La scuola italiana forma persone incapaci di comprendere il proprio tempo

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Un diciottenne che oggi conclude il proprio percorso in un liceo italiano, magari conseguendo il massimo dei voti all’esame di Stato, si ritrova a vivere una situazione profondamente paradossale. È in grado di tradurre una versione di Cicerone o di analizzare la complessa struttura metrica di un sonetto di Petrarca o le figure retoriche di Manzoni, ma si scopre del tutto analfabeta di fronte ai meccanismi fondamentali che governano la società attuale in cui vive.
Non solo non sa cosa sia un bollettino postale, come interpretare le voci di una busta paga, come funzioni il bilancio di una famiglia o cosa sia lo SPID, conoscenze fondamentali per la vita di tutti i giorni, ma ignora completamente che cosa sia lo spread dei tassi di interesse dei titoli di stato, come funzioni l’economia nel suo insieme (macroeconomia), non conosce i propri diritti e doveri costituzionali e non possiede le competenze per difendersi dalle sofisticate manipolazioni psicologiche dei social media.
E stiamo parlando degli studenti formati nei licei, che nelle intenzioni della politica dovrebbero diventare la futura élite dell’Italia.
Nelle altre scuole superiori, a taglio tecnico o professionale, le carenze di cultura generale sono ancora maggiori.
L’obiettivo fondamentale e dichiarato della formazione liceale dovrebbe essere quello di fornire gli strumenti metodologici, scientifici e critici per decodificare, comprendere e governare la complessità del mondo contemporaneo.
Questo obiettivo, però, fallisce in modo sistematico: la scuola italiana non sta formando cittadini consapevoli; sta plasmando anacronismi viventi, persone colte del passato ma disarmate di fronte al presente.
Nota per il lettore: chi scrive si è diplomato in un liceo e poi si è laureato, rendendosi successivamente conto di quante competenze fondamentali (non accessorie) non gli erano state trasmesse nel corso della carriera scolastica, prima liceale e poi universitaria.

Un deserto di competenze contemporanee

Le carenze degli attuali programmi ministeriali non sono dettagli secondari o semplici lacune da colmare, ma voragini strutturali che compromettono la crescita dei ragazzi. Nei licei tradizionali sono totalmente assenti discipline che non sono per nulla “materie tecniche” o professionali, ma che sono oggi indispensabili, la grammatica fondamentale della società moderna.
Facciamo alcuni esempi (lungi da me fare un elenco esaustivo delle carenze nei programmi in un semplice articolo).

  • Macroeconomia e basi di finanza: Senza di esse, per un cittadino diventa impossibile comprendere la radice delle crisi geopolitiche, l’impatto dei trattati internazionali, l’evoluzione dei mercati, fenomeni quotidiani come l’inflazione e i tassi di interesse, come le grandi società della finanza internazionale riescano ad imporre le proprie decisioni alla politica. Il cittadino che ignora come si crea il denaro, come si genera e distribuisce la ricchezza è un cittadino fatalmente esposto alle retoriche populiste e alle oscillazioni di un sistema economico che subisce in modo passivo, senza comprendere ciò che sta realmente accadendo.
  • Diritto: La conoscenza dei fondamenti dello Stato, della Costituzione, dei contratti e delle tutele sul lavoro, dei trattati internazionali, non è un sapere specialistico per giuristi, ma l’ossatura della convivenza civica. Ignorarla significa non sapere dove finisce il potere delle istituzioni e dove iniziano le libertà individuali. Significa non comprendere in quale modo vengono posti dei vincoli, in positivo o in negativo, all’agire dei cittadini.
  • Psicologia sociale e comunicazione: In un’epoca dominata da algoritmi predittivi, social network e campagne di disinformazione di massa, ignorare lo studio scientifico del conformismo, dei bias cognitivi, dell’euristica del giudizio e delle dinamiche di gruppo lascia i giovani privi di difese immunitarie contro questi fenomeni. A maggiore ragione oggi, con le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale. Comprendere la sintassi dell’immagine, i meccanismi della persuasione mediatica e i linguaggi multimediali (inclusi il cinema e la musica contemporanea) è uno scudo critico indispensabile per non essere manipolati.

Il peccato originale: l’eredità di Giovanni Gentile

Per comprendere le cause di queste carenze strutturali nei programmi dei licei è necessario risalire al 1923, l’anno della Riforma Gentile. Il filosofo idealista impostò la scuola italiana su una rigida gerarchia culturale. Da un lato la “cultura alta” nei licei (la filosofia teorica, la storia, le lingue classiche, la letteratura), destinata alla futura classe dirigente; dall’altro le conoscenze applicate e professionali, relegate agli istituti tecnici e considerate intrinsecamente inferiori.

Questo impianto aristocratico ed elitario, ed oggi certamente anche anacronistico, è sopravvissuto indenne a un secolo di storia. L’accademia e la scuola italiana sono ancora intrappolate nel pregiudizio secondo cui studiare il passato sia l’unico modo per sviluppare una “forma mentis” superiore, mentre analizzare i modelli della macroeconomia o le scienze della comunicazione o apprendere le basi del diritto sarebbero un esercizio utilitaristico e privo di valore “umanistico”. La cultura liceale italiana si è arroccata in una concezione puramente storicistica: si è convinti che per capire il presente basti studiare il passato, ignorando che il mondo contemporaneo ha sviluppato complessità sistemiche e tecnologiche che richiedono strumenti scientifici e analitici del tutto nuovi. Se questa visione della cultura umanistica era probabilmente già carente ai tempi di Giovanni Gentile, nel mondo attuale la mancanza di certe conoscenze fondamentali priva le persone che appartengono alla classe dirigente, quindi indirettamente tutta la società, degli elementi indispensabili per comprendere il mondo in cui viviamo. In una democrazia questo significa che un popolo non è in grado di comprendere i motivi per cui è mal governato e le cause profonde dei problemi che si dovrebbero risolvere.

