CREDERE NELL’UNICA DIMENSIONE PORTA AL TECNO-TOTALITARISMO

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Negare lo spirito e la dualità dell’esistenza restringe la comprensione, illude con l’inconscio e l’evoluzione tecnologica.

Di Massimo Franceschini

 

Pubblicato anche su Sfero, Ovidio Network

Ormai da anni sto compiendo riflessioni in ordine al nostro essere, che nella forma più sintetica possibile ho condiviso così, affermando in maniera netta che la nostra natura fondamentale è spirituale.

Credo che siamo esseri spirituali immortali e questa conclusione si fonda certamente su un’intuizione originaria, ma poggia anche sull’osservazione della specificità dell’uomo, partendo del fatto che il pensiero analitico, riflessivo e creativo, capace di autoconsapevolezza ed astrazione è una sua prerogativa esclusiva, che oltretutto non può avere origini biologiche: non possiamo certo ammettere come sufficienti alla spiegazione della nostra specificità e identità quei livelli più elementari di pensiero automatici e associativi comunque presenti in tutte le forme vitali, poco o niente capaci di differenziare oltre al compito necessario alla sopravvivenza.

Oltre ad avere un essere spirituale che pensa di avere lì la sua casa, il corpo è attraversato da varie energie “informanti” di ordine mentale e psico-somatico capaci di mediare i suoi meccanismi biologici, ma ormai anche molti neuroscienziati ammettono da tempo come un nucleo di coscienza e autocoscienza non sia rintracciabile nella carne.

L’osservazione della realtà ci spinge quindi ad altre deduzioni: pur possedendo un corpo e una mente, ente di cui parleremo più avanti, penso che in quanto esseri spirituali non siamo parte costituente la dimensione materiale in cui stiamo vivendo, ma “apparteniamo”, se così si può dire, a quella dimensione trascende che è in qualche modo da sempre evocata da tutte le culture, almeno fino alla modernità.

La trascendenza sarebbe puro spirito e pensiero ed avrebbe quindi caratteristiche creative, una dimensione dalla quale è possibile dare origine alla realtà che ora pensiamo di abitare ed a tutte le altre dimensioni che abbiamo o potremmo mai immaginare.

Queste conclusioni giungono dopo una vita di riflessioni e studi, anche se non accademici, condensati recentemente in questo blog qui, qui e qui, tre articoli di critica al materialismo imperante per la rivalutazione di una coerente spiritualità e dell’eventuale religiosità, soggetti che oggi sembrano ampiamente contaminati dal materialismo.

Nei miei contenuti c’è anche un avvertimento che ritengo necessario sull’avanzamento della distopia di cui siamo testimoni, della quale ho cercato di rivelare le particolari e complesse coordinate in questo ultimo articolo: ritengo che l’uomo si stia avviando verso una definitiva schiavitù intellettuale, mentale e spirituale, come risultato finale di una lunga, travagliata e irrisolta storia del pensiero, caratterizzata da un’infinità di visioni, impostazioni e precetti sia religiosi, sia laici, sia materialisti, in merito alla realtà, alla sua natura e al rapporto fra gli enti corpo/pensiero.

Tali visioni non sono state solo il collante delle comunità, come da etimo di “religione”, ma anche, di volta in volta, “influenti sul” o “influenzate dal” potere politico, con esiti contraddittori: l’affermazione o la negazione di qualche credenza o ideologia, ha portato ad avvenimenti storici e sociali che hanno spesso contraddetto non solo il senso della vera ricerca spirituale, ma anche quello del progresso e della pace, interiore e collettiva.

L’uomo quindi si coalizza, si organizza, si polarizza e si divide in base a ciò che crede più vero, profondo e determinante la sua esistenza, ma il problema, sta nel fatto che la sua divisione si esprime spesso in modi conflittuali, favorendo sbocchi autoritari e totalitari, modalità che contraddicono ogni presunto avanzamento riguardo la comprensione dell’essere e della realtà, lo stesso equilibrio interiore e sociale.

In controtendenza, e in seguito ai complessi drammi delle due Guerre Mondiali, nel 1948 si è condensato un grande sforzo del pensiero costruttivo e pacifico in grado di produrre una carta di valori, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: un impegno evidentemente ancora troppo avanti rispetto alla persistente incapacità dell’uomo a superare una sua evidente “predisposizione” a soggiacere ai vari divide et impera culturali, sociali, religiosi e politici.

