Kuwait ha provocato danni enormemente più gravi del “diritto” che si voleva ripristinare (un finto diritto coloniale creato dai britannici).
Era comunque una questione locale, era una disputa tra regimi autoritari, era una disputa intra-islamica. Starne fuori era essenziale, avrebbero trovato tra loro una soluzione. Volerci entrare dentro ha provocato un disastro di proporzioni enormi.
IL NUOVO ORDINE MONDIALE DEL 1991 SI FONDA SU UNA “NUOVA GUERRA”
Riassumo ciò che abbiamo imparato dalla Guerra del Golfo 1991.
- L’apparato militare occidentale giustificato dalla presenza sovietica e comunista era una bufala. L’apparato militare esiste in quanto tale, e cambia di destinazione quando le condizioni storiche si modificano.
- Gli Stati Uniti hanno assunto il ruolo di “poliziotto del mondo” che nessuno ha loro dato, e che nessuno avrebbe l’autorità di dare. L’ONU o è capace di gestire un conflitto con le sue forze, o deve rinunciare. Il dare il via a una “coalizione”, fatta da Stati che hanno interessi espliciti nelle vicende, provoca disastri.
- La guerra non è più un conflitto tra eserciti, ma un conflitto tra tecnologie. Quando il tuo scopo non è la conquista di un territorio, ma la distruzione di un avversario, puoi uccidere in rapporto 100 a 1 (o di 1000 a 1 se si considerano i civili) senza rischiare nulla. Il tuo popolo guarda la guerra in TV come se fosse un videogioco, mentre mamme e bambini dell’altro popolo muoiono realmente.
- La distruzione delle infrastrutture civili, la distruzione delle fonti energetiche, l’embargo, sono armi di distruzione dei civili anche se nessun civile fosse toccato direttamente da un bombardamento. Soffocare un popolo è un crimine.
- Le conferenze stampa fatte da militari, le immense e patetiche “parate della vittoria” (che vittoria può essere quando era impossibile la sconfitta?), mostrano la più terribile delle asimmetrie: un popolo che non ha vissuto la guerra, ma l’ha solo guardata con gli occhi deformati dei media, trova in queste cose il suo anestetico (o il suo afrodisiaco, come dice uno dei brani del libro di Andriola).
- Il Nuovo Ordine Mondiale si rivela anche attraverso un particolare dimenticato: gli USA presentano il conto. Poiché «tra tutti i paesi del mondo solo gli Stati Uniti avevano la statura morale e i mezzi materiali» per ripristinare l’ordine in Kuwait, adesso gli altri devono pagare i conti. I paesi del golfo certamente, ma miliardi di dollari anche da Germania e Giappone che non mandarono un solo uomo nella coalizione.
- La guerra è business (non amo l’inglese, ma qui lo uso perché sto parlando di una cosa malvagia). Per gli USA la Guerra del Golfo è stata una fonte di reddito, calando drasticamente il deficit 1991 rispetto al 1990. Nonché l’occasione per liberarsi di armamenti obsoleti, scaricandoli sull’Iraq, e facendoli pagare alla coalizione.
Tutto questo nel 1991 era solo in embrione, era la prima “prova tecnica” del tentativo di creare un Nuovo Ordine Mondiale.
Adesso ognuno di questi punti si è dilatato, attraverso distruzioni continue.
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Fratelli e sorelle, il cuore di tutti noi è colmo di dolore per la guerra in corso nella regione del Golfo, da cui di giorno in giorno ci giungono notizie sempre più preoccupanti, per il numero di combattenti e la quantità di armi impiegate, come anche per il coinvolgimento nel conflitto di intere popolazioni civili.
Il tutto è reso ancora più angoscioso dal fatto che questo sconsolante quadro rischia di estendersi nel tempo e nello spazio, in modo tragico e con conseguenze incalcolabili(7).
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Estendersi nel tempo e nello spazio, con conseguenze incalcolabili.
Incalcolabili perché non si trattava di una singola guerra, ma della nascita di un nuovo modo di fare la guerra.
Guerra nella quale i civili non sono più effetti collaterali, ma sono l’obiettivo primario.
UN GRAZIE A FABIO ANDRIOLA
Non conosco Fabio Andriola, non ho letto niente di lui se non questo libro.
Sono 314 pagine ben fatte (piene di refusi, come già detto, ma ben fatte).
I fantasmi del 1991 mi sono tutti tornati alla mente, e spiegano tante cose dell’oggi.
L’immagine di Trump con il mitra in mano è la logica conseguenza di quei giorni lontani.
«So come va la vita, viviamo in un mondo di pazzi» ha detto Trump dopo l’attentato che ha subito.
Non posso che concordare con lui.
La sua immagine col mitra in mano fa appunto parte di questo mondo di pazzi.
Giovanni Lazzaretti
giovanni.maria.lazzaretti@gmail.com
NOTE
[1] In quei tempi si parlava spesso di politica internazionale nei consigli comunali.
[3] Capo dello Stato Maggiore Congiunto degli Stati Uniti, per la precisione. Colin Powell in questo ruolo gestì l’attacco a Panama e la Prima Guerra del Golfo. Nel 2003 invece, col ruolo di Segretario di Stato, gestì la bugia delle armi di distruzione di massa dell’Iraq e la conseguente Seconda Guerra del Golfo. Aveva quindi sulla coscienza morti nell’ordine dei 2 milioni.
[3] Alberto Asor Rosa “Fuori dall’occidente. Ovvero ragionamento sull’Apocalissi”, Einaudi 1992.
[4] Asor Rosa attribuiva la “umiliazione stupefatta” ai vinti iracheni.
[5] “Guerra del Golfo? Non c’è stata”, La Stampa, 14 giugno 1991.
[6] Le ammissioni sul ruolo della CIA nell’Operazione Ajax arrivano tardi, ma arrivano.
Curiosamente nell’Operazione Ajax era coinvolto anche il padre del generale Schwarzkopf (ripesco da Wikipedia).
[7] San Giovanni Paolo II, 2 febbraio 1991, prima della preghiera per la pace.




