La fabbricazione del disordine e la trappola del contratto sociale
Di Furio Ruggiero
Quando le vetrine vanno in frantumi o una piazza si trasforma in un teatro di scontri, il dibattito pubblico si polarizza istantaneamente attorno a un copione già scritto. Da un lato la condanna unanime della violenza, dall’altro la richiesta perentoria di “ripristinare l’ordine”. Tuttavia, la storia dei movimenti sociali e delle strategie di sicurezza insegna che la violenza di piazza non è sempre un sottoprodotto spontaneo della contestazione: spesso è la premessa necessaria per legittimare la repressione.
Dietro la narrazione del black bloc monolitico e ingovernabile si cela frequentemente una dinamica più complessa, fatta di infiltrazioni, provocazioni calcolate e prove fabbricate ad arte. Perché se l’obiettivo del potere è neutralizzare il dissenso politico, il modo più efficace per riuscirci è privarlo di legittimità morale agli occhi dell’opinione pubblica.
La genealogia del pretesto: dagli anni della tensione alla dottrina controrivoluzionaria
L’idea di provocare o esasperare il conflitto per invocare lo stato d’eccezione non è una teoria cospirazionista: è una dottrina ampiamente codificata nella letteratura militare e strategica del dopoguerra.
Già nel maggio del 1965, durante il convegno all’Hotel Parco dei Principi promosso dall’Istituto Alberto Pollio sulla “guerra controrivoluzionaria”, teorici militari, alti ufficiali ed esponenti della destra radicale teorizzavano la necessità di una risposta non convenzionale all’avanzata delle istanze sociali. Il modello operativo – innestato sulle tesi del colonnello francese Roger Trinquier maturate nei conflitti d’Indocina e d’Algeria – postulava che contro la sovversione politica non bastasse la difesa passiva: occorreva assumere l’iniziativa psicologica, provocando fratture sociali controllate affinché la collettività, scossa dal panico, invocasse spontaneamente la tutela autoritaria dello Stato.
Questa architettura dottrinale trovò riscontro esplicito in testi operativi come il controverso Field Manual 30-31B statunitense, che descriveva l’infiltrazione e la conduzione di atti violenti attribuiti a movimenti rivoluzionari per scuotere governi riluttanti a varare misure di sicurezza draconiane. Nelle piazze italiane degli anni ’70, l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno e settori dei servizi d’informazione tradussero queste linee guida in prassi: infiltrare i cortei, radicalizzare lo scontro e fornire all’esecutivo il casus belli indispensabile per varare leggi speciali di pubblica sicurezza (come la legge Reale del 1975) e comprimere le libertà civili.
Genova 2001 e la scuola Diaz: la prova materiale della falsificazione
Se la strategia della tensione apparteneva al clima plumbeo della guerra fredda, il G8 di Genova del 2001 ha dimostrato che la tentazione di fabbricare il pretesto non è mai tramontata, manifestandosi persino nell’era delle comunicazioni globali.
La notte del 21 luglio 2001, l’irruzione nell’istituto scolastico Diaz – qualificata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e dalle sentenze della magistratura italiana come una “macelleria messicana” – richiese una tempestiva giustificazione giuridica e mediatica per coprire il pestaggio indiscriminato di attivisti inermi e reporter addormentati.
La risposta degli apparati fu la manipolazione deliberata della scena:
- L’introduzione delle bombe molotov: Gli esiti processuali hanno accertato in via definitiva che le due bottiglie incendiarie esibite in conferenza stampa come prova dell’esistenza di un covo insurrezionale erano state rinvenute nel pomeriggio altrove da funzionari di polizia e introdotte abusivamente nella scuola dai reparti operativi.
- La simulazione della resistenza violenta: Venne inscenato il falso accoltellamento del giubbotto di un agente di polizia (affermando l’aggressione da parte di un occupante) al preciso scopo di attestare una flagranza di reato e motivare retroattivamente l’uso brutale della forza.
Con la sentenza definitiva della Cassazione del 2012, lo Stato italiano ha dovuto condannare i vertici della Polizia per falso ideologico e calunnia, cristallizzando un precedente storico: quando la piazza non produce un livello di violenza sufficiente a convalidare la linea repressiva, l’apparato può spingersi a fabbricarla per decreto e per simulazione.
