Colonia Italia: 7. L’USIS e il caso Mike Bongiorno

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di Alessandro Freddi

(segue: 6. Il Piano Marshall come progetto culturale)

Nel febbraio 1945, in un porto francese, un ex prigioniero di guerra italiano risale su una nave diretta a New York, liberato grazie a uno scambio di prigionieri mediato dal Dipartimento di Stato e dalla Croce Rossa. Si chiama Mike Bongiorno. Pochi giorni dopo l’arrivo, un funzionario governativo bussa alla sua porta e gli chiede se è disposto a raccontare la propria storia al pubblico italiano della Voice of America. Accetta con entusiasmo. Da lì nascerà una carriera che lo porterà, otto anni dopo, a condurre il primo programma della televisione italiana: reclutato non per caso, ma attraverso un contatto fatto proprio dentro la rete radiofonica americana. La storia di Bongiorno non è un aneddoto laterale: è la prova vivente che l’USIS non lavorò solo attraverso contenuti, ma attraverso persone che si muovevano tra le due reti.

La tesi di questa puntata è che l’USIS in Italia fu un sistema di canali ridondanti (biblioteche, stampa, radio, cinema) costruito apposta per raggiungere chi gli altri mezzi non intercettavano; e che, quando i dati sul campo mostrarono i limiti della capillarità diretta, lo stesso apparato non esitò a riorganizzarsi, arrivando a cancellare la propria firma dai contenuti e a puntare su intermediari umani pur di massimizzare la diffusione.

Contesto storico

Il primo centro USIS in Italia apre a Roma: l’ambasciata americana ne dà notizia al Ministero degli Affari Esteri il 28 febbraio 1945, con l’obiettivo dichiarato di far conoscere agli italiani “il popolo americano, la sua vita e civiltà”. Il quadro comparativo ridimensiona l’idea di un’iniziativa dominante fin da subito: nel 1947 gli inglesi erano ancora più attivi degli americani in Italia (otto uffici, 207 addetti, 545.000 dollari di budget), contro i 48 addetti e i 151.855 dollari USIS.

Il primo esperimento editoriale è anche un primo fallimento istruttivo: la rivista Nuovo Mondo, quindicinale diretto dall’architetto Bruno Zevi insieme al giornalista Arrigo Benedetti (con la collaborazione anche di Nicola Adelfi), esce in 16 numeri tra la primavera e l’ottobre 1945. Chiude perché la sua immagine dell’America, priva di conflitti sociali o razziali, risulta troppo edulcorata per reggere il confronto con la realtà. Dopo Roma, la rete si allarga: quattro centri con biblioteca (Napoli, Firenze, Milano, Palermo) e quattro Reading Room senza prestito (Bari, Torino, Bologna, Genova).

Analisi critica

Le ragioni di questa scelta, già viste nella puntata 6 a proposito del cinema del Piano Marshall, restano le stesse: analfabetismo, scarsa diffusione di stampa e radio. Dal 1946 cinque centri (Roma, Milano, Firenze, Napoli, Palermo) dispongono di una propria cineteca; le proiezioni avvengono raramente in sala, più spesso in scuole, fabbriche, circoli ricreativi, o tramite unità mobili che raggiungono le piazze dei paesi più piccoli.

Il caso di Trieste, sotto amministrazione anglo-americana fino al 1954, mostra su scala ridotta l’intera gamma degli strumenti: un budget dedicato di oltre 50.000 dollari l’anno, due stazioni radio proprie, un giornale bisettimanale, una rassegna stampa quotidiana della stampa locale, una sala di lettura con corsi d’inglese, una cineteca di circa 500 film servita da tre unità mobili indirizzate deliberatamente ai quartieri operai e ai campi profughi, e concesse in prestito anche a enti privati e organizzazioni religiose come moltiplicatore ulteriore.

Il modello si esporta anche fuori dai confini dell’apparato USIS in senso stretto: quando nel 1951-52 la NATO organizza la propria prima mostra itinerante per spiegare ai cittadini europei le ragioni dell’Alleanza Atlantica, lo schema viene elaborato “con l’assistenza tecnica dell’United States Information Service”, e il primo Paese in cui viene testato è proprio l’Italia. La “Carovana per la Pace” tocca nove città (da Napoli a Bari, passando per Roma, Firenze, Genova, Torino, Milano, Venezia, Bologna) tra febbraio e agosto 1952, vista da 1,5 milioni di visitatori. Quando nel 1954 gli Stati Uniti interrompono il contributo volontario che finanziava il programma NATO, sono proprio i governi italiano e francese a offrirsi di coprire la differenza: un capovolgimento istruttivo rispetto all’immagine di un’Italia puramente ricevente.