Credo che tale “predisposizione” sia del tutto pertinente a questi discorsi e meriti una profonda comprensione, in quanto mi pare sia dovuta, in primo luogo, proprio alla dimensione umana dell’essere, al fatto di possedere delle “appendici biologiche” in grado sì di sopravvivere giorno per giorno, se ben condotte, ma non immortali come i loro possessori.

Noi umani ci troviamo così ad essere “titolari” di questi corpi, ma in gran parte ignari della nostra vera dimensione, del nostro passato, delle nostre prerogative spirituali e delle responsabilità conseguenti a tale essere – le ragioni di questa ignoranza ci porterebbero ora troppo lontano, faranno parte di un altro contenuto.

Da questa condizione di sostanziale inconsapevolezza, certamente caratterizzata da parziali squarci che potrebbero favorire una maggiore comprensione olistica, possiamo tristemente ammettere come l’automatica soggezione ai divide et impera culturali, sociali e politici sia una “scelta” quasi obbligata.

Ad aggravare tale condizione, c’è la constatazione di quanto tale predisposizione alla divisione sia totalmente esplosa con l’avvento della tecnologia elettronica e della mediatizzazione dell’esistenza, fattori che hanno già causato una frammentazione e una parzializzazione della cultura e delle comunità, addirittura della capacità di essere presenti a noi stessi e nelle nostre relazioni, come cercavo di analizzare brevemente qui.

Abbiamo quindi un drammatico “deterioramento” dell’uomo, dovuto ai miraggi della tecnica ed alla sopravvenuta e conseguente incapacità di consapevolezza sulla sua suprema responsabilità su tutto, come provavo a spiegare in questo articolo.

Stando così le cose, oggi sembra impossibile sperare in un colpo di coda culturale e politico in grado di demolire il pensiero unico dominante, scientista e materialista, sembra impossibile immaginare uno sforzo che abbia la speranza di costruire una qualche possibilità di rimettere cultura, politica e stato di diritto sui corretti binari del vero progresso indicato dai diritti umani: non si vede proprio alcuna progettualità adeguata al gravoso compito cui sarebbe costretta.

Approfondendo per un momento la questione dello scientismo e del materialismo, i due orientamenti vincenti nella modernità che si traducono in consumismo, tecnicismo e tecnocrazia, una prima osservazione di carattere generale e utile ai nostri scopi credo possa essere necessariamente questa: l’aumento quantitativo di tecnica, cultura e comunicazione non ha affatto diminuito le divisioni e le occasioni di scontro fra gli uomini.

Questo a dispetto del seguente fatto: di norma, sappiamo che ad un aumento della comunicazione corrisponde un miglioramento nella comprensione e una diminuzione dei conflitti, ma questa è una regola che oggi appare sempre meno vera.

Da ciò ne potremmo trarre due ipotesi: o tutto quello che passa per “comunicazione” non è veramente tale, oppure abbiamo un altro fattore capace di rendere inefficace la comunicazione stessa; in effetti, credo si tratti di due aspetti reali e collegati, due facce della stessa medaglia.

Torniamo così alla questione di base che disturba e devia dalla possibilità di poter sviluppare una vera comunicazione, che quindi può intervenire sin dall’infanzia, di fatto lo stesso fattore prima illustrato riguardo all’essere: per comunicare veramente occorre in prima battuta “essere” consapevoli di sé, della propria vera natura e di tutte le implicazioni di questa, a cui si dovrebbe aggiungere la contezza dell’importanza e della potenza del comunicare.

In questa cultura impoverita dallo scientismo imperante, tecnicizzata e mediatizzata, non è certo facile soffermarsi a riflettere sulle implicazioni e sulle delicatezze di ordine culturale ed emotivo riguardo alla comunicazione, come non è semplice e immediato ammettere le deduzioni che si potrebbero fare da “semplici” frasi ed espressioni che usiamo quotidianamente, come quando diciamo “il mio corpo” o “mi è venuto in mente”, in ordine al fatto che un nesso di “proprietà” o di “connessione”, per quanto stretta, non dovrebbe mai essere sinonimo di identificazione.

