Da Dio al Mercato: 7. La casa degli schiavi

di Alessandro Freddi

(segue: 6. La parte maledetta)

Nel libro dell’Esodo, uno dei testi fondanti della Bibbia ebraica, l’Egitto non è descritto come un paese, una civiltà, un sistema politico. È chiamato beit avadim: la casa degli schiavi. Non è una categoria economica né un giudizio storico: è una categoria cosmica. L’Egitto è il luogo da cui bisogna essere liberati: il punto zero della teologia ebraica del debito, il paradigma di una condizione senza uscita.

Capire perché l’Egitto occupasse questo posto nella memoria biblica — e perché quella scelta narrativa non fosse arbitraria ma rispondesse a qualcosa di strutturalmente preciso sull’economia egizia — aiuta a capire qualcosa che il Capitalismo moderno ha ereditato senza saperlo riconoscere.

Il centro che assorbe tutto

Immaginate un contadino egiziano del secondo millennio avanti Cristo. Ogni anno, dopo il raccolto, i funzionari del faraone si presentano con i loro registri. Il grano viene misurato, registrato, caricato su barche, trasportato ai granai di Stato. Parte ritornerà come razione per i lavoratori delle grandi costruzioni, parte andrà ai soldati, parte agli offici dei templi. Il contadino non decide nulla: consegna e riceve. Non ha debiti con nessun mercante, non ha ipotecato la terra, non ha venduto i figli. Il suo rapporto è direttamente con il sistema che lo nutre e che lui nutre.

Questo meccanismo, che Karl Polanyi analizzò come il caso più puro di «economia redistributiva» del mondo antico, era sorretto da una cosmologia precisa. Il faraone non era un re nel senso moderno: era un dio incarnato, il garante della ma’at, l’ordine giusto dell’universo. Il Nilo esondava ogni anno perché il faraone manteneva la sua relazione con gli dèi. Il grano cresceva perché l’ordine cosmico era rispettato. Non era propaganda: era il modo in cui quella civiltà descriveva il funzionamento del mondo, e lo descriveva così da tremila anni.

Va detto che prestiti privati, contratti e interessi esistevano anche in Egitto, soprattutto nel Nuovo Regno e nel periodo tardo. Ma il debito privato non occupava il posto sistemico e destabilizzante che aveva nella Mesopotamia urbana. Non era il meccanismo centrale intorno a cui si strutturavano i rapporti tra classi e generazioni. Era un fenomeno marginale rispetto alla logica redistributiva che dominava l’economia del palazzo.

Il debito che non si cancella

Il contadino sumero che si indebitava con il tempio aveva un creditore preciso, un tasso fissato, e l’orizzonte del clean slate: la lavagna pulita che il re avrebbe proclamato al momento opportuno. Il suo debito era reale e oneroso, ma aveva un limite incorporato nel cosmo: il ritmo ciclico che il re ristabiliva periodicamente (vedere 2. La parola libertà).

Il contadino egiziano si trovava in una condizione diversa. La cosmologia egizia poteva essere vissuta come una forma di debito originario verso l’ordine garantito dal faraone: non un debito contratto compiendo un atto, ma una condizione strutturale dell’esistere dentro quel sistema. Il faraone era il datore di vita, il garante del Nilo. Non c’era un creditore umano da cui riscattarsi, né un decreto reale che potesse rimettere quell’obbligo cosmico, perché quell’obbligo non era mai stato contratto: era la struttura stessa della realtà.

L’Esodo non spiega il termine beit avadim come critica di un’economia. Lo costruisce come categoria cosmica: l’Egitto è il luogo da cui bisogna essere liberati, il paradigma di una condizione senza uscita. Che quella lettura corrisponda pienamente alla realtà storica egizia è discutibile; che abbia plasmato la teologia del debito occidentale è fuori discussione.

La risposta dell’Esodo

È qui che la teologia ebraica compie un passo radicalmente nuovo. Il Dio degli Ebrei non è il faraone che ha creato il mondo e lo sorregge con la sua presenza divina: è un Dio che si pone al di fuori del cosmo e lo può trasformare, che può sospendere le leggi naturali, che può togliere il proprio popolo dalla beit avadim attraverso un’azione storica unica e irripetibile.

La liberazione dall’Egitto non è il ripristino di un ordine perturbato, come il clean slate sumero: è la fondazione di un ordine nuovo. E il cuore di quel patto, come il Levitico avrebbe poi codificato, è che il debito tra uomini non può mai diventare permanente, perché la vera proprietà appartiene a Dio, e gli uomini sono soltanto suoi ospiti.

Si può leggere il Giubileo come la risposta teologica a una civiltà in cui il debito coincideva con l’ordine cosmico. Quando il Levitico dice «proclamerete la libertà per ogni suo abitante» e aggiunge «la terra è mia e voi siete forestieri e ospiti presso di me», il referente implicito è un mondo in cui la terra appartiene al potere cosmico e gli uomini sono ospiti senza diritto di riscatto. Michael Hudson ha mostrato come il termine ebraico per quella liberazione, deror, sia il cognato esatto dell’accadico andurārum: stessa radice, stesso meccanismo, ma trascritto in linguaggio teologico e reso automatico, sottratto alla discrezionalità del re.

Il debito permanente

Il problema non è l’esistenza del debito. Ogni civiltà esaminata in questa serie lo aveva: i Sumeri, gli Ebrei, i Greci, i Romani. Il problema è l’assenza di un meccanismo cosmologicamente legittimo di uscita dal debito. È lì che le civiltà si distinguono: non per quanto debito producevano, ma per come lo gestivano.

I Sumeri avevano il clean slate del re. Gli Ebrei avevano il Giubileo divino. Entrambi avevano capito, per ragioni diverse, che il debito senza reset distrugge il tessuto sociale con la stessa inesorabilità con cui l’interesse composto supera la capacità di rimborso.

A livello individuale sopravvive una forma di reset: il fallimento. Ma è una valvola di emergenza che punisce invece di liberare: non un meccanismo collettivo e periodico di riequilibrio. A livello macro (il debito pubblico degli Stati, il debito sistemico delle crisi finanziarie) nessun Giubileo è previsto. La Grecia nel 2010, l’Argentina nel 2001: i creditori vengono tutelati, i debitori no. La ristrutturazione del debito è un’altra parola per “paghi lo stesso, ma in più anni”.

Il Capitalismo contemporaneo riproduce, sotto forme nuove, alcune caratteristiche strutturali che il racconto biblico associava simbolicamente all’Egitto: obbligazioni permanenti, assenza di remissione periodica, subordinazione dell’individuo a un ordine impersonale (il Mercato, il rating, lo spread), che nessuno ha eletto e nessuno può destituire.. Non c’è una linea genealogica diretta che vada dall’Egitto al Capitalismo moderno, ma la struttura che la memoria biblica chiamava beit avadim si riconosce ancora: il debito che non ha scadenza, il creditore che non ha volto, l’uscita che non è prevista dall’ordine delle cose.

Il debito cosmico verso il faraone si è trasformato in debito finanziario verso il Mercato. La ma’at si è trasformata in rating del credito. E la beit avadim non ha cambiato struttura. Ha solo cambiato nome.

(segue)

Fonti

Hudson, Michael, …and forgive them their debts: Lending, Foreclosure and Redemption from Bronze Age Finance to the Jubilee Year, ISLET-Verlag, Dresden 2018.

La Bibbia: Esodo; Levitico 25.

Polanyi, Karl, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Einaudi, Torino 1974.

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