Da Dio al Mercato: 4. Il banchetto e il contratto

di Alessandro Freddi

(segue: 3. Achille, kleos e Capitalismo)

Nel sesto libro dell’Odissea, Odisseo arriva alla corte dei Feaci come naufrago: fradicio, senza nome, senza rango visibile, senza niente che giustifichi un trattamento particolare. Il re Alcinoo lo accoglie, lo nutre, lo veste, organizza in suo onore giochi atletici e un banchetto con aedo. Solo dopo aver offerto tutto questo — cibo, vino, musica, doni — gli chiede chi sia.

L’ordine è l’inverso di quello che qualsiasi logica economica razionale richiederebbe. Prima si dà, poi si chiede. Prima si crea il legame, poi si stabilisce con chi.

Quella scena ha tremila anni. Eppure descrive con precisione chirurgica qualcosa che il capitalismo ha distrutto, e di cui sentiamo ancora la mancanza senza riuscire a nominarla.

Prima si dà, poi si chiede

La forma istituzionale che governa quel banchetto si chiama xenia: l’ospitalità sacra, il codice che regola i rapporti tra chi si trova al di fuori dei vincoli di clan e parentela. Nell’Odissea la xenia non è un’usanza gentile: è una struttura cosmica. Ogni tappa del viaggio di Odisseo, dalla corte di Nestore a quella di Menelao, dall’isola dei Feaci al palazzo di Itaca, è strutturata intorno alle sue norme, e la loro violazione provoca conseguenze che investono l’ordine del mondo. I Proci che consumano le risorse di Odisseo senza essere stati invitati come ospiti legittimi, i Ciclopi che mangiano gli ospiti invece di nutrirli: questi sono i grandi crimini dell’epica omerica, non l’omicidio o il furto.

Va detto subito, però, che la xenia non è universalismo morale. È un codice aristocratico tra pari, o tra chi potrebbe diventare tale. Lo straniero accolto è qualcuno con cui vale la pena intrecciare un rapporto; qualcuno che porta con sé la protezione di Zeus, ma anche un potenziale di alleanza. Il dono obbliga: crea legami, ma crea anche gerarchie, dipendenze, debiti difficili da sciogliere. In questo senso il contratto moderno non nasce solo come perdita: nasce anche come emancipazione. Come liberazione da rapporti personali permanenti che vincolano quanto proteggono.

È qui che sta la tensione vera, quella che il mondo omerico non risolve e che la modernità ha cercato di tagliare con la lama del mercato: nel mondo del dono nessuno è davvero indipendente; nel mondo del contratto nessuno è davvero legato. La modernità ha scelto la seconda strada perché temeva la prima.

Il bottino non è proprietà

Jean-Pierre Vernant, nel suo studio fondamentale Mito e pensiero presso i Greci, ha mostrato come la ricchezza nel mondo omerico non sia concepita come capitale da investire per produrre altro capitale, ma come bene da distribuire per affermare il proprio rango e tessere alleanze. L’eroe omerico accumula non per trattenere ma per dare: la generosità è una virtù cardinale, e l’avaro è un personaggio moralmente ripugnante. I tesori che i re custodiscono nei loro megara non sono riserve prudenziali per i tempi difficili: sono potenziale di dono, materia prima di relazioni sociali future. Un re ricco è un re che ha molto da dare; e dare molto è la prova del suo rango.

Questo spiega perché il conflitto tra Achille e Agamennone, quello che apre l’Iliade, sarebbe frainteso se letto come una disputa proprietaria nel senso moderno. Agamennone deve restituire Criseide al padre sacerdote di Apollo, e per risarcirsi prende Briseide, la preda di guerra di Achille. Non gli ruba un bene: gli nega pubblicamente il riconoscimento del suo valore. Il bottino non è proprietà privata: è onore visibile, è la traduzione materiale del rango e del valore guerriero. Sottrarlo è un’umiliazione cosmica, non una lesione patrimoniale.