Sul fronte radiofonico, la Voice of America riceve un trattamento di priorità esplicito: nel 1950 gli esperti del Dipartimento di Stato dividono il mondo in sette zone secondo la minaccia comunista, e collocano l’Italia, insieme a Francia e Germania Ovest, nella “Danger Zone”, gruppo di priorità (a). L’82% dello sforzo propagandistico viene concentrato su operai e intellettuali, il restante 18% sui giovani; gli intellettuali sono pensati esplicitamente come “public opinion moulders”, intermediari verso un pubblico più ampio.

Tuttavia i dati sul campo, quando arrivano, complicano il quadro. Le indagini della Doxa mostrano un crollo degli ascoltatori italiani di radio straniere dal 53,3% del 1947 al 2,9% del 1954: gli italiani, semplicemente, preferivano la RAI. Non era nemmeno un problema esclusivamente americano: gli stessi funzionari della BBC, confrontando le proprie trasmissioni con quelle della Voice of America, le giudicavano meno obiettive e più sensazionalistiche delle proprie, “al di sotto dei migliori standard americani di fredda oggettività”. La risposta della missione USIS di Roma, già dal 14 marzo 1952 — un anno prima dell’arrivo dell’ambasciatrice Clare Boothe Luce, quindi per ragioni di budget e non ancora di dottrina — fu dirottare le risorse verso la produzione di materiale da cedere direttamente alla RAI, con un’istruzione che vale la pena riportare per intero: “In all production for RAI, we prefer no VOA attribution if it can be avoided” (nella produzione per la RAI, evitare per quanto possibile l’attribuzione alla Voice of America). La sola eccezione dichiarata era Ai vostri ordini, il programma a richiesta più popolare, “per il suo contenuto propagandistico… uno dei migliori che abbiamo”.

Quando Clare Boothe Luce sbarca a Napoli sull’Andrea Doria il 22 aprile 1953, la svolta budgetaria già in corso si salda con una svolta di dottrina. Insieme al direttore USIS Lloyd Free prepara un prospetto per il 1954-55 che dimezza i fondi del Marshall Fund destinati all’informazione (da 3,5 a 1 milione di dollari) e sposta il bersaglio principale dai lavoratori — “Giuseppe nella fabbrica e Giovanni nei campi”, nella formula di Berding — alle élite intellettuali, ridefinite come “broker culturali”. La Voice of America in italiano, tagliata a 15 minuti al giorno nel 1953, viene abolita nel 1957.

Non tutto, però, filò liscio. Il direttore dei servizi giornalistici della RAI, Antonio Piccone Stella, resistette apertamente al tentativo di controllo americano: si lamentò dei nastri in ritardo, definì “americanismi” alcuni errori di traduzione, e nel 1952 arrivò a mandare in onda dal vivo un programma della VOA senza nemmeno attendere l’approvazione dell’ufficio di Roma, mettendo gli americani di fronte al fatto compiuto. La stessa RAI, però, cercava attivamente la collaborazione della BBC, chiedendole script (i copioni, le sceneggiature e i format testuali dei programmi) e consulenza tecnica per il lancio della televisione italiana nel 1954: un’evidente preferenza per il modello britannico, non commerciale, rispetto a quello americano.

Il canale umano di cui si diceva in apertura ha un nome preciso: Vittorio Veltroni, allora capo dei servizi giornalistici radiofonici della RAI, che nel 1950 chiama da Roma il giovane Bongiorno per offrirgli una collaborazione fissa su Voci dal mondo (la trasmissione RAI in cui, come visto, l’USIS infilava sistematicamente materiale senza firma). Bongiorno resta un giornalista vero, non solo un canale: riesce a ottenere tre minuti di intervista con il presidente Eisenhower, ma nell’emozione dimentica di caricare la molla del registratore e perde tutto: episodio che racconterà solo decenni dopo, troppo vergognoso per confessarlo a caldo. È lo stesso Veltroni che nel 1953, non trovando tra i cronisti RAI nessuno disposto a esporsi davanti alle telecamere per il lancio della televisione italiana, gli offre il contratto per condurre Arrivi e partenze, il primo programma mai andato in onda.

