di Alessandro Freddi
(segue: 8. Il Congresso per la Libertà della Cultura)
Nel settembre 1943, arrivato a Bari al seguito dell’ottava Armata, il maggiore britannico Ian Greenlees si dirige dritto alla sede dell’EIAR e ne prende possesso. Nasce così Radio Bari, uno dei primi e più importanti organi radiofonici dell’Italia liberata dal fascismo: non un’emittente indipendente nel senso moderno del termine, ma uno strumento della guerra psicologica alleata, incardinato nel Psychological Warfare Branch, che pure rompe il monopolio informativo del regime e dà per la prima volta spazio alle voci antifasciste. Quindici anni dopo, nel 1958, lo stesso uomo diventa direttore del British Institute of Florence, l’istituto di cultura inglese più prestigioso della Penisola. Tra le due tappe non c’è una semplice equivalenza: c’è una continuità di persone, relazioni e interessi strategici che vale la pena ricostruire passo per passo, lasciando alla trasformazione degli strumenti britannici d’influenza, non a un disegno presupposto, il compito di spiegare se stessa.
Contesto storico
Il British Council nasce a Londra nel 1934-35, costituito come ente semi-indipendente sotto l’ala del Foreign Office con il compito dichiarato di promuovere la lingua e la cultura britannica all’estero. In Italia arriva presto: già nel 1938-39 conta cinque istituzioni attive, prima che l’ingresso del Paese in guerra ne imponga la chiusura forzata.
La riapertura, nell’aprile 1945, non è un dettaglio amministrativo mandato in coda ai problemi più urgenti della ricostruzione: è una decisione politica deliberata, presa nel momento stesso in cui Londra sta ridisegnando la propria influenza sul continente. Ronald Bottrall viene nominato Representative a Roma; la sede centrale per l’Italia e l’Istituto si insediano a Palazzo del Drago, in via delle Quattro Fontane; nel corso dell’anno riaprono gli Istituti di Palermo, Milano e Torino, mentre Francis Toye torna alla direzione del British Institute di Firenze. Sir Alexander Cadogan, sottosegretario permanente al Foreign Office, lo scrive senza ambiguità in una lettera a Sir Malcolm Robertson databile ai primi di gennaio 1945 (Public Record Office, BW 69/10): le occasioni di esercitare un’influenza politica diretta nella maggior parte dei Paesi dell’Europa orientale saranno probabilmente limitate — scrive — e per questo i mezzi indiretti, in primis il lavoro di lungo periodo del British Council, diventeranno molto preziosi; quanto all’Italia, raccomanda già che il Council riprenda le proprie attività non appena l’ambasciata di Roma lo ritenga opportuno. Dove la forza smette di contare, deve subentrare la cultura anche quando, come qui, il bersaglio immediato della lettera è un altro continente e l’Italia compare solo come corollario.
Prima ancora di questa fase, però, Greenlees aveva già attraversato un capitolo meno lineare della stessa storia. Fino al 1939 il British Institute di Firenze era diretto da Harold Goad, apertamente favorevole al fascismo e al corporativismo al punto da collaborare a un manuale sul “funzionamento dello Stato corporativo” che il regime stesso fece circolare nei consolati italiani negli Stati Uniti. Goad viene rimosso il 1° maggio 1939, poche settimane prima del Patto d’Acciaio, e sostituito dal musicologo Francis Toye; a Greenlees, nel frattempo, viene affidato il coordinamento della propaganda britannica in Italia. È un incarico che gli costa caro: le autorità fasciste lo sospettano di spionaggio già dall’autunno 1938, non a caso per la sua amicizia con Benedetto Croce: la stessa amicizia che nel settembre 1939 porterà all’apertura di un istituto britannico proprio a Palazzo Filomarino, la residenza napoletana del filosofo. In questo episodio meno lineare si intravede già il problema più interessante dell’intera vicenda: le stesse competenze linguistiche, le stesse amicizie, le stesse reti di contatti possono servire, a seconda del contesto politico, funzioni opposte: complicità con un regime, sospetto di spionaggio contro di esso, propaganda alleata. Non è necessariamente lo stesso disegno a ripetersi; può essere la stessa persona messa, di volta in volta, al servizio di padroni diversi.