Il secondo peccato: sono passati 100 anni, ma i programmi sono gli stessi

Oltre al problema originario dell’impostazione di Gentile, il secondo problema è che i programmi di 100 anni fa, di letteratura, di storia, di filosofia, terminavano con le conoscenze al XIX secolo. Dopo oltre 100 anni la letteratura, la storia, la filosofia, la storia dell’arte, ma anche la fisica, la matematica, si sono nel frattempo evolute, aggiungendo oltre 100 anni di conoscenze complesse e articolate tipiche del mondo di oggi.

Continuando a studiare in modo approfondito le conoscenze del passato, avendo a disposizione lo stesso monte ore nei corsi scolastici si arriva inevitabilmente a trascurare lo studio delle conoscenze dell’ultimo secolo, senza le quali la comprensione del tempo presente risulta inevitabilmente inadeguata.
A che pro conoscere a fondo Platone ed Aristotele, senza conoscere quasi nulla del pensiero di filosofi che si sono occupati del problemi attuali come ad esempio la bioetica (Hans Jonas), la società del controllo (Michel Foucault), il linguaggio che crea la realtà (Jacques Derrida) ?

Perché la politica rifiuta il cambiamento: i veri motivi

Se la diagnosi è chiara, perché nessun governo ha mai avviato una riforma radicale dei programmi dei licei?
Le ragioni della politica, a mio giudizio, non sono per nulla ideali, ma puramente ciniche, economiche e corporative.

  • Il blocco sindacale e la stabilità delle cattedre: Una riforma reale richiede una redistribuzione delle ore di insegnamento. Se si riducono le ore di insegnamento nelle ore di materie umanistiche “tradizionali”, migliaia di docenti di ruolo di lettere e latino risulterebbero “soprannumerari”. Nessun ministro vuole aprire uno scontro frontale con i sindacati della scuola per gestire una simile massa di docenti da ricollocare o riconvertire, un’operazione che bloccherebbe il sistema scolastico per anni tra ricorsi e proteste.
  • I costi di un sistema moderno: In altri paesi occidentali la scuola funziona su base modulare, ovvero a crediti e materie a scelta dello studente. Questo modello richiede laboratori specializzati, più aule e un corpo docenti flessibile ed esteso. Il sistema rigido italiano, in cui una classe intera ascolta l’appello e segue le stesse materie nella stessa stanza per cinque anni, è una macchina a basso costo e ad altissima prevedibilità finanziaria per le casse dello Stato. Modernizzarlo e renderlo flessibile richiederebbe miliardi di investimenti strutturali in un settore, quello della formazione scolastica, che da troppo tempo è solo soggetto a tagli e ad un ridimensionamento.
  • La riproduzione della classe dirigente: Gran parte dei politici, dei magistrati e degli intellettuali italiani si è formata nei licei tradizionali. Esiste una forma di narcisismo istituzionale che impedisce loro di riconoscere l’anacronismo di quella strutturazione dei programmi. Riformarlo significherebbe dichiarare incompleta e superata la propria stessa formazione, un atto di umiltà intellettuale che la classe dirigente non è disposta a compiere.

Una questione di priorità

Di fronte alla necessità di introdurre nei licei nuove materie fondamentali come il diritto, la macroeconomia, la finanza, la psicologia sociale e la comunicazione, ci si scontra con il limite oggettivo del tempo a disposizione degli studenti, che naturalmente è una risorsa finita. Il carico di studio attuale e le ore settimanali passate in classe sono già al limite della saturazione biologica ed emotiva degli adolescenti. Aggiungere nuove materie significa inevitabilmente dover ridurre le ore di altre materie oggi previste nei programmi.

Qui non si tratta di dichiarare “inutili” le competenze umanistiche tradizionali, un errore grossolano in cui spesso cade la critica più superficiale. Imparare la letteratura latina, conoscere la poetica degli autori stranieri, padroneggiare le figure retoriche o sviscerare i dettagli della storia letteraria italiana sono attività dall’indubbio valore culturale, estetico e formativo. Il punto non è l’inutilità, ma la priorità. In un contesto di limitatezza di tempo, è inevitabile dovere compiere delle scelte, nell’ottica di offrire alle nuove generazioni una formazione umanistica il più possibile completa e al passo con i tempi.

Dovendo scegliere, è oggettivamente meno grave che un giovane cittadino presenti delle lacune nella conoscenza della letteratura latina o che non conosca a memoria la biografia di un autore minore della letteratura inglese, rispetto al dramma sociale di avere un’intera generazione che non comprende nulla di macroeconomia, che ignora i propri diritti costituzionali e che è totalmente analfabeta rispetto alle dinamiche della psicologia sociale e della comunicazione moderna. La prima è una carenza nozionistica o specialistica, recuperabile in qualsiasi momento della vita per interesse personale o a livello universitario; la seconda è una menomazione civica e critica che compromette la capacità stessa di agire consapevolmente nella democrazia e nella società del ventunesimo secolo.