Due epoche, un unico schema: continuità tra strategia della tensione e fatti della Diaz
Sebbene collocate in contesti storici differenti, le dinamiche operative degli anni ’60-’70 e la gestione della scuola Diaz a Genova 2001 condividono la medesima grammatica securitaria: la produzione materiale o politica del pretesto per condizionare il giudizio della pubblica opinione e blindare l’operato dell’esecutivo.
| Dimensione operativa | Metodi della Strategia della Tensione (Anni ’60-’70) | Falsi documentati della Diaz (Genova 2001) |
|---|---|---|
| Obiettivo primario | Destabilizzare per stabilizzare: bloccare le riforme sociali e invocare l’ordine costituito o lo stato d’emergenza. | Legittimare a posteriori un’incursione punitiva illegittima ed eludere la responsabilità penale per le violenze. |
| Fabbricazione del pretesto | Infiltrazione e provocazione: confidenti ed estremisti inseriti nei cortei per scatenare violenze attribuite alla controparte. | Inquinamento probatorio diretto: introduzione furtiva di due ordigni incendiari già sequestrati ore prima altrove. |
| Costruzione dell’aggressione | Attentati dimostrativi e scontri pilotati per attestare l’esistenza di una minaccia eversiva diffusa. | Taglio artefatto sul giubbotto dell’agente Nocera per simulare un tentativo di omicidio e attestare la resistenza armata. |
| Sponda istituzionale | Ufficio Affari Riservati del Viminale (D’Amato), SID e strutture clandestine collegate a reti atlantiche. | Alti quadri dirigenziali e operativi del Dipartimento della Pubblica Sicurezza e della Polizia di Stato. |
| Gestione mediatica | Allarme morale diffuso sulla stampa generalista per orientare la maggioranza silenziosa verso la richiesta d’ordine. | Esibizione di attrezzi da cantiere e reperti artefatti in conferenza stampa per accreditare la tesi del “covo di terroristi”. |
| Ricadute normative | Varo di legislazioni d’emergenza, poteri speciali di perquisizione e fermo (Legge Reale n. 152/1975). | Paralisi ventennale sull’introduzione del reato di tortura e rifiuto sistematico dei codici alfanumerici sui caschi. |
Il ricatto del contratto sociale: ordine vs. libertà
Per comprendere l’efficacia persistente di questi meccanismi occorre analizzare la trappola filosofica sottostante: la distorsione del contratto sociale teorizzato da Thomas Hobbes nel Leviatano.
Nel modello contrattualista classico, l’individuo accetta di cedere il monopolio della forza allo Stato in cambio di una garanzia irrinunciabile: la tutela della vita e dell’incolumità fisica contro l’anarchia distruttiva (bellum omnium contra omnes). Quando la piazza si accende, gli esecutivi premono su questo riflesso ancestrale:
- La rivendicazione politica originaria (salari, modelli di sviluppo, diritti civili) viene derubricata a mero disordine pubblico.
- Lo Stato dismette il ruolo di controparte politica e assume quello di arbitro supremo e protettore dell’incolumità collettiva.
- La cittadinanza moderata, disorientata dalle immagini di guerriglia urbana, percepisce l’alternativa non tra una legge giusta e una ingiusta, ma tra la sicurezza statale e il caos distruttivo, arrivando ad accettare la sospensione de facto delle libertà costituzionali.
Il patto sociale viene così capovolto: non più garanzia di tutela universale dei diritti, ma dispositivo di disciplinamento securitario.
Il dividendo politico: la rendita dell’intervento muscolare
Da una prospettiva puramente tattica, l’intervento muscolare delle forze dell’ordine rappresenta per il governo in carica una risorsa politica ad alto rendimento e a rischio quasi nullo, a patto che non si verifichino vittime che trasformerebbero la protesta in martirio.
- Sostituzione dell’agenda tematica: I lacrimogeni e le barricate cancellano le motivazioni della mobilitazione dai telegiornali e dalle prime pagine. Il dibattito pubblico non verte più sui tagli alla spesa sociale, sui decreti contestati o la crisi energetica che sta per paralizzare il Paese, ma unicamente sulla quantificazione dei danni urbani.
- Polarizzazione e rendita securitaria: L’esecutivo capitalizza la retorica dell’intransigenza, parlando al bacino elettorale sensibile alla conservazione dell’ordine, mentre le opposizioni restano paralizzate dal timore di essere associate ai “violenti”.
- Consolidamento del dispositivo normativo: Il disordine autorizza riforme legislative permanenti: inasprimento delle pene per blocco stradale, estensione del fermo preventivo, daspo urbani e restrizioni al diritto di adunata. Strumenti che sopravvivono all’evento contingente e rimangono operativi per disinnescare qualsiasi mobilitazione futura.