Analisi critica
Nei primi anni del dopoguerra l’investimento sembra ripagare. Alla Biennale di Venezia del 1947 il padiglione britannico, curato dal British Council e allestito con opere di Turner, riscuote un successo tale che il Foreign Office ne propone lo spostamento a Roma per l’edizione successiva: la cultura, in questa fase, funziona come vetrina di un Paese che ha vinto la guerra ma fatica a mantenerne il prestigio economico.
Il caso più rivelatore arriva sei anni dopo, quando il Regno Unito attraversa una crisi di bilancio che costringe il governo a tagliare drasticamente i servizi informativi d’oltremare. Nel gennaio 1951 il Cancelliere dello Scacchiere chiede una riduzione da undici milioni di sterline a otto e mezzo. È in questo contesto che Sir John Troutbeck, presidente del gruppo di lavoro sul futuro del British Council, scrive il 27 gennaio 1951 al sottosegretario agli Esteri Ernest Davies (Public Record Office, FO 924/892, CRA 20/28/51) riportando le parole dell’ambasciatore britannico a Roma — quasi certamente Sir Victor Mallet, in carica dal 1947 al 1953, anche se la lettera lo cita solo per titolo, non per nome: sarebbe gravissimo tagliare il lavoro informativo in Italia proprio nel momento in cui ci si sforza con ogni mezzo di distrarre l’attenzione italiana dalla Russia e dal Comunismo e di attrarla verso la Gran Bretagna. Non è propaganda astratta: è contabilità di Stato applicata al consenso. Le cifre, circolate poche settimane dopo in un documento distinto (la nota di Hugh Gaitskell al governo del 28 febbraio 1951 (PRO, CAB 129/44, CP(51)59), confermano il peso specifico attribuito all’Italia: secondo le stime 1950-51, il British Council vi spende 87.000 sterline nette, la seconda cifra più alta in Europa dopo l’Egitto. Quando i tagli arrivano comunque, nel 1952-53, gli Istituti di Torino e Venezia chiudono: anche la generosità culturale, si scopre, ha un bilancio.
Il modello istituzionale (scuole, biblioteche, borse di studio) è solo una parte della rete. L’altra passa per l’informazione, ed è qui che la Gran Bretagna applica lo stesso apparato bellico a un dominio apparentemente civile. Nell’ottobre 1944 nasce la RAI, erede dell’EIAR fascista: a dirigerla come commissario straordinario viene chiamato Luigi Rusca, uomo già in contatto con i servizi segreti britannici dal 1942, e il primo direttore del giornale radio, lo scrittore Corrado Alvaro, viene scelto su indicazione diretta dello Psychological Warfare Branch: lo stesso organismo che aveva già selezionato con cura le biografie professionali di chi collocare nei posti chiave dell’informazione italiana. Pochi mesi dopo tocca all’informazione scritta. Il 31 maggio e il 29 giugno 1944 il direttore della Reuters, Christopher Chancellor, scrive prima al PWB e poi direttamente all’ambasciatore britannico a Roma, Noel Charles, con un obiettivo dichiarato senza ambiguità: impedire che nasca un’agenzia di Stato sul modello della fascista Stefani, e costruire piuttosto un’entità “genuinamente anglo-italiana” legata alla Reuters, sul modello della controllata Reuters Portuguesa. Il PWB, però, non recepisce integralmente la richiesta: la raccomandazione che formula nell’ottobre 1944 è per un’agenzia italiana indipendente, a carattere cooperativo, non finanziata dal governo, con proprietà e gestione affidate ai quotidiani partecipanti. È questa agenzia (battezzata dapprima Arti, poi ufficialmente ANSA dal 15 gennaio 1945, sette mesi dopo le prime lettere di Chancellor) a nascere, non la sussidiaria della Reuters che Chancellor aveva in mente. La Reuters apre comunque, in parallelo, un proprio ufficio romano, e il raccordo fra le due strutture passa per Renato Mieli, lo stesso ex ufficiale del PWB già impiegato per altre operazioni di influenza sulla stampa, nominato ora ufficiale di collegamento tra l’ANSA e il PWB a egemonia britannica: non una dipendenza editoriale diretta, dunque, ma un controllo esercitato per via di personale e di relazioni, la stessa logica indiretta già vista nel British Council.