Quali materie tagliare o ridimensionare

Per fare spazio al presente, la scuola non può più permettersi timidi aggiustamenti di facciata. A mio giudizio sarebbero necessarie decidere drasticamente di dare un taglio nei programmi a certe materie, in modo da liberare spazio alle nuove:

  1. L’abolizione del latino e del greco: Le lingue antiche dovrebbero essere abolite dai programmi dei licei. Il rigore logico, l’accuratezza e la capacità di problem solving possono essere sviluppati con identica, se non maggiore, efficacia attraverso l’apprendimento della programmazione informatica, l’analisi matematica dei modelli economici, la scomposizione dei sistemi giuridici o l’applicazione della logica formale. Con il vantaggio che queste ultime forniscono concetti spendibili nella quotidianità. Nel liceo classico si potrebbero mantenere dei fondamenti di lingue classiche, al fine di offrire una prospettiva per i successivi studi universitari.
  2. Riduzione della letteratura di lingua straniera: Nei licei non linguistici, lo studio accademico della storia della letteratura straniera (le correnti poetiche barocche, i romanzieri dell’Ottocento) dovrebbe essere fortemente ridimensionato. L’insegnamento delle lingue deve rimanere un pilastro fondamentale, ma dovrebbe essere focalizzato soprattutto sulle competenze comunicative (meglio se in 2 lingue straniere), pratiche, professionali e sull’analisi di articoli di giornale o della saggistica contemporanea. I ragazzi devono saper parlare, scrivere e negoziare, non recitare poesie d’epoca. La conoscenza della cultura letteraria di un paese straniero (che in genere si riduce a Inghilterra o Francia, trascurando tutti gli altri) potrà sempre essere oggetto di studi successivi specialistici.
  3. Ridimensionamento della letteratura italiana: I manuali scolastici sono enciclopedie elefantiache piene di autori minori di cui lo studente dimenticherà l’esistenza il giorno dopo il diploma. Sarebbe necessario un ridimensionamento del programma per concentrarsi esclusivamente sui pochissimi pilastri essenziali della nostra identità culturale (Dante, Machiavelli, Leopardi, Manzoni), liberando centine di ore di lezione nel corso del quinquennio. Più che puntare ad una “conoscenza completa” della letteratura, si dovrebbe trasmettere la passione per la lettura, che potrà poi accompagnare il cittadino per il resto della propria vita.

Come si potrebbero riorganizzare i nuovi programmi

Una volta “liberate” le ore settimanali, nell’ordine di 10 ore settimanali nel corso dei cinque anni, è possibile prefigurare la riorganizzazione degli orari con l’inserimento delle nuove materie.

Area Economico-Finanziaria (4 ore settimanali)

Sostituisce il blocco orario storicamente occupato dal latino. Il programma si sviluppa in modo progressivo nel corso del quinquennio:

  • Biennio: Si affrontano le basi della Finanza Personale, domestica e di impresa. Gli studenti imparano la gestione del risparmio, il calcolo dell’interesse composto, come funziona un mutuo, un prestito, una carta di credito e le tasse.
  • Triennio: Si passa alla Macroeconomia. Si studiano i modelli economici globali, gli strumenti di statistica economica, la determinazione del PIL, la creazione di moneta e il credito, le politiche delle banche centrali, il mercato del lavoro, le cause della disoccupazione e l’economia dello sviluppo sostenibile.

Area Giuridica e delle Istituzioni (2 ore settimanali)

Prende il posto della letteratura straniera e delle ore tagliate alla letteratura italiana.

  • Il programma si focalizza sulla Grammatica Costituzionale italiana ed europea, analizzando la separazione dei poteri e i diritti fondamentali del cittadino.
  • In seguito, il programma si focalizza sul Diritto Applicato: contrattualistica, elementi di diritto del lavoro (tutele, busta paga, ammortizzatori sociali) e delle nuove tecnologie, per comprendere, ad esempio, i confini normativi della privacy, del copyright digitale.

Area Scienze Sociali e Comportamentali (2 ore settimanali)

Per completare lo studio della filosofia contemporanea

  • Questa materia unisce la Psicologia Sociale e la Sociologia dei Media Digitali. Il programma prevede lo studio scientifico della percezione sociale, dei pregiudizi, del conformismo e delle dinamiche di gruppo.
  • Una sezione specifica dedicata all’analisi cognitiva dei social media: come gli algoritmi sfruttano la nostra psicologia per catturare l’attenzione, come si generano le camere dell’eco (echo chambers) e le bolle di filtraggio, e quali sono i meccanismi psicologici dietro la diffusione delle fake news.

Area Linguaggi Visivi, Multimediali e Comunicazione (2 ore settimanali)

Oggi l’arte e la comunicazione di contenuti non si riducono solo alla letteratura ed all’arte figurativa: esistono altre forme d’arte oggi assolutamente significative non meno della scrittura di libri.

  • Il programma prevede lo studio della Sintassi Audiovisiva: storia e analisi del Cinema, della Televisione e della Musica contemporanea. Gli studenti imparano a decodificare un montaggio cinematografico, a riconoscere la struttura di una sceneggiatura e l’uso politico o commerciale dei suoni e delle immagini.
  • L’area è integrata da moduli di Comunicazione Persuasiva e Tecniche di Dibattito (Debating), dove i ragazzi imparano a parlare in pubblico, a strutturare argomentazioni logiche e a riconoscere le fallacie retoriche della propaganda.

La scuola italiana deve cessare di essere una struttura conservativa ed autoreferenziale, rimettendo al centro della propria azione l’obiettivo di formare cittadini capaci di comprendere il mondo di oggi in cui vivono, senza limitarsi ad un nozionismo sterile con lo sguardo rivolto solo al passato. La cultura umanistica, che è patrimonio del nostro passato, deve essere integrata con le conoscenze indispensabili per il mondo di oggi.
Scegliere le priorità su cosa insegnare a tutti e cosa lasciare ai successivi approfondimenti personali significa scegliere quale futuro offrire ai ragazzi: lasciarli nel limbo dorato di un passato idealizzato, ma insufficiente a comprendere la modernità, oppure dare loro le strumenti critici, scientifici e civici per essere protagonisti e non subire il presente. L’abolizione delle lingue classiche, il ridimensionamento della letteratura, unite ad una riorganizzazione strutturale dei programmi attorno alle scienze del presente, non è un impoverimento culturale, ma l’atto di responsabilità di un sistema educativo che decide finalmente di rimettersi in sincrono con il proprio tempo.