Tutta la differenza del mondo sta in questa distinzione. Nel mondo omerico non esiste la categoria dell’oggetto alienabile, separato dal suo possessore e scambiabile sul mercato tra soggetti anonimi. Ogni cosa porta con sé la storia di chi l’ha prodotta, conquistata, ricevuta in dono. Le cose non sono neutre: sono tracce di relazioni.

Il contratto è una macchina per dimenticare

Il contratto moderno funziona esattamente all’inverso: il suo scopo non è creare legami, ma chiuderli. Nel momento in cui il prezzo viene pagato e la merce consegnata, venditore e acquirente tornano a essere due individui separati, liberi da ogni obbligo reciproco. Naturalmente, nessun mercato reale funziona senza residui di fiducia, reputazione e cooperazione non contrattuale. Ma la logica ideale dello scambio mercantile tende a neutralizzare queste relazioni, riducendo ogni transazione a un episodio isolato, senza storia e senza futuro, tra soggetti intercambiabili.

Questa anonimità non è una disfunzione: è esattamente ciò che il mercato richiede per funzionare, ed è anche ciò che lo rende straordinariamente potente. Permette a estranei completi di cooperare senza conoscersi, senza fidarsi, senza appartenere allo stesso clan. È una perdita di densità relazionale, ma anche un guadagno enorme di scalabilità sociale. Il fornaio che mi vende il pane stamattina non ha nessun obbligo verso di me domani, né io verso di lui. E proprio per questo posso comprare il pane anche da chi non conosco, in una città che non è la mia, senza che nessuno debba rispondere di niente a nessuno.

Il prezzo di questa libertà è che le cose perdono la loro storia. Nel momento in cui un oggetto entra nel mercato come merce, perde ogni traccia della relazione che l’ha prodotta. Il suo valore è il prezzo, non la sua origine. E quando le cose perdono storia, anche le persone la perdono con loro.

Il dono ha memoria

C’è una scena nell’Iliade che illustra questa logica con una precisione che nessun saggio teorico potrebbe eguagliare. Glaucos e Diomede, due guerrieri di fazioni opposte, si incontrano sul campo di battaglia. Stanno per combattere. Poi scoprono di essere ospiti ereditari: i loro avi si erano scambiati doni generazioni prima. Non combattono. Si scambiano invece le armature, sigillando un vincolo che l’ostilità militare non ha cancellato.

Non è un episodio marginale. È la dimostrazione che nel mondo omerico il dono crea legami che attraversano il tempo, le generazioni, persino la guerra. La relazione stabilita attraverso la xenia non appartiene agli individui che la contraggono: appartiene alle famiglie, ai clan, alle stirpi. Dura finché la memoria dura.

Il mercato non ha questa memoria. È, per struttura, amnesico: ogni transazione è un mondo a sé, senza prima e senza dopo. Vernant lo dice con una formula che vale la pena meditare: nel mondo omerico la ricchezza è «potenziale di relazione». Nel mondo del mercato, la relazione è un ostacolo alla transazione — una complicazione sentimentale che rischia di alterare il prezzo.

Efficiente e fragile

Cosa si perde, dunque, quando il contratto prende il posto del banchetto? Non semplicemente i legami: il capitalismo non li elimina, li sposta. Li relega alla sfera del privato e del sentimentale, mentre il mercato occupa lo spazio pubblico. Restano sempre meno spazi per obblighi non contabilizzabili: ospitalità, fedeltà, gratitudine, debito simbolico, cura.

Il punto non è che dovremmo tornare a Omero: quel mondo aveva le sue crudeltà, le sue gerarchie spietate, i suoi debiti impossibili da sciogliere. Il punto è che nessuna società sopravvive a lungo se la logica contrattuale colonizza completamente gli spazi del dono. Perché il contratto può coordinare interessi, ma fatica a produrre appartenenza. E una società senza appartenenza diventa qualcosa di preciso: efficientissima e fragile allo stesso tempo.

(segue)

Bibliografia

Omero, Iliade, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino 1990.

Omero, Odissea, traduzione di Franco Ferrari, UTET, Torino 2001.

Vernant, Jean-Pierre, Mito e pensiero presso i Greci. Studi di psicologia storica, Einaudi, Torino 1978.

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