Dallo “Stato di diritto” allo “Stato di fatto”

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Anche se per la maggior parte dei lettori può apparire una novità, le istituzioni politiche che oggi definiamo democrazie occidentali poggiano su fondamenta teoriche silenziose ma pervasive, edificate alla fine del 1600. Quando osserviamo la struttura di uno Stato moderno, la separazione dei poteri o la tutela costituzionale dei diritti individuali, stiamo di fatto abitando una casa progettata da John Locke.

Nei suoi Due trattati sul governo (1689), il filosofo inglese formalizzò un principio destinato a plasmare la modernità: a differenza di quanto sostenuto dai teorici dell’assolutismo regio, gli individui nascono in uno stato di uguaglianza e libertà naturale, e il potere politico deriva esclusivamente dal consenso dei governati. Per Locke, lo Stato nasce da un contratto sociale con l’unico scopo di garantire, attraverso un giudice imparziale e leggi certe, ciò che preesiste ad esso: la vita, la libertà e, soprattutto, la proprietà.

Questo paradigma giusnaturalista e liberale ha retto per oltre tre secoli, confluendo nelle Costituzioni del Secondo Dopoguerra, largamente ispirate da vecchi princìpi massonici. Tuttavia, l’attuale fase storica manifesta una sfasatura profonda e ormai insanabile tra l’impianto teorico delle nostre carte fondamentali e la realtà materiale della governance globale. Due fattori concomitanti hanno di fatto superato l’efficacia del modello lockiano: da un lato, la mutazione antropologico-culturale della cittadinanza; dall’altro, l’avvento di un tecnocapitalismo pervasivo le cui logiche procedono a una velocità e con modalità del tutto estranee al diritto scritto.

1. Il presupposto antropologico infranto: dalla razionalità alla Psicopolitica

Il contratto sociale di matrice illuminista presupponeva un soggetto razionale, un cittadino informato e consapevole, capace di articolare il proprio consenso e di vigilare sui limiti del potere statale. Il costituzionalismo novecentesco aveva cercato di democratizzare questa visione allargando la base della partecipazione popolare.

Oggi assistiamo invece a un marcato degrado del dibattito pubblico e della complessità culturale della popolazione. La transizione verso l’infosfera e l’economia dell’attenzione ha frammentato la sfera cognitiva collettiva, sostituendo la razionalità del consenso, perno della legittimità politica lockiana, con dinamiche di polarizzazione emotiva gestite da algoritmi.

Come ha evidenziato il filosofo Byung-Chul Han nel suo saggio Psicopolitica (2014), il potere contemporaneo ha abbandonato la vecchia “biopolitica” disciplinare (che coerciva i corpi dall’esterno) per farsi psicopolitico. Il regime digitale non reprime la libertà, ma la sfrutta: trasforma la psiche stessa in forza produttiva, inducendo gli individui a un’esposizione volontaria e a una quantificazione ossessiva del sé (quantified self) che svuota l’identità di senso narrativo ed esistenziale, riducendola a una massa di dati metrici. Il potere oggi non si presenta come un divieto sovrano contro cui ribellarsi, ma come un ambiente seduttivo che “accade” silenziosamente, rendendo la società prevedibile, uniforme e priva di reale futuro.

Quando il corpo elettorale viene immerso in questa narcosi cognitiva e perde la capacità di decodificare la complessità, il concetto stesso di “delega vincolata” si svuota di significato. Entriamo a pieno titolo in quella che il sociologo Colin Crouch ha definito Postdemocrazia (2003): un sistema in cui le istituzioni rappresentative e i riti elettorali rimangono formalmente in piedi, ma operano in un vuoto di reale partecipazione consapevole. I partiti abbandonano le proprie basi sociali per trasformarsi in macchine elettorali che incoraggiano “il massimo livello di minima partecipazione”, mentre l’agenda politica reale viene dettata dietro le quinte da ristrette oligarchie economiche, tecnocratiche e lobbistiche.

2. Il Capitalismo della Sorveglianza e la complicità del diritto liberale

La smentita più radicale all’impianto seicentesco non proviene però solo dall’erosione della cittadinanza dal basso, bensì dall’alto, attraverso la ridefinizione degli spazi della sovranità operata dalle grandi corporazioni transnazionali.