7 thoughts on “La scuola italiana forma persone incapaci di comprendere il proprio tempo

  1. “Il problema in Italia”, ha affermato, “è che nel corso dei decenni non si è voluto investire in istruzione”. Non si è trattato di disattenzione o di priorità spostate altrove, ma di una scelta consapevole. Nicola Gratteri , famoso magistrato antimafia, sostiene che il potere non abbia interesse a formare cittadini istruiti, perché un popolo preparato sarebbe più difficile da governare, meno disposto ad accettare slogan e promesse vuote.

    “Il potere vuole un popolo bue”, ha aggiunto, evocando l’idea di una massa resa docile proprio grazie alla mancanza di strumenti critici. Una società dove l’educazione arretra, secondo lui, è più facile da indirizzare

    Estratto da:

    https://www.orizzontescuola.it/il-potere-vuole-un-popolo-ignorante-ti-fanno-vedere-ragazze-seminude-che-non-sanno-la-tabellina-del-5-gratteri-e-il-legame-tra-istruzione-e-controllo-sociale/

    Commento

    Non solo hanno deciso che il popolo italiano deve essere dissolto tramite immigrazione selvaggia in un caotico melting pot come in USA, ma che strana coincidenza….., deve diventare pure credulone, indifferente e ignorante come in USA, altra strana coincidenza…., e solo chi ha i soldi si potrà permettere scuole superiori e università di qualità, altra futura strana coincidenza……!!

    D’altronde, chi va con lo zoppo, impara a zoppicare!

  2. Diamo la parola a chi fa Prof nei licei e non è un professore pecorone, arriva!

    “Docenti”

    di Martino Mora – 13/07/2026

    Il ceto dei docenti di scuola media, superiore ed inferiore, svolge un ruolo centrale non solo e non tanto per la trasmissione del sapere (cioè per il suo compito ufficiale), ma anche per quello della trasmissione dell’ideologia dominante.
    La professione docente produce e trasmette non solo saperi oggettivi, ma soprattutto saperi ideologici, soggettivi, del tutto opinabili, spesso persino orwelliani, ma spacciati per verità definitive, che servono al sistema per perpetuarsi. Il pensiero unico, insomma.
    E mentre la scuola italiana abbassa sempre di più, con la scusa dell’ ”inclusione” ,i suoi standard qualitativi nella trasmissione del sapere puro, svolge invece un ruolo sempre più intenso, con l’invasione dei demenziali “progetti”, nell’indottrinamento ideologico dei giovani.
    E’ un indottrinamento che, semplificando all’osso, corrisponde alla trasmissione acritica dei valori liberali di sinistra, in gran parte di provenienza anglosferica.
    Semplificando ulteriormente, si tratta dell’ideologia politicamente corretta del Partito democratico italiano, che è poi la copia di quello americano.
    Antonio Gramsci ha tragicamente ceduto il passo, da un pezzo, a Walter Veltroni e infine a Michela Murgia.
    Gli insegnanti, insomma, sono la cinghia di trasmissione essenziale al sistema liberalcapitalista per perpetuarsi, con tutti i falsi dogmi che lo legittimano: dallo scientismo darwinista al culto dei “diritti”, dall’odio per il passato – giudicato sempre oscurantista – alle giullaresche panzane su “la Costituzione più bella del mondo”, dall’elogio dello sradicamento planetario al vittimismo femminista, dal rifiuto dei confini di ogni tipo al più becero istintualismo panerotista spacciato per “educazione affettiva”.
    Fino alle idiozie dell’agenda Onu 2030 e alla folie del “wokismo” fucsia con cessi neutri e carriere alias. E potrei continuare.
    Ciò che però sfugge alla maggioranza degli insegnanti è che, in quanto parte del ceto piccolo borghese senza possibilità di reale ascesa sociale (né economica né di prestigio) essi non sono tra i vincenti della globalizzazione felice (se mai ne esiste una). Ma tra i perdenti di quella infelice.
    A differenza dei loro colleghi universitari, o dei gazzettieri propagandisti delle grandi redazioni giornalistiche, gli insegnanti delle scuole medie superiori e inferiori, licei compresi, sono tra i perdenti del sistema. Ma pensano assurdamente di non esserlo, servendo fedelmente un regime che li umilia ed emargina.
    Per quanto il “populismo” si sia rivelato in Italia e spesso altrove un grande bluff, esso ai suoi inizi suscitò il fuoco di sbarramento demonizzante dei media della classe dominante .
    Il grosso del ceto degli insegnanti, avido lettore della propaganda dei giornaloni liberal, si accodò prontamente, bollandolo da subito con parole di disprezzo e di demonizzazione.
    La stessa cosa per il movimento no-vax, demonizzato nelle scuole come “antiscientifico” nonostante gli obblighi vaccinali e le varie umiliazioni (comprese le interminabili ore di lezione con mascherina pesante obbligatoria: ne so qualcosa ) imposti a una classe docente generalmente contenta di essere trattata come cavia.
    Per questo il ceto degli insegnanti, al quale purtroppo appartengo, é un ceto tragico e patetico al contempo.
    Agisce come cane da guardia del sistema, pur essendo completamente subalterno e svantaggiato, con stipendi fermi al palo, un tenore di vita in contrazione e una considerazione sociale sempre più misera.
    Un ceto perdente ed umiliato che invece di ribellarsi, come dovrebbe fare, anche attraverso un’ evoluzione teorica di rifiuto dell’ideologia dominante politicamente corretta anglosferica, e di contestazione integrale dell’esistente. preferisce servire fedelmente il potere che lo umilia.
    Similmente a ciò che accade anche nella Chiesa con l’autodissoluzione del clero modernista e conciliare, tutto ciò non può essere spiegato che come idiotismo integrale e completo oscurantismo dello spirito.
    Le malattie del nostro tempo

    Riferimento:

    https://www.ariannaeditrice.it/articoli/docenti

    Commento

    Ne conosco pochi di insegnanti di scuola superiore, circa 10, posso dire però che circa il 90% è lì solo per lo stipendio statale sicuro, infatti, nessuno fa attività sindacale di protesta e nessuno è appassionato veramente alla materia che insegna,insomma dei mercenari, stessa identica cosa vale per quello che ho sentito dire da altre persone che hanno insegnanti di scuola superiore come amici .