Vediamo ora altri aspetti della dualità fra l’essere contemporaneamente entità spirituali, ma possessori di corpi di carne: la mancanza di una piena consapevolezza sulla nostra natura “altra” da quella materiale, sul nostro essere “punto di vista” pensante e creativo, causa all’uomo una basilare, complessa e multiforme debolezza, tale da fargli rispondere in maniera incerta o “istintivamente certa” alle comunicazioni ed agli eventi della vita, arrivando addirittura a fargli evitare comunicazioni più impegnative.

Oggi l’uomo sembra assai impegnato a distrarsi, ad evitare qualsiasi cosa gli sembri “pesante”, ricercando prevalentemente comunicazioni e risposte più “automatiche”, ma finendo così, di norma, per accettare più o meno consapevolmente una delle due possibilità di scelta che invariabilmente appaiono per ogni questione.

Abbiamo così il pensiero diviso e divisivo, un “pro o contro” in ogni ambito e livello, una routine con cui aderiamo quasi automaticamente a qualche divisione e “definizione”, tarpando così la nostra capacità di sintesi creativa.

Alla fondamentale non comprensione del nostro essere si aggiunge così tutta la confusione possibile in merito alla comunicazione, che ci rende incapaci di affrontare la mediatizzazione dell’esistenza mantenendo la specificità del punto di vista: la risultanza di queste problematiche si manifesta nell’incapacità di comporre un vero sguardo personale e “olistico”, finendo così per delegare tale altezza all’adesione ad uno dei due poli che si formano di volta in volta, scambiati erroneamente per corretti o almeno plausibili/ammissibili solo perché grandemente accettati.

Ecco il modo in cui si presta il fianco al divide et impera, da qui origina la divisione: pensiero unico dominante da una parte, con un corrispondente “pensiero unico di minoranza”, per ogni ambito e decisione.

Ciò ovviamente non copre tutto e tutti, molti non sono né di qua né di là, ma la polarizzazione li rende ininfluenti, oltre al fatto che troppi, comunque condizionati dal problema della comunicazione, tendono ad isolarsi in vari modi ed a vari livelli lasciando campo libero alla polarizzazione su tutto.

Oltre a ciò, alcuni si isolano con un certo senso di “superiorità” rispetto alla “massa”, ma questo particolare sentire, che a volte può arrivare al limite della supponenza, può essere a volte indice di un’effettiva resa alla realtà.

Da queste osservazioni e dalla concezione sull’essere con cui le ho introdotte, possiamo trarre una prima importante conclusione, dalla quale iniziare a procedere per ulteriori e necessari approfondimenti: credo sia del tutto evidente che stiamo vivendo un’“esperienza duale”, a tutti i livelli, a partire dal fatto che siamo esseri spirituali, quindi “appartenenti” alla dimensione trascendente creatrice dalla quale è stata originata questa dimensione materiale.

Le virgolette su “appartenenti” sono necessarie a sottolineare la concettualità del temine, dato che la dimensione spirituale è appunto trascendente, di puro pensiero, senza “quantità” di cui “essere parte” e “posizioni” dalle quali “provenire”.

Per qualche ragione abbiamo così dimenticato la nostra vera natura e provenienza non spazio-temporale, per non parlare del fatto che osservare è dato dalla condizione di dualità dovuta alla primigenia creazione, come del resto il comunicare stesso prevede due o più terminali.

Anche l’osservazione del nostro passato e delle nostre scelte testimonia una particolare dualità nell’esistenza: quella fra l’osservatore, che saremmo noi, e il contenuto mentale che abbiamo degli eventi (un’eccessiva e non finalizzata o disciplinata immersione nell’ambito mentale può provocare ricadute negative, emotive, biochimiche e di altro tipo, sulle quali ora non allungheremo il nostro sguardo).

La dualità appare quindi come condizione imprescindibile del vivere in una realtà materiale in qualche modo misurabile, condizione che una volta dimenticata, “evitata” o negata alla consapevolezza, evidentemente uno dei processi per rendere possibile che uno spirito decida di “rinchiudersi” in un corpo, diventa così un mero “sopravvivere” nel corpo e per il corpo stesso.