Il modello di Locke prevedeva una chiara distinzione tra la sfera pubblica (lo Stato regolatore) e la sfera privata (il mercato dei proprietari). Il costituzionalismo moderno era nato per porre limiti normativi al potere politico, presupponendo che il pericolo principale per le libertà individuali provenisse dall’ipertrofia dello Stato. Il tecnocapitalismo contemporaneo ha invertito questo asse. Monopolizzando le infrastrutture digitali, i dati e i sistemi di intelligenza artificiale, i giganti tecnologici non si limitano più a muoversi dentro le regole del mercato, ma strutturano l’ambiente stesso in cui le relazioni sociali ed economiche avvengono.

Shoshana Zuboff, nella sua opera monumentale Il capitalismo della sorveglianza (2019), ha mostrato come questo nuovo assetto economico si distacchi radicalmente dal vecchio capitalismo industriale. Esso si fonda sull’esproprio unilaterale dell’esperienza umana, che viene “raschiata”, datificata e trasformata in surplus comportamentale. Attraverso l’apparato ubiquo che Zuboff chiama il “Grande Altro”, gli algoritmi non si limitano più a prevedere le nostre scelte, ma modellano attivamente i comportamenti di intere popolazioni per garantire certezza commerciale. È la nascita del potere strumentalizzante: una tirannia inedita che non usa il terrore o la violenza fisica dei totalitarismi novecenteschi, ma ottiene la sottomissione e la confluenza automatica delle masse in cambio di comodità digitale, facendoci pagare il prezzo non con i corpi, ma con la nostra libertà interiore.

Di fronte a questo strapotere, perché le nostre Costituzioni appaiono del tutto inermi? L’analisi del giurista Ugo Mattei (Il diritto di essere umani, 2018; Beni comuni, 2011) offre una chiave di lettura radicale: l’architettura giuridica occidentale non è una vittima innocente del tecnocapitalismo, ma ne è stata storicamente la levatrice.

Secondo Mattei, il “peccato originale” di Locke consiste nell’aver edificato l’intero costituzionalismo classico attorno all’assolutizzazione della proprietà privata e dell’individualismo possessivo (un processo storico iniziato con le enclosures, le recinzioni delle terre comuni in Inghilterra, e con la conquista coloniale, che hanno sostituito il paradigma dell’essere con quello dell’avere). Progettate per arginare il sovrano politico (il Re o il Parlamento), le Costituzioni liberali non possiedono anticorpi contro il “sovrano privato”. Anzi, quando il potere economico transnazionale ha superato quello degli Stati-nazione, le multinazionali e le piattaforme tecnologiche hanno potuto espandersi indisturbate proprio facendosi scudo degli stessi diritti costituzionali di proprietà privata e di libertà d’impresa.

3. Dallo “Stato di diritto” allo “Stato di fatto”: la dittatura della pratica

Il limite strutturale dell’attuale architettura giuridica risiede nella sua natura statica e procedurale, intrinsecamente inadeguata a governare l’imprevedibilità dello sviluppo tecnologico ed economico. Una Costituzione richiede tempi lunghi di mediazione, dibattito parlamentare e cristallizzazione formale. Al contrario, le traiettorie del tecnocapitalismo si muovono secondo logiche esponenziali: l’evoluzione dell’intelligenza artificiale, delle biotecnologie e dei flussi finanziari automatizzati muta la realtà materiale prima ancora che il legislatore possa comprenderla o nominarla.

Assistiamo così a quello che Mattei definisce il passaggio epocale dallo “Stato di diritto” allo “Stato di fatto”. L’impianto costituzionale non guida più il presente, ma viene costantemente rincorso e sostituito dalla pratica tecnocratica e dall’effettività dei rapporti di forza.

Il potere di normazione e di coercizione — un tempo prerogativa esclusiva dello Stato — si è trasferito in mani private sotto forma di Termini di Servizio, protocolli informatici e architetture algoritmiche, che operano come una vera e propria costituzione materiale sovranazionale capace di svuotare quella formale. La governance politica degrada ad amministrazione tecnica: le decisioni cruciali sull’assetto sociale, sulla redistribuzione delle risorse e sulla limitazione delle libertà non passano più attraverso la mediazione democratica delle assemblee rappresentative, ma vengono imposte come risposte tecniche emergenziali o come adattamenti ineludibili ai vincoli dei mercati globali e delle piattaforme. Il diritto pubblico si riduce a un notaio impotente che ratifica ex post pratiche già consolidate dal mercato.