    1. Integrazione.

      https://www.ilgiornale.it/news/politica/io-cattolico-difendo-scuola-gramsci-1992948.html

      PS è del 1 dicembre 2021

      Commento

      Il Prof Martino Mora difende a denti stretti la scuola di Gentile, Croce e Gramsci contro le derive neoliberiste in salsa sinistrata fucsia eurocratica, l’Ing Gionco la vuole abolire invece per mettere su una scuola che sviluppi un cittadino consapevole, Nicola Gratteri dice invece che è Mission Impossible!!

      Chi ha ragione?

      Vedasi prossimo post!

  3. “D’Istruzione Pubblica: il neoliberismo a scuola. Sradicati e flessibili: come la pedagogia contemporanea fabbrica il soggetto neoliberale”, Stefano Stella per La Fionda, 13 marzo 2026

    D’Istruzione Pubblica, il recente film di Federico Greco e Mirko Melchiorre, sta riscontrando un meritato successo nelle sale di tutta Italia, suscitando tuttavia aspre critiche dal blocco liberal-progressista italiano. In particolare. secondo alcuni commentatori che afferiscono a quell’ala politica, la pellicola in questione avrebbe un tono eccessivamente critico nei confronti del modello pedagogico adottato negli ultimi decenni, trascurando invece gli aspetti positivi della scuola neoliberale. A tal proposito, dal momento che argomenti del genere non sono estranei ai luoghi di potere, è forse opportuno un breve approfondimento sulla scuola neoliberale che, sebbene senza pretese di esaustività, tenterà di fornire un supporto complementare alle argomentazioni e alle posizioni espresse dalla pellicola di Greco e Melchiorre. A titolo esemplificativo si può partire da alcuni estratti dalle indicazioni nazionali per il curriculo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione del MIUR (anno 2012).

    Il documento inizia con una frase interessante:

    “In un tempo molto breve, abbiamo vissuto il passaggio da una società relativamente stabile a una società caratterizzata da molteplici mutamenti e discontinuità. Questo nuovo scenario è ambivalente: per ogni persona, per ogni comunità, per ogni società si moltiplicano sia rischi che opportunità.[1]”

    L’incipit del testo in esame, pur catturando l’attenzione per una certa suggestione descrittiva, non riesce a nascondere la fragilità ideologica della propria impalcatura teorica. Ci si trova immersi in un esercizio di stile che lamenta la fine di una presunta età dell’oro senza però rintracciarne le coordinate storiche o materiali. È quantomeno audace, infatti, definire “stabile” la stagione inaugurata dall’Autunno Caldo del 1969. Quel periodo, lungi dall’essere un’epoca di quiete sociale, fu caratterizzato da una radicale messa in discussione dei rapporti di forza, da una conflittualità permanente e da una spinta trasformativa che investì ogni fibra della produzione e della riproduzione sociale. L’instabilità del passato era infatti determinata dal conflitto di classe: un’energia dinamica che mirava a costruire nuove forme di cittadinanza e diritti.

    Al contrario, l’instabilità odierna — quella tipica della governance neoliberista — non scaturisce dalla dialettica tra parti sociali, ma dall’annichilimento del conflitto stesso. Siamo passati da una società resa viva dal conflitto a una società resa precaria dall’atomizzazione dei soggetti. Entrando poi nel vivo del contenuto del documento si legge:

    “La nostra scuola, inoltre, deve formare cittadini italiani che siano al tempo stesso cittadini dell’Europa e del mondo. I problemi più importanti che oggi toccano il nostro continente e l’umanità tutta intera non possono essere risolti all’interno dei confini nazionali tradizionali, ma solo attraverso la comprensione di far parte di grandi tradizioni comuni, di un’unica comunità di destino europea così come un’unica comunità di destino planetaria.”

    Proseguimento:

    https://www.lafionda.org/2026/03/13/sradicati-e-flessibili-come-la-pedagogia-contemporanea-fabbrica-il-soggetto-neoliberale/

    Commento

    Da notare anche che l’UE, basata sul modello socio economico liberista, si compra ormai pure gli insegnanti offrendogli gite gratis di pseudo formazione fuffarola in altri paesi membri della UE e quasi tutti i professori accettano ben contenti e nessuno di loro in classe si pernette di criticare il modello socio economico liberista della UE, visto anche il fatto che i libri di testo trasudano di propaganda pro UE , pro Euro e pro NATO da tutti i pori!!

    Insomma, lavaggio del cervello h 24 in salsa neoliberista + Nessun insegnamento di spirito critico= Disastro educativo!

    Risultati conseguenti? Diplomati incapaci anche di comprendere il proprio tempo e non solo quello!

  4. Avrei anche potuto scrivere un articolo per denunciare le INTENZIONI della classe dirigente, che usa la scuola in modo deliberato per soggiogare le menti dei cittadini.
    A quel punto avrei anche dovuto spiegare che la vera classe dirigente è al di fuori dei partiti, i quali – infatti – sono tutti concordi a non fare nulla per migliorare la scuola e di fare sempre qualcosa di più per rovinarla (potremmo ad esempio parlare dell’inutile burocrazia interna che ha sommerso i docenti o degli stipendi ridicoli che ricevono).

    Non volendo scrivere un libro sulla scuola italiana e sulla sua classe dirigente, mi sono limitato a discutere dei programmi.
    Questo perché, persino fra coloro che vorrebbero cambiare l’attuale sistema politico, ho notato che quasi nessuno si occupa dei programmi, che sembrano essere eterni e immutabili.
    Insomma: intendevo aggiungere degli elementi di riflessione sui programmi, senza occuparmi del resto dei problemi.

