Colonia Italia: 4. L’Italia che verrà colonizzata

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di Alessandro Freddi

(segue: 3. Imperialismo culturale)

«Fuori dalle grandi città, l’Italia del 1943 era poco cambiata rispetto all’Italia di Garibaldi e Cavour. Era ancora prevalentemente un Paese contadino, di grande bellezza naturale incontaminata, di sonnolente città di provincia, di povertà profonda e radicata, specialmente al Sud, di culture rurali e dialetti locali.»

Con queste parole Paul Ginsborg apre la sua Storia d’Italia contemporanea (1990), il riferimento storiografico più solido sul dopoguerra italiano. La citazione vale come fotografia. Prima di procedere, prima di documentare come la colonizzazione culturale anglosassone si sia esercitata su questo territorio, è necessario fermarsi qui, su questo territorio, e guardarlo. Non si misura una trasformazione senza conoscere il punto di partenza.

L’Italia in cifre: il Censimento del 1951

Il primo Censimento della Repubblica, quello del 1951, fotografa un Paese che ha appena 47,5 milioni di abitanti e strutture economiche ancora prevalentemente agricole. Secondo i dati ISTAT, nell’anno del censimento lavorano nell’agricoltura 8.261.000 persone, pari al 42,2% degli occupati totali; nell’industria 6.290.000 (il 32,1%); nei servizi e nella pubblica amministrazione 5.026.000 (il 25,7%). Meno del dieci per cento delle abitazioni dispone contemporaneamente di acqua potabile, elettricità e servizi igienici interni.

Sul piano dell’istruzione il quadro è ancora più rivelatore. Gli analfabeti sono il 12,9% della popolazione. Ma questa media nazionale nasconde un divario strutturale di proporzioni enormi. In Lombardia l’analfabetismo è al 2%, in Piemonte al 3%, in Veneto al 7%, in Emilia-Romagna all’8%. In Campania è al 23%, in Puglia al 24%, in Basilicata al 29%, in Calabria al 32%. Tra la regione più istruita e quella meno istruita il rapporto è di uno a sedici.

Al di là dell’analfabetismo, il livello di scolarizzazione complessivo è bassissimo: il 46,3% della popolazione sa leggere e scrivere ma non ha alcun titolo di studio; il 30% ha la sola licenza elementare; soltanto il 5,9% ha la licenza media, il 3,3% il diploma, l’1% la laurea. In questo Paese la scuola è un privilegio, non un’esperienza comune.

Il Nord: un mondo contadino che non si vede

Il triangolo industriale (Torino, Milano, Genova) esiste già nel 1945 ed è la principale concentrazione industriale del Paese. Ma questa realtà occupa soltanto una frazione del territorio e della popolazione settentrionali. Fuori dalle grandi città e dalle fabbriche, il Nord è qualcosa di molto diverso da come la narrativa del successivo sviluppo economico lo descriverà.

È Nuto Revelli, scrittore e ricercatore cuneese, a documentarlo con la precisione delle fonti dirette. Tra il 1971 e il 1976 raccoglie 270 testimonianze di contadini piemontesi (registrate su magnetofono, poi trascritte dal dialetto) che restituiscono l’immagine di un mondo rurale povero, isolato, strutturalmente escluso dalla modernità. Le valli del Cuneese, i paesi sulle colline delle Langhe, le borgate di montagna senza strada asfaltata né elettricità né scuole raggiungibili: non è il Sud, è il Piemonte.

Revelli è esplicito sulla valenza più ampia di questa realtà: “La storia della campagna povera del Cuneese non è un episodio marginale, non è un episodio a sé. È la storia di mezza Italia, del nord come del sud, del Veneto come della Calabria.” I contadini che testimoniano hanno vissuto senza pensioni, senza strade, senza medici, portando tutto a spalla lungo mulattiere. Alcuni scendono a valle soltanto quando la fabbrica (la Michelin, l’Italcementi) offre finalmente un salario fisso. L’esodo dalla campagna verso la fabbrica che negli anni Sessanta si trasformerà in valanga non è un fenomeno meridionale: è un fenomeno nazionale.

Ginsborg descrive le altre due Italie settentrionali: le zone della mezzadria, in Emilia-Romagna e in Toscana, dove la cultura contadina si intreccia con una forte tradizione di organizzazione politica e cooperativa; e il Veneto cattolico bianco, dove la parrocchia e la Democrazia Cristiana strutturano una società rurale con propri valori e proprie istituzioni. Tre Nord diversissimi tra loro, ma accomunati da un elemento: sono mondi chiusi, con proprie logiche interne, propri dialetti, proprie gerarchie. Non sono ancora il Paese omogeneo che la televisione commerciale degli anni Ottanta si illuderà di aver creato.

Il Sud: dove Cristo non è arrivato

“Noi non siamo cristiani. Cristo si è fermato a Eboli.” La frase che Carlo Levi mette in bocca ai contadini lucani nel suo libro del 1945 non è una lamentela: è una descrizione. “Cristiano”, nel loro linguaggio, significa “uomo”, e la frase significa che l’umanità storica, il tempo dello Stato e del progresso, si è fermata molto prima di arrivare fin là. “Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia.”

Lo Stato, per i contadini del Mezzogiorno, è “quelli di Roma”: qualcosa di lontano, estraneo, ostile. Non è un’istituzione di cui ci si sente parte: è una forza esterna che impone le tasse, porta via i figli per la guerra, manda i carabinieri. “Lo Stato, qualunque sia, sono “quelli di Roma”, e quelli di Roma, si sa, non vogliono che noi si viva da cristiani”, scrive Levi descrivendo la coscienza politica dei contadini di Gagliano.