Oltre la trappola
Comprendere che “non tutti i bloc sono black” significa superare la suggestione delle immagini di repertorio e analizzare i rapporti di forza per quello che sono.
Per i movimenti e per l’attivismo sociale, la sfida decisiva è non cadere nella dialettica dell’innesco programmato: denunciare con rigore documentale ogni tentativo di inquinamento della protesta, rifiutare il ricatto securitario del contratto sociale svuotato della sua componente democratica e mantenere ferma l’attenzione sul merito dei diritti contesi.
Riferimenti documentali e bibliografia critica
Fonti dottrinali e manualistica militare
- Trinquier, Roger, La Guerre moderne, Paris, Éditions de la Table Ronde, 1961.
(Analisi fondamentale della dottrina controrivoluzionaria francese (DCTR): descrive la gestione del conflitto interno non attraverso la battaglia campale, bensì mediante il controllo psicologico della popolazione, l’azione clandestina e la creazione di contesti di shock per legittimare poteri coercitivi straordinari.) - U.S. Department of the Army, Field Manual 30-31B: Stability Operations – Intelligence Special Fields, Washington D.C., presunta declassificazione 1970/1976.
(Supplemento operativo classificato – oggetto di controversie storiche ma al centro di inchieste parlamentari e giudiziarie italiane – che teorizza esplicitamente l’infiltrazione e la conduzione di atti violenti attribuiti a movimenti rivoluzionari al fine di allarmare l’opinione pubblica e costringere governi alleati ad adottare misure speciali di emergenza.) - Beltrametti, Eggardo (a cura di), La guerra controrivoluzionaria, Atti del Convegno promosso dall’Istituto di Studi Storico-Militari Alberto Pollio (Hotel Parco dei Principi, Roma, 3-5 maggio 1965), Roma, Giovanni Volpe Editore, 1965.
(Testo programmatico della risposta non ortodossa alla sinistra in Italia: raccoglie le relazioni di strateghi militari, giornalisti d’area e militanti radicali delineando la militarizzazione del conflitto politico e l’uso dell’azione clandestina.)
Fonti giudiziarie e parlamentari
- Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Terrorismo in Italia e sulle Cause della Mancata Individuazione dei Responsabili delle Stragi, Relazioni e documenti sui servizi di informazione, sull’Ufficio Affari Riservati e sulla strategia della tensione (Presidente Sen. Giovanni Pellegrino), XIII Legislatura, Roma, Doc. XXIII n. 64.
(Documentazione probatoria che certifica il ruolo dell’Ufficio Affari Riservati diretto da Federico Umberto D’Amato nella manipolazione e infiltrazione dei movimenti di piazza e nella gestione occulta di gruppi dell’estrema destra.) - Corte Suprema di Cassazione, Sez. V Penale, Sentenza n. 38083 del 5 luglio 2012 (depositata il 2 ottobre 2012), procedimento relativo all’irruzione nella scuola Diaz durante il vertice G8 di Genova 2001.
(Sentenza di condanna passata in giudicato a carico dei vertici della Polizia di Stato per i reati di falso ideologico in atto pubblico e calunnia aggravata.) - Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Causa Cestaro c. Italia (Ricorso n. 6884/11), Sentenza 7 aprile 2015; e Causa Caccia e altri c. Italia, Sentenza 22 giugno 2017.
(Pronunce che accertano la violazione dell’Articolo 3 della CEDU per le condotte della scuola Diaz, evidenziando il vuoto normativo dell’ordinamento italiano dell’epoca e l’inadeguatezza sanzionatoria interna.)
Fonti filosofico-politiche
Schmitt, Carl, Politische Theologie: Vier Kapitel zur Lehre von der Souveränität, München/Leipzig, Duncker & Humblot, 1922 (trad. it. Teologia politica, a cura di C. Galli, Bologna, Il Mulino, 1998).
(Testo cardine sulla sovranità statale fondata sulla decisione nello stato d’eccezione e sull’uso della minaccia esistenziale per sospendere l’ordinamento giuridico ordinario.)
Hobbes, Thomas, Leviathan, or The Matter, Forme and Power of a Commonwealth Ecclesiasticall and Civil, London, Andrew Crooke, 1651 (trad. it. Leviatano, a cura di A. Pacchi, Roma-Bari, Laterza, 2011).
(Riferimento teorico sul patto di unione e sottomissione: l’alienazione delle libertà individuali a favore del sovrano in cambio della salvaguardia della vita contro lo stato di natura, matrice del consenso securitario di massa.)