    1. @Ing Davide Gionco

      1. Le ricordo che la percentuali maggiori di non vaccinati Covid sono state fra i quarentenni e cinquantenni:

      https://www.ilsole24ore.com/art/ecco-regioni-piu-no-vax-over-50-vince-sicilia-a-calabria-e-abruzzo-AEhEe06?refresh_ce&nof

      https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/covid-sono-oltre-milioni-gli-over-non-vaccinati-i-pi-numerosi-nella-fascia-d-et-anni-il-report-del-governo/

      tutta gente che frequentava licei e istituti tecnici sui quali ancora non era attecchito in alcun modo il virus neoliberista in salsa eurocratica atlantista, oups , ma che strane coincidenze……., addirittura verso la metà degli anni ottanta del secolo scorso, per coloro che non volevano fare l’ora di religione si incominciò in tanti licei italiani a fare l’ora di educazione civica in cui veniva insegnata per filo e per segno tutta la Costituzione Italiana.

      2. Il degrado della scuola pubblica italiana rispecchia fondamentalmente il degrado socio economico dell’Italia, nel senso che la Costituzione italiana prevedeva un modello di economia mista di stampo keynesiano e che risultò vincente, basti pensare al miracolo economico degli anni 60, ai cosiddetti “gloriosi 30”, ovvero trent’ anni di forte sviluppo economico post seconda guerra mondiale, allo Statuto dei Lavoratori negli anni 70, ma dagli anni 80 in poi del secolo scorso, il virus neoliberista cominciò a diffondersi a macchia d’olio in tutte le società occidentali:

      https://web.archive.org/web/20200504233512if_/https://www.libreidee.org/2015/08/mont-pelerin-il-vivaio-degli-oligarchi-che-ci-stanno-uccidendo/

      in Italia il virus neoliberista venne inoculato in dosi massicce col Trattato di Maastricht del 1992 che va in direzione del tutto opposta al modello di economia mista di stampo keynesiano previsto dalla Costituzione italiana e i risultati non potevano che essere disastrosi:

      I trent’anni di Maastricht che hanno distrutto l’Italia”

      di Thomas Fazi , Sinistrainrete, 12 febbraio 2022

      Oggi ricorrono i trent’anni esatti dalla firma del Trattato di Maastricht, ma non c’è nulla da festeggiare.

      Era il 7 febbraio del 1992, infatti, quando i rappresentanti dei dodici paesi membri dell’allora Comunità europea – per l’Italia il Ministro degli Affari esteri Gianni De Michelis e il Ministro del Tesoro Guido Carli – si riunirono nella cittadina olandese di Maastricht per dar vita all’ultima fase del processo di unificazione economica e monetaria dell’Europa occidentale e inaugurare formalmente la nascita dell’Unione europea.

      Il Trattato di Maastricht non si limitava a stabilire un calendario ufficiale per la creazione dell’Unione economica e monetaria (UEM) – cioè dell’eurozona –, ma definiva anche i rigorosi criteri economici e finanziari che gli Stati dovevano soddisfare per l’ingresso nell’UEM: stabilità dei prezzi e contenimento del debito e del deficit pubblico entro rispettivamente il 60% e il 3% del PIL, nel secondo caso per tendere però al pareggio o al surplus (come ribadirà poi il fiscal compact). Il Trattato, inoltre, proibiva esplicitamente (artt. 104, 123-135) qualunque forma di monetizzazione diretta dei deficit pubblici.

      Proseguimento:

      https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/22272-thomas-fazi-i-trent-anni-di-maastricht-che-hanno-distrutto-l-italia.html

      E tutto questo non poteva che prevedere come conseguenza logica anche il pesante degrado della scuola pubblica italiana, cosa che è puntualmente avvenuta, vedasi:

      https://nostrascuola.blog/2025/05/26/le-tappe-della-distruzione-della-scuola-pubblica-capitolo-primo-la-carta-dei-servizi-scolastici-1997/

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      https://nostrascuola.blog/2025/05/31/le-tappe-della-distruzione-della-scuola-pubblica-capitolo-secondo-lautonomia-scolastica-1999/

      +

      https://nostrascuola.blog/2025/11/17/dalla-scuola-della-costituzione-alla-scuola-del-capitalismo/

      In particolare i seguenti passaggi dell’articolo:

      La scuola pubblica, da questa prospettiva, non deve essere più scuola della Costituzione democratica postbellica – deputata all’alfabetizzazione alle culture disciplinari, alla trasmissione di conoscenza in vista della conquista di una certa autonomia culturale, alla formazione di un’opinione pubblica autonoma e critica, alla selezione (fondata sul merito e non sulla classe sociale di appartenenza) per la produzione di élite pubbliche, dirigenti pubblici e quadri sociali pubblici (capaci cioè di agire per l’interesse pubblico, non privato) – ma scuola della “inclusione subalterna” (A. Sayad): tutti devono essere inclusi nell’unico orizzonte del “realismo capitalista” (M. Fisher).
      +

      Ha ricordato Luciano Gallino:

      «A partire dagli anni Ottanta, quando si delinea la crisi del capitalismo che i politici e il “partito di Davos” cercheranno di contrastare con la finanziarizzazione dell’intera economia […] l’attacco alla scuola […] è stato condotto dai governi e dalle istituzioni della Ue a colpi di riforme, aventi come principio ispiratore la trasformazione di esse in organizzazioni del tutto simili a un’impresa. Per legittimare una simile trasformazione sono stati utilizzati lo spauracchio della perdita di competitività nei confronti dei paesi emergenti; la necessità di difendere e migliorare la posizione del proprio paese negli scambi internazionali; e non da ultimo l’urgenza di combattere la disoccupazione. L’intero sistema, scuola e università, doveva essere ristrutturato come un’impresa che crea e accumula “capitale umano” […], un sistema la cui finalità non consiste affatto nel formare cittadini o ricercatori o studiosi, ma è piuttosto quella di formare individui che sin dagli inizi della loro formazione […] si concepiscano come “imprenditori di se stessi” […], che si pongano come supremo principio da seguire la produzione in se stessi di “competenze” utili ad accrescere il Pil» [L.Gallino, “Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti”].
      Il modello dell’istruzione/educazione per la competitività voluto dalle classi dirigenti europee è finalizzato alla formazione di “capitale umano”, funzionale e necessario agli sviluppi della “accumulazione capitalistica flessibile” (D. Harvey). Questo significa che l’istruzione per la competitività è il modello educativo di un regime produttivo fondato sulla delocalizzazione, sulla polverizzazione dei diritti AL lavoro e DEL lavoro, su politiche salariali deflattive, sul lavoro intermittente e a basso valore aggiunto.