L’interesse britannico per l’informazione non si esaurisce in poltrone e testate: punta anche a costruire un ceto intellettuale di riferimento. A Roma appena liberata, il punto d’incontro privilegiato del PWB è il gruppo raccolto intorno al foglio “Risorgimento Liberale”, fondato nell’agosto 1944 da Nicolò Carandini e Leone Cattani sotto la protezione morale di Croce ed Einaudi. Attorno a quella redazione si muovono, tra gli altri, Guido Carli, Luigi Barzini junior, Ennio Flaiano, Vittorio Gorresio: non semplici collaboratori, ma il nucleo da cui gli inglesi sperano possa germinare, nel dopoguerra, un’area laica e anglofila capace di fare da terza forza tra cattolici e comunisti. Scuole di lingua e agenzie di stampa, biblioteche e redazioni, ceti intellettuali coltivati con pazienza: sono strumenti diversi, attivati da uffici diversi, con gradi diversi di coordinamento fra loro ma convergenti, nel medio periodo, verso lo stesso obiettivo di mantenere un’influenza che la forza militare non può più garantire da sola.
Implicazioni attuali
Le due reti che questa puntata ha seguito hanno avuto destini opposti. Il British Council esiste ancora oggi, opera in Italia con la stessa missione dichiarata dal 1934 — promuovere lingua e cultura — e con una continuità istituzionale che nessun’altra potenza ha saputo replicare con altrettanta discrezione. L’apparato sui media del dopoguerra, come struttura visibile e centralizzata, si è invece dissolto: nessuna cancelleria straniera ha più bisogno di nominare il direttore di un’agenzia di stampa o di scegliere chi dirigerà un telegiornale. Questo non significa, però, che gli Stati abbiano smesso di perseguire obiettivi d’influenza sull’informazione, né che le piattaforme che oggi selezionano e distribuiscono le notizie ne abbiano semplicemente preso il posto: l’interesse statale e l’interesse commerciale delle piattaforme possono sovrapporsi, confliggere o restare indipendenti. La domanda che resta aperta, e che i prossimi cicli della serie dovranno affrontare, non è se esista oggi un apparato equivalente, ma come si esercita l’influenza politica sull’informazione quando il potere di selezionarla e distribuirla è condiviso tra governi, imprese private, sistemi algoritmici e utenti, e se l’assenza di un ambasciatore che scrive lettere sui tagli di bilancio sia segno di minore ingerenza, o soltanto di un’ingerenza che ha cambiato forma.
(segue)
Riferimenti bibliografici
Cereghino, M.J., Fasanella, G. (2015). Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli inglesi ci controllano. Milano, Chiarelettere.
Colacicco, T. (2018). “The British Institute of Florence and the British Council in Fascist Italy: from Harold E. Goad to Ian G. Greenlees, 1922–1940”. Modern Italy, 23(3).
Donaldson, F. (1984). The British Council: The First Fifty Years. Londra, Jonathan Cape.
Pedaliu, E.G.H. (2003). Britain, Italy and the Origins of the Cold War. Basingstoke, Palgrave Macmillan.
Colonia Italia
Sinossi
Colonia Italia indaga come l’Italia, dal 1945 a oggi, abbia assorbito un modello culturale anglosassone, americano in primo luogo, non attraverso un’imposizione dichiarata, ma per via di diplomazia culturale, mercato dei consumi e immaginario mediatico. La serie ricostruisce, ciclo per ciclo, come cinema, televisione, musica, lingua, modelli corporei e familiari, consumo e istruzione abbiano finito per riformulare l’identità nazionale italiana su un asse valoriale non proprio. Non è un’operazione nostalgica né un’accusa identitaria contro gli Stati Uniti: è un’analisi critica di un processo storico concreto, delle sue leve e delle sue conseguenze attuali.
Indice articoli pubblicati
Ciclo I – I fondamenti teorici
1.Il concetto di egemonia culturale
2.L’industria culturale come macchina del consenso
4.L’Italia che verrà colonizzata
Ciclo II – Il progetto politico. Diplomazia culturale e Guerra Fredda
6. Il Piano Marshall come progetto culturale
7. L’USIS e il caso Mike Bongiorno
8. Il Congresso per la Libertà della Cultura
9. L’uomo di Radio Bari