Ecco allora che possiamo introdurre la questione della complessa mistificazione, che non siamo certo abituati a considerare: la maggior parte di noi ha evidentemente dimenticato il proprio vero essere o rifiuta di riconoscere la spiritualità come tale, si convince di essere carne e crede di “ottenere qualcosa” dall’evoluzione della cultura, che scambia per un presunto “evoluzionismo” della specie in cui siamo finiti; quando lo sviluppo della tecnica arriva all’elettronica, non ci rendiamo conto che con essa stiamo solo “scimmiottando” il nostro stesso pensiero, credendo di esserci abbastanza evoluti da poter progettare nuovi mondi e realtà, mentre stiamo solo ripetendo, a livello materiale, ciò che come spirito puro abbiamo già fatto nella dimensione trascendente che ci è propria, dalla quale è stata generata questa realtà con un atto volitivo e creativo.

Ed ecco spuntare, a questo punto della storia, l’ultima versione del materialismo e dell’“unicismo dimensionale” imperanti: l’adorazione scientista fa sì che non si veda di meglio che applicare le scoperte della fisica quantistica alla nostra natura e dimensione, senza capire che con esse abbiamo “solo” raggiunto un livello di osservazione della materia allo stadio di “pre-utilizzo”, se così si può dire, scambiando addirittura alcune leggi e particolarità subatomiche come costituenti la realtà stessa dello spirito, mentre ne sono solo l’immagine riflessa.

Anche il tempo subisce svariate distorsioni concettuali, a partire dalla pretesa di “isolarlo” dalla materia cui è collegato, senza la quale non esisterebbe e non sarebbe misurabile, oltre al fatto che sappiamo di una sua “elasticità”, unicamente dovuta alle variabili nella nostra osservazione.

Se è quindi comprensibile che la scienza debba per sua natura ricercare un punto di vista oggettivo, dovrebbe anche capire che quando rivolge il suo sguardo alle fondamenta della realtà viene a mancare l’oggettività della misura, dato che ha a che fare, se vogliamo, con enti ancora allo stadio elementare.

A quel punto entra molto nel campo delle ipotesi, delle narrazioni, addirittura delle “ideologie”, oltre al fatto che a quel livello entra in campo la variabile dell’osservatore, dato che l’universo materiale è assai soggetto allo sguardo e all’azione dei suoi creatori.

A margine abbiamo ovviamente molte altre questioni, come le congetture sul fatto che l’universo apparirebbe troppo grande per una sola specie, che aprirebbero all’idea di varie altre civiltà e razze, rappresentano questioni assai complesse e richiederebbero ben altro spazio per essere ben comprese, ma comunque non inficiano il quadro generale: dalla sua dimensione creativa e trascendente, ad un certo momento lo spirito, inteso come l’insieme degli esseri spirituali, decide di generare un universo e di prendere possesso di alcune linee genetiche poste opportunamente per essere in qualche modo “ospitate”.

Torniamo ora alle questioni fondamentali di questo articolo relative allo spirito, alla realtà e alla dualità dell’esistenza generata con la creazione, cercando di scavare ulteriormente le basi della divisione che ci fa cadere trappola dei divide et impera.

Per fare ciò occorre approfondire la questione partendo da tutte le dualità presenti in un ente così complesso come l’uomo, soffermandoci in prima battuta su una questione basilare e non eludibile, per tentare di comprendere cosa sia in effetti un “essere umano”.

Dato che la presenza del corpo è indiscutibile e la definizione di una sua essenza spirituale potrebbe non ricevere unanimi consensi, fermiamoci all’aspetto mentale riconosciuto da tutti, cioè quell’ambito evidentemente utile/necessario a trarre conclusioni dai dati del presente e della memoria, lasciando per un attimo da parte se e quanto tale ambito sia bastante a comprendere tutto l’ente pensante e autoconsapevole che è ciascuno di noi.

Da questo precedente articolo sull’intelligenza artificiale, riporto una definizione di “mente” che ho riassunto da alcuni studi autodidattici sull’argomento svolti nel corso degli anni, una definizione impegnativa, ma chiara, che trovo più che sufficiente per scopi divulgativi.