      2A. Qual’ è l’obiettivo fondamentale di fondo di tutto questo? Ecco la risposta, arriva!

      “TOMMASO PADOA-SCHIOPPA E LA DUREZZA DEL VIVERE “, Avv. Giuseppe Palma.
      25 febbraio 2017
      Tommaso Padoa-Schioppa, ex ministro dell’economia e delle finanze del Governo Prodi II (aprile 2006 – aprile 2008), nel 2003 ebbe modo di scrivere:
      “Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’ essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità”(fonte: Corriere della Sera, 26 agosto 2003).

      Proseguimento:

      http://lacostituzioneblog.com/2017/02/25/tommaso-padoa-schioppa-e-la-durezza-del-vivere-di-giuseppe-palma/

      Commento che feci allora

      E le élites europee con quali fondamentali strumenti hanno indebolito gli stati nazionali al fine di ottenere questo principale obiettivo di fondo ovvero avvicinare sempre di più l’individuo con la durezza del vivere ?

      Ecco qui la risposta.

      Stralcio dell’intervista di Giovanni Floris ( La7 ) al professor Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, sull’Italia e l’euro, maggio 2017.

      “Domanda: L’€ funziona?
      Risposta: NO.
      Domanda: Perché?
      Risposta: Hanno sottratto ai Paesi 2 strumenti insostituibili per rispondere agli shock: politica monetaria (i tassi d’interesse sul debito pubblico) e politica valutaria (il cambio). Infine hanno legato le mani ai governi con numeretti senza senso.”

      Ma d’altronde, basta fare un ragionamento molto semplice ed essenziale che è questo: ma se in area euro il mercato del lavoro deve essere flessibile e ci deve essere pure libera circolazione di merci, servizi, persone e capitali e allora che senso avere un tasso di cambio fisso, parametri fissi di finanza pubblica senza alcun senso logico economico e tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico che non sono più controllati dallo Stato per mezzo della Banca Centrale ma sono determinati fondamentalmente dall’incontro della domanda e dell’offerta sui mercati finanziari esponendo il debito pubblico medesimo alle speculazioni finanziarie di turno?

      Insomma, cui prodest un sistema anomalo del genere? Qual’è l’obiettivo fondamentale di fondo?

      Risposta: la confessione di poche parole di Tommaso Padoa-Schioppa di cui sopra vale tutti i fiumi di inchiostro spesi sull’argomento!!

      Commento aggiuntivo che faccio ora.

      Ovviamente, lo davo per scontato ma meglio precisarlo, per avvicinare sempre più e sempre più persone alla durezza del vivere occorreva anche degradare pesantemente la scuola pubblica italiana snaturandola del tutto della sua natura di scuola della Costituzione democratica postbellica, ( vedasi primo passaggio dell’ultimo articolo segnalato nel punto 2 di cui sopra), d’altronde, avendo sabotato pesantemente i principi fondamentali della Costituzione italiana con il Trattato di Maastricht del 1992 ( approfondimenti su : “La sovranità non si cede a terzi”, di L. Presotto per Sovranità Popolare, 6 maggio 2023 : https://www.sovranitapopolare.org/2023/05/06/sovranita-non-si-cede-a-terzi/ ) non poteva che essere altrimenti!!

      PS continua nel prossimo post

    2. @Ing Davide Gionco

      3. Fatte queste dovute premesse storiche, senza le quali sembra che il degrado della scuola pubblica italiana derivi da troppe ore passate a studiare materie vetuste, cosa che non è vero affatto alla luce delle premesse storiche di cui sopra, andiamo a vedere una Lectio Magistralis di Edgar Morin e la scuola che deve ancora nascere, eccola arriva!

      “La morte di Edgar Morin e la scuola che deve ancora nascere”, di Mat Cavadini per RSI.ch,
      30 maggio 2026

      104 anni spesi a smontare la vertigine dello specialismo. L’educazione non deve creare teste piene di nozioni, ma menti capaci di comprendere e abitare la complessità del reale

      https://www.rsi.ch/cultura/societa/La-morte-di-Edgar-Morin-e-la-scuola-che-deve-ancora-nascere–1779805.html

      In particolare, i seguenti passaggi dell’articolo:

      ’Accusa che Morin rivolge alla scuola è quella di formare specialisti senza sguardo, teste piene ma non “teste ben fatte”, incapaci di collegare ciò che apprendono. La sua proposta è ribaltare la logica dell’insegnamento: non accumulare nozioni, ma imparare a pensare la complessità, a cogliere legami, a navigare l’incertezza. È ciò che lui chiama relianza: la capacità di mettere in dialogo biologia e fisica, cosmologia e letteratura, matematica e vita quotidiana. Una competenza che il sistema educativo, irrigidito in compartimenti stagni, non coltiva più. E così gli studenti imparano formule, teoremi, date, ma non imparano a comprendere il mondo in cui vivono. Con la metafora della testa ben fatta (ripresa da Montaigne), Morin invita a formare persone che siano, non tanto piene di conoscenze, quanto in grado di afferrare i problemi globali, grazie a criteri che tengano conto della complessità che li governa.

