La nascita e la ricomposizione delle nuove forze del dissenso offrono un’opportunità irripetibile: evolvere dalla sola protesta sui diritti individuali e sanitari verso una vera e propria proposta di governo economico-monetaria. Per passare dalla contestazione alla costruzione di un Paese prospero, occorre affrontare il cuore della finanza pubblica.
Ogni volta che si discute di una drastica riduzione della pressione fiscale, la reazione del dibattito pubblico è sempre la stessa: “E poi come si pagano ospedali, scuole e polizia?”.
La domanda nasce da un equivoco reale sulla natura della moneta a corso legale. In uno Stato contemporaneo dotato di piena sovranità monetaria, la tassazione non serve a “raccogliere i soldi” che lo Stato spende: serve a ritirare moneta dalla circolazione per controllare l’inflazione e creare domanda per la valuta nazionale.
Il vincolo di quello Stato non è la disponibilità finanziaria, ma la disponibilità di risorse reali come lavoro, materie prime e capacità produttiva.
Questo è lo schema teorico della Modern Monetary Theory (MMT) ed era già presente nell’impostazione keynesiana da cui deriva, che descrive correttamente il funzionamento di Paesi come Stati Uniti, Giappone o Regno Unito, i quali emettono la propria moneta e ne controllano il cambio.
Va detto con altrettanta chiarezza che questo modello non descrive nella stessa forma la posizione attuale dell’Italia. A differenza di quanto avveniva durante la Prima Repubblica, l’Italia è oggi uno Stato membro dell’Unione Economica e Monetaria: non emette una propria valuta nazionale, non ne controlla il cambio, e la base monetaria comune è gestita dalla BCE e non dal Tesoro italiano.
Applicare lo schema MMT al caso italiano richiede dunque un’ipotesi ulteriore, tutta da dimostrare sul piano istituzionale: una modifica sostanziale dell’attuale cornice dei Trattati europei, che va dichiarata come tale e non data per acquisita.
Vale anche la pena ricordare che la MMT resta una teoria eterodossa: gran parte della disciplina economica mainstream ne contesta la trasferibilità a economie aperte come quella italiana, evidenziando il rischio inflattivo di un’emissione priva di vincoli di mercato e la tenuta della credibilità valutaria in assenza di sovranità piena.
Il prosieguo di questo ragionamento assume quindi, esplicitamente, uno scenario contro-fattuale rispetto allo status quo istituzionale, e non una descrizione di ciò che l’Italia può fare oggi a legislazione invariata.
Il quadro contabile: i numeri reali
Per valutare la sostenibilità di una transizione verso una fiscalità drasticamente ridotta e l’introduzione di un reddito di base universale, occorre partire da un quadro di bilancio pubblico corretto, molto più severo di quanto le narrazioni divulgative lascino intendere.
Ecco i dati ufficiali di sintesi (ISTAT, Banca d’Italia e MEF):
| Voce di Bilancio | Valore | % del PIL |
|---|---|---|
| PIL nominale | ~2.250 – 2.260 Mld € | 100% |
| Pressione fiscale (imposte + contributi sociali) | ~973 Mld € | 43,1% |
| di cui sole imposte erariali (Irpef, Iva, Ires, bolli) | ~570 Mld € | — |
| Spesa pubblica totale | 1.152,9 Mld € | 51,1% |
| Spesa pubblica al netto degli interessi | 1.065,7 Mld € | 47,2% |
| Spesa per interessi sul debito pubblico | ~85 – 93 Mld € | 3,8 – 4,1% |
| Saldo primario (entrate meno spesa, escl. interessi) | ~70,3 Mld € | +0,8% |
| Indebitamento netto complessivo | – | -3,1% |
| Debito pubblico | – | 137,1% |
Il dato decisivo, quello che ridefinisce l’intero problema, è il saldo primario positivo: al netto degli interessi, lo Stato italiano incassa già più di quanto spende per i servizi ai cittadini.