4. Nuove categorie per il presente: i Beni Comuni e l’ecologia giuridica

Ciò che si profila all’orizzonte non è una crisi passeggera delle nostre democrazie, ma il tramonto definitivo di un’epoca filosofica. Comprendere il presente richiede la lucidità di riconoscere che la tutela della dignità umana, un tempo affidata alla solidità della legge scritta e dello Stato-nazione di eredità lockiana, si trova oggi priva di un ancoraggio istituzionale efficace di fronte all’estrattivismo della tecnica e del capitale.

La sfida del nostro tempo non può dunque limitarsi a una nostalgica conservazione di forme giuridiche nate oltre tre secoli fa, ma impone la ricerca di nuove categorie concettuali. Per uscire da questa impasse occorre anzitutto infrangere la rigida dicotomia lockiana tra Pubblico (ciò che appartiene allo Stato, spesso ridotto a un “maggiordomo infedele” pronto a privatizzare il patrimonio collettivo per far cassa) e Privato (ciò che appartiene al singolo o alle corporazioni in un’ottica speculativa).

La via indicata da Mattei passa attraverso la rifondazione del diritto attorno alla categoria dei Beni Comuni (Commons): l’acqua, l’ambiente, il patrimonio culturale, ma anche la conoscenza, l’informazione e l’infrastruttura stessa della rete internet. Beni che non appartengono a nessuno in via esclusiva perché appartengono a tutti, e la cui gestione partecipativa deve essere sottratta tanto alla logica del profitto privato quanto al controllo burocratico-statale.

Riconquistare la sovranità sulla propria esistenza nell’era digitale significa, in ultima analisi, rivendicare il “diritto di essere umani”: da un lato, riaffermando quell’autorità morale e quella profondità interiore che sfuggono alla datificazione algoritmica denunciata da Zuboff e Han; dall’altro, promuovendo una transizione dall’individualismo possessivo seicentesco a una nuova ecologia giuridica. Solo rimettendo al centro l’essere umano inserito in una comunità viva e in un ecosistema condiviso — e accettando anche la vitalità del conflitto sociale democratico invocato da Crouch — sarà possibile erigere un argine reale allo strapotere del Tecnocapitale.

Bibliografia di riferimento

  • Locke, J. (1689), Two Treatises of Government (Tr. it. Due trattati sul governo, varie edizioni). Il testo fondativo del liberalismo moderno per comprendere l’origine dei concetti di stato di natura, diritto naturale, consenso dei governati e centralità della proprietà privata.
  • Crouch, C. (2003), Post-Democracy (Tr. it. Postdemocrazia, Laterza). Analisi dello svuotamento delle istituzioni rappresentative a favore di oligarchie economico-professionali e della riduzione della partecipazione civica a mero spettacolo elettorale.
  • Han, B.-C. (2014), Psychopolitics (Tr. it. Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere, Nottetempo). Riflessione sul mutamento antropologico digitale, sul passaggio dalla biopolitica alla seduzione psicopolitica e sull’autosfruttamento del soggetto attraverso i Big Data.
  • Mattei, U. (2018), Il diritto di essere umani. Un manifesto, Einaudi (cfr. anche Id., Beni comuni. Un manifesto, Laterza, 2011). Decostruzione della complicità storica del costituzionalismo liberale con l’estrattivismo capitalista e proposta di rifondazione ecologica e comunitaria del diritto.
  • Zuboff, S. (2019), The Age of Surveillance Capitalism (Tr. it. Il capitalismo della sorveglianza, LUISS University Press). Studio sistematico sull’espropriazione dell’esperienza umana trasformata in surplus comportamentale e sull’ascesa del “potere strumentalizzante” dei colossi tecnologici.

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Furio Ruggiero - Osservatore e analista dello spirito del tempo, persegue l'antico cammino di Malāmat NON senza successo. https://medium.com/@furio