Forse è arrivato il “momento buono”

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Di Furio Ruggiero

Per comprendere il presente, bisogna avere il coraggio di guardare al passato senza filtri, anche quando la storia ci mette davanti a contraddizioni profonde e scomode. Oggi il dibattito pubblico è dominato dai temi della difesa comune, dell’autonomia strategica e del ruolo geopolitico del Vecchio Continente. Ma quanti conoscono i retroscena del pensiero dei padri fondatori? Quanti sanno che, alle origini del progetto federalista, c’era chi teorizzava la necessità di uno scontro armato per fondare e consolidare l’Europa unita?

La citazione dimenticata e il cinismo della Realpolitik

La frase rivelatrice è scritta nero su bianco a pagina 175 del primo volume del Diario europeo (1948-1969) di Altiero Spinelli, pubblicato dalla casa editrice il Mulino. La data è il 12 aprile 1953. In un momento di riflessione privata, Spinelli annota:

«Per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto è che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono».

A una prima lettura, queste parole possono sembrare quelle di un guerrafondaio. In realtà, esprimono il crudo cinismo della Realpolitik. Spinelli stava analizzando lucidamente le dinamiche della Guerra Fredda tra USA e URSS. Sapeva perfettamente che i singoli Stati europei, come l’Italia, la Francia o la Germania, erano gelosi della propria sovranità nazionale e non l’avrebbero mai ceduta spontaneamente in tempi di pace.

L’Europa non sarebbe mai nata in un clima di pace e “distensione”; aveva un disperato bisogno di uno shock esterno. La tensione serviva a terrorizzare i governi europei, costringendoli a fare il primo passo: unirsi sotto l’ombrello di una comunità comune. In quegli anni, infatti, si discuteva la CED, la Comunità Europea di Difesa. La guerra contro l’Unione Sovietica, quella “da saper fare al momento buono”, rappresentava la prova del nove. Secondo la logica federale di Spinelli, un’Europa appena nata sarebbe rimasta fragile e divisa se non fosse stata cementata da una prova storica definitiva: un conflitto difensivo contro la minaccia sovietica, da combattere uniti e da “saper gestire” politicamente nel momento di massima coesione e forza.

L’istituzionalizzazione dell’emergenza: dal 1953 a oggi

È qui che l’analisi storica deve farsi strumento per decodificare il presente. Il meccanismo descritto da Spinelli non è un reperto da biblioteca, ma il motore immobile del processo di integrazione sovranazionale. Le nazioni non cedono il monopolio della forza e le chiavi del proprio bilancio per un astratto ideale di fratellanza; lo fanno quando si sentono minacciate o sotto ricatto degli eventi. La struttura del potere europeo è stata storicamente concepita per avanzare attraverso la gestione delle crisi.

Di fronte all’attuale accelerazione verso il riarmo, all’economia di guerra evocata sempre più spesso nelle sedi istituzionali e all’escalation militare permanente, le parole del 1953 assumono un contorno inquietantemente attuale. Stiamo forse vivendo quel “momento buono” auspicato da Spinelli? Oggi l’architettura geopolitica è mutata, ma la dinamica psicologica e politica rimane identica: utilizzare l’emergenza esterna per giustificare cessioni di sovranità che, in condizioni di normalità democratica, le popolazioni rifiuterebbero categoricamente.

Un dibattito ancora aperto per l’attivismo consapevole

Questo estratto solleva interrogativi profondi per chiunque faccia attivismo oggi. Il progetto europeo è davvero un ideale di pace universale, o è nato fin dal principio come un blocco geopolitico di necessità, concepito per sopravvivere e compattarsi solo sotto la spinta della paura e della guerra?

Centrare il dibattito pubblico su queste origini ci permette di analizzare le scelte strategiche odierne con una consapevolezza storica del tutto nuova. Smontare la retorica dell’emergenza perpetua e comprendere a fondo i meccanismi di controllo e coercizione degli Stati significa impedire che le popolazioni vengano trascinate verso l’abisso di un conflitto continentale, venduto dall’alto come il prezzo inevitabile per il compimento politico dell’Unione.

Bibliografia e spunti di ricerca

Per inquadrare politicamente e storicamente questi temi, fornendo fondamenta solide all’articolo, ecco una bibliografia ragionata:

  • Altiero Spinelli, Diario europeo (1948-1969), a cura di Edmondo Paolini, Il Mulino, 1989. Il volume fondamentale da cui è tratta la citazione (p. 175), imprescindibile per osservare il distacco tra le dichiarazioni pubbliche dei padri fondatori e il pragmatismo strategico privato.
  • Alan S. Milward, Il salvataggio dello Stato-nazione in Europa, Einaudi, 1998. Un’opera storica fondamentale che smonta la narrazione idealistica dell’integrazione europea, dimostrando empiricamente come le istituzioni comunitarie siano state create dagli Stati nazionali non per superare sé stessi, ma per sopravvivere e riorganizzare il proprio potere nel dopoguerra.
  • Carl Schmitt, Il concetto di «politico», 1932 (ed. it. Il Mulino). Lettura teorica cruciale per decodificare il meccanismo amico/nemico descritto implicitamente da Spinelli. Schmitt illustra come l’individuazione di una minaccia esistenziale esterna sia il vero collante che definisce e compatta un’entità politica sovrana.
  • Giandomenico Majone, Europa. L’azzardo della persuasione, Rubbettino, 2011. Un saggio acuto su come l’Unione Europea abbia storicamente proceduto “per vie traverse”, utilizzando la tecnica, le crisi economiche e le presunte urgenze per forzare trasformazioni politiche irreversibili al riparo dal controllo democratico diretto.
  • Marco Bresciani, La Guerra Fredda e l’Europa. Storia di un’integrazione difficile, Carocci, 2018. Utile per contestualizzare il dibattito sulla Comunità Europea di Difesa (CED) dei primi anni ’50 e il ruolo della paura nel forzare i governi nazionali a sedersi al tavolo delle trattative federali.

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Furio Ruggiero - Osservatore e analista dello spirito del tempo, persegue l'antico cammino di Malāmat NON senza successo. https://medium.com/@furio