L’antropologo Ernesto De Martino, che studia le culture popolari meridionali negli anni Cinquanta e Sessanta, rifiuta la lettura condiscendente che vede nella magia e nel rituale contadino soltanto superstizione. In Sud e magia (1959) e in La terra del rimorso (1961) mostra come queste pratiche siano sistemi coerenti per gestire la crisi, la perdita, il dolore. Il tarantismo pugliese non è isteria: è un sistema rituale di reintegrazione della persona lacerata dalla crisi. La fascinazione lucana (il malocchio) non è credenza infantile: è un sistema rituale per mantenere la propria presenza nel mondo di fronte alle forze che la minacciano. De Martino lo mostra con precisione: sono sistemi culturali autonomi, con propria logica interna. Non sono arretratezza: sono altro.

Il divario come struttura, non come eccezione

Il divario tra Nord e Sud che i dati ISTAT fotografano non è un’anomalia da correggere: è la struttura stessa del Paese. Un’Italia con il 2% di analfabeti in Lombardia e il 32% in Calabria non è un Paese che ha un problema nel Mezzogiorno: è un Paese in cui il Mezzogiorno e il Nord sono di fatto due civiltà diverse, in stadi diversi di una medesima modernizzazione che al Sud non è ancora davvero arrivata.

Ma, ed è questo il punto che Revelli rende visibile, la distanza dalla modernità non è un fenomeno esclusivamente meridionale. Nelle valli del Cuneese come nelle campagne della Basilicata, nelle borgate di montagna piemontesi come nei paesi dell’entroterra siciliano, esiste un’Italia contadina, dialettale, comunitaria, che sta per essere investita da una trasformazione senza precedenti. Le modalità sono diverse: al Nord la fabbrica è più vicina, l’esodo ha un’uscita già identificata. Al Sud manca anche quella. Ma la struttura del problema è analoga.

La vulnerabilità comune

Questa molteplicità di culture locali (le culture dei dialetti, dei riti stagionali, delle comunità chiuse, dei saperi trasmessi oralmente) è al tempo stesso la ricchezza e la fragilità strutturale del Paese. La ricchezza è reale: ogni dialetto è il deposito di secoli di esperienza, ogni sistema rituale locale è una risposta elaborata alla condizione umana, ogni cultura contadina ha una propria integrità che la modernità borghese non ha il diritto di chiamare “arretratezza”.

La fragilità deriva esattamente dalla stessa fonte. Un Paese frammentato in trecento culture locali, nessuna delle quali ha il peso e la proiezione di una cultura nazionale consolidata, non è in posizione di parità di fronte a un modello culturale che arriva con il cinema, la radio, la televisione, il Mercato. Queste culture locali sapevano resistere all’invasore militare, al padrone, all’esattore delle tasse. Non sapevano come rispondere a qualcosa che non imponeva ma seduceva: che non chiedeva obbedienza ma desiderio, che non occupava il territorio ma l’immaginazione.

La mutazione che verrà

Pier Paolo Pasolini, trent’anni dopo, avrebbe chiamato questo processo “mutazione antropologica”. Un Paese di cinquanta milioni di abitanti, scrisse nelle Lettere luterane, sta subendo la più profonda mutazione culturale della sua storia, coincidente con la sua prima vera unificazione. Non quella risorgimentale, che aveva unito i territori senza unificare le persone: ma quella prodotta dalla televisione e dal consumo, che crea finalmente “gli italiani” distruggendo le donne e gli uomini che c’erano prima.

Pasolini scriveva a trasformazione avvenuta, guardando indietro. Noi siamo al 1945, prima che tutto cominci. Il punto di partenza è questo Paese: povero nei dati, ricco nelle culture, in rapida trasformazione per ragioni interne (l’industrializzazione, le migrazioni, l’espansione della scuola pubblica) e al tempo stesso esposto a un’influenza esterna di cui i cicli successivi documenteranno attori, strumenti e obiettivi.

(segue)

Riferimenti bibliografici

Ginsborg, P. (1990). A History of Contemporary Italy: Society and Politics 1943–1988. Penguin [trad. it. Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, 1989].

ISTAT (1977). Popolazione residente e presente dei comuni. Censimenti dal 1861 al 1971. Roma. [In part. dati del Censimento 1951: occupazione per settore, tassi di analfabetismo per regione, livelli di istruzione.]

Levi, C. (1945). Cristo si è fermato a Eboli. Einaudi.

De Martino, E. (1959). Sud e magia. Feltrinelli; (1961). La terra del rimorso. Il Saggiatore.

Revelli, N. (1977). Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina. Einaudi.

Pasolini, P.P. (1976). Lettere luterane. Einaudi.


Colonia Italia

Sinossi

Colonia Italia indaga come l’Italia, dal 1945 a oggi, abbia assorbito un modello culturale anglosassone, americano in primo luogo, non attraverso un’imposizione dichiarata, ma per via di diplomazia culturale, mercato dei consumi e immaginario mediatico. La serie ricostruisce, ciclo per ciclo, come cinema, televisione, musica, lingua, modelli corporei e familiari, consumo e istruzione abbiano finito per riformulare l’identità nazionale italiana su un asse valoriale non proprio. Non è un’operazione nostalgica né un’accusa identitaria contro gli Stati Uniti: è un’analisi critica di un processo storico concreto, delle sue leve e delle sue conseguenze attuali.

Indice articoli pubblicati

Ciclo I — I fondamenti teorici

  1. Il concetto di egemonia culturale
  2. L’industria culturale come macchina del consenso
  3. Imperialismo culturale
  4. L’Italia che verrà colonizzata

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Alessandro Freddi scrive in italiano su Attivismo.info, in inglese su www.alessandrofreddi.com.