Il disavanzo complessivo è quasi interamente spiegato dal costo del debito pregresso, non da uno squilibrio strutturale fra entrate e spesa corrente. Ne consegue una conclusione scomoda ma necessaria: il margine disponibile per finanziare un reddito universale non va misurato contro una spesa pubblica ridotta a 650-700 miliardi (come una lettura superficiale potrebbe suggerire), ma contro una spesa reale superiore a 1.000 miliardi di euro.
Il divario fra “spesa essenziale” e “spesa complessiva” è molto più stretto di quanto un’analisi ottimistica tenda a rappresentare.
Anche il costo della burocrazia va trattato con cautela metodologica: il solo monte-redditi da lavoro dipendente pubblico vale circa 190 miliardi l’anno. Se si sostiene che l’automazione possa recuperare una quota di questa cifra, occorre isolare la componente di spreco evitabile da quella di costo necessario per erogare i servizi, altrimenti qualunque stima di risparmio resta un’affermazione non verificabile.
La proposta: un reddito di base universale finanziato dalla produttività automatizzata
Il nome corretto per la misura qui discussa è reddito di base universale e non “Reddito di Cittadinanza”, termine che in Italia identifica una misura già esistita fra il 2019 e il 2023, condizionata e selettiva, molto diversa nella struttura da un trasferimento incondizionato a tutta la popolazione. Usare lo stesso nome per due politiche diverse genera confusione nel dibattito pubblico.
Il modello proposto si articola su tre leve:
- Un ruolo diverso, non abolito, per la tassazione. Se una quota della spesa per servizi essenziali fosse coperta da emissione del Tesoro anziché da tassazione dei redditi, nello scenario contro-fattuale sopra dichiarato, l’effetto teorico sarebbe una riduzione del costo fiscale incorporato nei prezzi finali. Il vincolo reale, in ogni scenario, resta lo stesso: la capacità produttiva del Paese, non la disponibilità dei conti pubblici. La tassazione non sparisce come funzione: cambia obiettivo, passando da fonte di finanziamento a strumento di controllo della domanda aggregata.
- L’automazione della Pubblica Amministrazione come leva di risparmio verificabile. Un sistema di audit e tracciamento automatizzato dei flussi di spesa pubblica tramite Intelligenze Artificiali può ridurre l’inefficienza amministrativa e i passaggi burocratici ridondanti. Ma il margine disponibile va calcolato sulla spesa pubblica reale (~1.153 miliardi), non su una base dimezzata: solo così le stime di risparmio restano credibili e falsificabili.
- Dal risparmio di gestione al reddito di base universale. Una volta corretti i numeri, il margine disponibile per finanziare un trasferimento universale è sostanzialmente più stretto di quanto un’impostazione ottimistica potrebbe suggerire. Questo non rende il progetto impraticabile, ma impone di essere espliciti sulla combinazione di leve che lo renderebbe sostenibile: riduzione di sprechi effettivamente quantificati tramite audit, eventuale redistribuzione di spesa esistente, e solo come ipotesi teorica dichiarata, un margine di finanziamento monetario che presuppone una modifica sostanziale dell’attuale cornice europea.
Un percorso verificabile, non uno slogan
Un progetto di questa portata, per essere credibile oltre la cornice teorica, richiede tre elementi che vanno dichiarati fin dall’inizio:
- Quali categorie di spesa pubblica sottoporre per prime ad audit automatizzato;
- Quale soglia di risparmio effettivamente verificato giustificherebbe l’avvio di una fase pilota del reddito di base;
- Quale posizione istituzionale lo Stato dovrebbe assumere rispetto ai vincoli del Patto di Stabilità e ai Trattati europei, dato che l’ipotesi di finanziamento monetario diretto presuppone un cambiamento che oggi non esiste nell’ordinamento dell’Unione.
La sovranità, in questo quadro, non torna al Parlamento e ai cittadini per effetto di una semplice riforma contabile: torna nella misura in cui il dibattito pubblico accetta di misurarsi con i numeri reali, non con una loro versione semplificata. È quella la vera condizione preliminare più della tecnologia, più della riforma fiscale in sé, perché un progetto di questo tipo passi dalla teoria a una proposta politica seria.