Implicazioni attuali

Quello che emerge non è un apparato statico ma uno che si corregge sulla base dei propri dati di ascolto, e che nella figura di Mike Bongiorno trova il suo strumento più efficace: non un contenuto imposto dall’esterno, ma una persona che circola dentro entrambe le reti e che diventa essa stessa canale di trasmissione, senza bisogno di etichette. Il motivo per cui quel canale funzionò così bene lo spiega, qualche anno dopo, Umberto Eco nella sua Fenomenologia di Mike Bongiorno (1961): a differenza del cinema, che propone allo spettatore un superuomo in cui proiettarsi, la televisione offre come ideale l’uomo assolutamente medio, e Bongiorno vince proprio perché la sua mediocrità appare spontanea, non costruita, capace di restituire al pubblico un’immagine elevata di se stesso senza mai farlo sentire inferiore. È esattamente questa illeggibilità come prodotto (l’assenza totale di ogni “costruzione o finzione scenica”, per usare le parole di Eco) a renderlo il vettore perfetto di un messaggio senza firma: nessuno, guardandolo, avrebbe mai sospettato un’origine americana o un progetto elaborato altrove. “Voi siete Dio, restate immoti,” scrive Eco della relazione tra Bongiorno e il suo pubblico, — la stessa dinamica, spogliata delle sue implicazioni politiche, che oggi chiamiamo marketing dell’influencer: non convincere con un messaggio dichiaratamente esterno, ma trovare, o costruire, chi il pubblico lo raggiunge già, e lasciare che il messaggio viaggi con lui.

(segue)

Riferimenti bibliografici

  • Cova, U. (2007). “I filmati USIS di Trieste: vicende storico-istituzionali di un archivio cinematografico.” Stesso volume, pp. 53-61.
  • Eco, U. (1961). “Fenomenologia di Mike Bongiorno.” Rivista Pirelli; poi in Diario minimo, Milano, Mondadori, 1963.
  • Enciclopedia Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, voce “ZEVI, Bruno” (per la correzione su direzione e periodicità di “Nuovo Mondo”).
  • Risso, L. (2011). “Propaganda on Wheels: The NATO Travelling Exhibitions in the 1950s and 1960s.” Cold War History, 11(1), pp. 9-25.
  • Tobia, S. (2011). “Advertising America: VOA and Italy.” Cold War History, 11(1), pp. 27-47.
  • Tobia, S. (2011). “Introduction: Europe Americanized? Popular Reception of Western Cold War Propaganda in Europe.” Cold War History, 11(1), pp. 1-7.
  • Tobia, S. (2013). “Did the RAI Buy It? The Role and Limits of American Broadcasting in Italy in the Cold War.” Cold War History, 13(2), pp. 171-191.
  • Tosatti, G. (2007). “Propaganda e informazione nell’Italia del secondo dopoguerra: il fondo audiovisivo dell’USIS di Trieste.” In G. Barrera, G. Tosatti (a cura di), United States Information Service di Trieste. Catalogo del fondo cinematografico (1941-1966). Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, pp. 71-77 circa.

Colonia Italia

Sinossi

Colonia Italia indaga come l’Italia, dal 1945 a oggi, abbia assorbito un modello culturale anglosassone, americano in primo luogo, non attraverso un’imposizione dichiarata, ma per via di diplomazia culturale, mercato dei consumi e immaginario mediatico. La serie ricostruisce, ciclo per ciclo, come cinema, televisione, musica, lingua, modelli corporei e familiari, consumo e istruzione abbiano finito per riformulare l’identità nazionale italiana su un asse valoriale non proprio. Non è un’operazione nostalgica né un’accusa identitaria contro gli Stati Uniti: è un’analisi critica di un processo storico concreto, delle sue leve e delle sue conseguenze attuali.

Indice articoli pubblicati

Ciclo I – I fondamenti teorici

1.Il concetto di egemonia culturale

2.L’industria culturale come macchina del consenso

3.Imperialismo culturale

4.L’Italia che verrà colonizzata

5. Il potere attrattivo

Ciclo II – Il progetto politico. Diplomazia culturale e Guerra Fredda

6. Il Piano Marshall come progetto culturale

7. L’USIS e il caso Mike Bongiorno

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Alessandro Freddi scrive in italiano su Attivismo.info, in inglese su www.alessandrofreddi.com.