      Per Morin, l’educazione deve tornare al suo compito originario: insegnare a vivere. Non basta trasmettere informazioni; occorre trasformarle in arte di vivere, in capacità di orientarsi nel mondo, di comprenderne le contraddizioni, di affrontarne l’imprevedibilità. Ma questo richiede insegnanti che possiedano essi stessi questa attitudine e che esercitino la loro professione non attraverso l’autorità, bensì attraverso la benevolenza. L’atto educativo, sostiene Morin, si fonda sull’amore: un amore che accende il desiderio di sapere, che alimenta la curiosità, che rende il mondo un luogo da esplorare.

      In una società senza padri e senza maestri, essere insegnanti significa rendere il sapere desiderabile, trasformarlo in un invito a pensare, a sentire, a scegliere. Morin ci chiede una scuola che non si limiti a formare competenze, ma che formi esseri umani capaci di vivere. Una scuola che non insegni solo a conoscere, ma a esistere nella complessità del reale.

      Commento

      Innanzitutto, in Italia storicamente la scuola pubblica che più si è avvicinatya a questa scuola ideale ottimale di Edgar Morin è stata la scuola della Costituzione democratica postbellica che ancora non era stata intaccata in alcun modus dal nefasto virus neoliberista, in particolar modo il liceo classico e liceo scientifico di quei tempi.

      Comunque, fatta questa dovuta premessa, educare veramente gli studenti alla capacità di vivere davvero consapevolmente la propria vita secondo i principi della scuola ideale ottimale di Edgar Morin significherebbe aumentare considerevolmente il numero di persone tese alla ricerca della verità e questo l’attuale sistema di potere occidentale non lo vuole affatto:

      “Nella seconda metà del xx secolo improvvisamente il grande mondo degli affari scopre che la verità non è importante, ciò che conta è l’attrazione. Una volta creata l’informazione-attrazione, possiamo venderla ovunque. Più è attraente, più denaro possiamo guadagnare… Il passaggio dal criterio della verità a quello dell’attrazione è la grande rivoluzione culturale di cui tutti siamo i testimoni, i partecipanti e le vittime” by Ryszard Kapuscinsky, scrittore polacco.

      Per analogia:

      Nel XXI secolo ( anni duemila ) la politica capisce che la verità non è importante a fini elettorali, ciò che conta è l’attrazione. Una volta creata la politica-attrazione, possiamo venderla ovunque. Più è attraente, più consenso politico possiamo guadagnare… Il passaggio dal criterio della verità politica a quello dell’attrazione politica è la modalità operativa migliore per rastrellare tanto consenso elettorale senza mai dare conto delle promesse politiche fatte perché subito poi ci si inventa una nuova attrazione politica che tanto la gente essendo disattenta e facilmente impressionabile ci casca sempre!

      +

      “I governi dipingono l’illusione di democrazia quando in verità siamo soggetti a un’oligarchia”,

      Riferimento, manifesto originariamente in inglese riportato alla fine di questo articolo:

      https://byebyeunclesam.wordpress.com/2024/03/21/gli-stati-uniti-sono-unoligarchia/

      Educare veramente gli studenti alla capacità di vivere davvero consapevolmente la propria vita significherebbe anche aumentare considerevolmente il numero di persone felici e questo l’attuale sistema di potere occidentale non lo vuole affatto:

      “Sono un pubblicitario: ebbene sì, io sono quello che vi vende tutta quella merda, quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Io vi drogo di novità e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma”, Frédéric Beigbeder, scrittore, editore, pubblicitario.

      4. Solution Focus.

      “Per mettere il mondo in ordine, dobbiamo mettere la nazione in ordine. Per mettere la nazione in ordine, dobbiamo mettere la famiglia in ordine, Per mettere la famiglia in ordine, dobbiamo coltivare la nostra vita personale, Per coltivare la nostra vita personale, dobbiamo prima mettere a posto i nostri cuori.” Confucio

      Che hanno fatto invece?

      1. Per non coltivare la vita personale della gente, li bombardiamo di consumismo facendogli credere che più consumano e più sono felici.

      2. Per mettere in disordine la famiglia, a parte il punto fondamentale di cui sopra, facciamo diventare molto di moda divorzio e aborto, promuoviamo in tutte le salse le tematiche LGBT: matrimonio fra omosessuali, adozioni a coppie omosessuali, figli con utero in affitto e inseminazione artificiale per coppie gay/lesbiche, teoria gender, ecc.., nello stesso tempo promuoviamo in tutte le salse l’immigrazione da paesi extracomunitari in modo tale da impoverire sempre di più lo stato sociale a disposizione delle famiglie e così poter minare anche la loro identità etnico culturale.

      3. Per mettere in disordine la nazione, la priviamo anche della sovranità monetaria, oltre a quella della sovranità militare che già gli abbiamo tolto da tempo, rendendola succube di una dittatura finanziaria sovranazionale.

      4. Per mettere il mondo in disordine, a parte i tre step fondamentali di cui sopra, bisogna inventarsi guerre inutili di continuo controllando in modo ferreo i media mainstream in modo che la narrativa dominante non sfugga mai di mano, inoltre occorre anche inventarsi di continuo nuove crisi economiche inutili, sempre controllando in modo ferreo i media mainstream in modo che la narrativa dominante non sfugga mai di mano, e nel caos mondiale noi élites acquisiremo sempre più denaro e potere facendogli credere che il caos a livello mondiale non è mai colpa nostra, basta spacciare le guerre inutili come buone e giuste e spacciare le crisi economiche inutili che noi inventiamo come colpe di coloro che le subiscono, ovviamente per poterlo fare in modo molto efficace occorre il controllo in modo ferreo e costante dei media mainstream, sembra difficile ma non lo è perché ci sono tanti/e pennivendoli/e e tantissimi politicanti a disposizione sul mercato, insomma, vinciamo facile!!

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