Una rete di contenuti, pensieri, concetti e immagini che sono una copia delle esperienze e delle conclusioni dell’essere e della sua parte biologica, formata dall’essere e dalla sua parte biologica in modo automatico a vari livelli e profondità e con diversi gradi di accessibilità, non tutti immediati e facilmente raggiungibili, anche se nessuno di questi è necessariamente irraggiungibile. Ogni immagine e contenuto è corredato da vari tipi di percetti e dal livello emozionale dell’essere al momento della registrazione. Tutti i contenuti della mente sono in grado, se stimolati coscientemente o non coscientemente, di influire sul pensiero, sull’ambito emozionale e sulla parte biologica a vari livelli, influenze non sempre direttamente o facilmente accessibili alla consapevolezza dell’essere nel momento in cui avvengono. Una delle caratteristiche della mente è un elemento capace di viaggiare lungo il suo percorso temporale, per raggiungere le varie registrazioni ai vari livelli. Tale meccanismo può essere indirizzato a ciò dall’essere cui la mente appartiene, come quando ricordiamo o cerchiamo informazioni nel nostro passato che non conosciamo o non ricordiamo, anche nei livelli non immediatamente accessibili alla coscienza, o attivato al di sotto del livello di consapevolezza in vari momenti e con diversi meccanismi automatici. Le informazioni della mente che sono al di sotto del livello di consapevolezza sono dovute a traumi di vario tipo, mentre le informazioni ed i comandi che il meccanismo tira accidentalmente fuori da queste sono la causa di molti dei problemi psico-fisici dell’uomo e dei suoi comportamenti apparentemente più irrazionali. La mente non è l’essere che la possiede, ma una sua prerogativa di cui ha consapevolezza perché dotato di coscienza.

Come possiamo quindi comprendere, nella mente abbiamo due livelli di dati e meccanismi: uno è più o meno conoscibile e controllabile dall’essere, mentre l’altro è di più difficile accesso, nonostante possa influenzare emozioni, comportamenti, stato psicofisico e vita dell’essere stesso.

Questo livello mentale è stato chiamato “inconscio”, ma al contrario, a non essere pienamente cosciente della sua esistenza è proprio il suo possessore, mentre tale livello è evidentemente sempre pronto ad accendersi in modo automatico quando sollecitato da varie situazioni ambientali e relazionali, da input di varia natura.

Il fatto che da questo livello giungano così tante pulsioni, sollecitazioni e apparenti “risposte”, normalmente non facilmente intellegibili dall’essere, al massimo intuibili con deduzioni superficiali e opinabili della cui correttezza è sempre lecito dubitare, ha comunque e ovviamente affascinato filosofi, artisti e ricercatori.

Tale fascino, ha fatto sì che si possa sorvolare sulla sua base automatica di stimolo-risposta, che lo farebbe scadere di importanza, se non per quella necessaria a metterci in guardia sulla sua natura.

Al contrario, non abbiamo pensato di meglio che attribuirgli il deposito di archetipi, del nostro passato e un fondamentale concetto di “primazia” sul pensiero razionale e consapevole, sulla volontà, sulle azioni, sulla natura e sui nostri stessi scopi, determinando così un sostanziale senso di imprevedibilità e di fondamentale irrazionalità per l’uomo, una “tara” che cercheremmo di contenere con l’istruzione, la morale e il diritto, “armamentari” e sforzi assai criticati e che possono apparire spesso inutili, dato che secondo molti sarebbe malsano e ingiusto ribellarsi alla nostra natura fondamentale che non sarebbe certo spirituale, ma animale, istintuale, emotiva… insomma, difficilmente razionalizzabile.

Ecco allora tutta la “cultura dell’inconscio” apparentemente profonda, intuitiva, sensibile, percettiva, creativa e artistica, che può essere emotivamente e culturalmente accattivante/repellente, alla quale permettiamo di plasmare un’idea di uomo sempre in bilico, oggi si tende anche a dire “fluido”, soggetto a forze più grandi di lui, impedito ad una razionalità che non escluda le emozioni, un uomo incapace di darsi un’etica superiore, oltre ad essere totalmente emotivo e disorientato, inadatto a raggiungere un “sano” equilibrio: insomma, soggetto ideale per essere medicalizzato, mentre si fa intrattenere dalla “società dello spettacolo totalizzante”.

Ciò che nessuno evidenzia, se non una netta minoranza, è il concetto che l’inconscio non siamo noi, dato che sarebbe solo la parte non immediatamente conoscibile della mente e del passato umano e spirituale, ma opera su di noi perché abbiamo un corpo; è un pensiero automatico di apparente “sopravvivenza”, ma in quanto automatico è sotto il livello di consapevolezza, si forma nell’incoscienza e scambia cose contrarie alla sopravvivenza per favorevoli, creando così le scelte apparentemente irrazionali della nostra esistenza.

Nell’uomo tale livello è assai più deleterio che negli animali, dove resta in qualche modo utile alla mera sopravvivenza, data la presenza del linguaggio che il cosiddetto inconscio deposita e riusa per attivarsi interpretandolo alla lettera, visto che ha solo un pensiero rozzo di stimolo-risposta.

La cultura dell’uomo, soprattutto occidentale, si è fatta evidentemente affascinare troppo dall’inconscio, rimanendo così “soggiogata” dal suo fascino perverso.

Con la sua venerazione trasliamo al nostro interno la dualità dell’esistenza dovuta alla creazione, auto costruendo le basi per l’assoggettamento ai meccanismi di quei divide et impera sui quali poggia il sistema di controllo medicalizzante e totalitario, che ci sta regalando il messaggio trans-postumano di presunta evoluzione positiva: personalmente non credo nell’evoluzione come comunemente intesa, ma osservo il processo della storia che con la sua ripetitività contraddice il presunto evoluzionismo.

Sintetizzando: credo che l’“evoluzionismo” della nostra specie appaia più corretto se descritto come un processo di ricordo/riconquista delle prerogative dell’essere, che trova purtroppo un punto esiziale nella scoperta dell’elettronica: da quel momento inizia ad elaborare un “miraggio di creazione” di un livello assai più basso della dimensione creatrice originaria e trascendente, anche se sufficientemente “interessante” per mandarlo completamente fuori strada.

L’informatizzazione estesa e l’IA, inopportunamente elevata al rango di identità, aprono la strada al controllo profondo dell’essere a alla sua deriva trans-postumana, minacciando così la sua possibilità di tornare alla totale consapevolezza delle origini.

Penso che, al contrario, il vero sviluppo del pensiero sia quello che passa dalla conoscenza di noi stessi e della nostra mente, certo non le sue propaggini biologiche sulle quali dalla modernità si concentra uno sguardo del tutto fuorviante e biochimicamente pericoloso, da un punto di vista totalitario, per far sì che dalla comprensione della nostra specificità su tutto il resto si possa accedere alla riconquista del nostro vero essere, che per qualche motivo, ad un certo punto, ha deciso di mediare tutto tramite questi corpi a cui si è “appiccicato”.

Credo quindi che siamo esseri spirituali e che “psiche” sia spirito, checché ne dicano le psico-“scienze” buone solo a riformulare in modo confuso definizioni e concetti: se vogliamo scongiurare la tecno-distopia dobbiamo perciò “guardare in alto”, in tutti i sensi, non certo nell’inconscio dal quale è facile essere controllati automaticamente su una base di reazione a stimolo-risposta.

Ovviamente, questa trappola è resa possibile dalla vittoria del materialismo sulla spiritualità, data la negazione oggi maggioritaria delle dualità corpo/pensiero – materia/spirito, in favore di una concezione apparentemente “olistica”, in realtà profondamente materialista, in cui addirittura tutto l’esistente si ritiene dotato di una qualche forma di “pensiero”, anche la materia non biologica come ad esempio un sasso o una sedia.

Oltre alle varie perplessità di ordine logico e filosofico relative a questa concezione, non mi pare che si rifletta abbastanza sul pericolo che questa filosofia giustifichi di fatto una pari dignità fra l’uomo e le macchine: ripeto che l’IA può essere l’ultimo trastullo su cui si sta giocando la nostra definitiva possibilità di libertà intellettuale e spirituale.

Giunti quindi al punto della storia che definisco tecno-distopico, una fine che appare inevitabile quando lo spirito vivente si fa prendere la mano dell’elettronica dimenticando la sua vera essenza, inviterei alla costruzione di un progetto consapevole e realmente olistico di restaurazione del libero pensiero e di riforma politica, all’insegna degli “ecumenici” diritti umani dai quali ri-orientare tutto, perché altrimenti niente di auspicabile spunterà dall’“attesa evolutiva” (quando parlo di diritti umani mi riferisco al loro senso originale, come impresso nella Dichiarazione Universale, non certo nella caricatura progressista che oggi li sta ridicolizzando).

Personalmente, in assenza di una progettualità culturale e politica consapevole della portata dei problemi e utile alla drammatica fase della storia che stiamo vivendo, ritengo comunque doveroso perseverare nel continuo impegno analitico, creativo ed espressivo, per dare comunque possibilità alla speranza.

 

5 luglio 2024
fonte immagine: Flickr, Wikimedia Commons

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