Colonia Italia: 6. Il Piano Marshall come progetto culturale

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di Alessandro Freddi

(segue: Colonia Italia: 5. Il potere attrattivo)

Un cantastorie siciliano intona la ballata di Mariella, innamorata di Giovanni che ama un’altra. Mariella si getta nel fiume per farla finita; viene salvata, ma l’acqua gelida le procura una doppia polmonite. I medici scuotono la testa: sta per morire. Poi, con la chitarra che accelera il ritmo, arriva un eroe robusto: è l’ERP, l’European Recovery Program, il Piano Marshall. Con una siringa gigante marcata “Penicillina ERP dagli USA” cura Mariella, che guarisce e sposa Giovanni. Questa canzone, raccolta dai funzionari dell’Economic Cooperation Administration (ECA) tra i cantastorie dei villaggi siciliani, non è un aneddoto folcloristico: è un documento conservato negli archivi federali americani: — National Archives, Record Group 286, ECA Washington, Information Division, Office of the Director, Informational Country File, sottofascicolo “Italy”, nell’opuscolo ERP in Italy — e trascritto da David Ellwood nella sua ricostruzione storiografica.

La tesi di questo articolo è che il Piano Marshall in Italia non fu soltanto un programma di ricostruzione economica, ma anche un esperimento sistematico di comunicazione politica: un apparato che tenne insieme, senza mai separarli del tutto, quattro obiettivi distinti: informare sull’ERP, costruire consenso attorno a esso, arginare l’influenza comunista, e promuovere un modello di modernizzazione economica e sociale di matrice americana. Il seguito ricostruisce gli strumenti con cui quell’apparato tradusse un trasferimento di dollari in un racconto che un contadino, un operaio o una casalinga potevano vedere e riconoscere.

Contesto storico

Il 5 giugno 1947, nel discorso di Harvard, il segretario di Stato George Marshall presenta l’European Recovery Program (ERP) come un’iniziativa corale offerta all’Europa per risollevarne le economie devastate dalla guerra. Il piano entra in vigore nel 1948; l’Italia, insieme a Francia e alla bizona anglo-americana in Germania, viene classificata dai pianificatori dell’ECA tra i tre Paesi chiave per la campagna di persuasione, prima di un secondo gruppo (Grecia, Turchia, Austria, zona francese di Germania), un terzo (Regno Unito e Svezia) e un quarto che raccoglie il resto.

È in Italia, tuttavia, che nasce (a giudizio dello storico David Ellwood, non solo dei funzionari che la gestirono) la più grande campagna informativa dell’intero ERP; la stessa che il quartier generale di Parigi, con una valutazione tutta interna e quindi non neutrale, definiva “tops”, la migliore di tutte. A dirigerla è Andrew Berding, ex capo dell’ufficio di Roma dell’Associated Press, coautore delle memorie dell’ex segretario di Stato Cordell Hull e futuro sottosegretario di Stato per gli Affari Pubblici. Berding e la sua squadra si insediano a Roma nell’agosto 1948, e nel giro di un mese organizzano una rassegna stampa quotidiana, stabiliscono contatti con radio, cinema e agenzie di stampa, allestiscono una mostra di tre stanze con pannelli e fotografie, avviano una produzione cinematografica propria e concordano con la radio nazionale un programma settimanale in italiano più una trasmissione settimanale a onde corte in otto lingue.

In un rapporto del gennaio 1950 destinato al Congresso, Berding sintetizza i principi operativi della campagna: convincere l’italiano medio che il piano “è suo tanto quanto è del signor Marshall”; dimostrare la profondità della cooperazione italo-americana esponendo ovunque le bandiere dei due Paesi affiancate sui cantieri finanziati con i fondi di contropartita; valorizzare le identità regionali, mostrando i lavori compiuti in ogni area specifica; rivolgersi a gruppi bersaglio precisi (sindacati comunisti e non comunisti, braccianti, casalinghe come “amministratrici dell’economia domestica”, imprenditori, e infine i bambini, sul modello della Chiesa, che “ha sempre sostenuto che il modo migliore per conquistare e mantenere fedeli è convincerli da giovani”); evitare lo scontro diretto con la propaganda comunista, rispondendo non con smentite ma con lo slogan ripetuto ovunque “ERP significa pace e lavoro” (uno slogan che la guerra di Corea, scoppiata poco dopo, avrebbe reso quantomeno infelice); ed evitare accuse di ingerenza negli affari interni italiani: il principio più difficile da rispettare, mentre il Congresso americano faceva pressioni perché ogni bene di origine statunitense fosse marcato con la bandiera a stelle e strisce.

Analisi critica

Fin dall’inizio, la Missione ERP a Roma stabilisce che stampa e radio non possono reggere il peso dell’offensiva: si vende un solo giornale ogni dodici italiani, e gli apparecchi radio raggiungono appena metà della popolazione. Il ministro degli Esteri propone di acquistare metà dei quotidiani del Paese; l’idea viene scartata. Resta il cinema, l’unico mezzo, sostengono i dirigenti dell’ERP, capace di penetrare i gruppi sociali “più chiusi mentalmente”, come l’operaio comunista o il contadino isolato nel suo villaggio di montagna, in un Paese dove il tasso di analfabetismo è ancora del 15%.

La scelta produce un’infrastruttura reale. Tra il giugno 1948 e la fine del 1950 la missione di Roma installa e gestisce 45 mostre itineranti, frequentate da 6.744.000 visitatori, che distribuiscono 16.049.555 opuscoli, per un costo di 537.239,30 dollari pagati con i fondi di contropartita, cioè quella quota dei proventi della vendita dei beni ERP che l’amministrazione tratteneva per uso proprio. Una di queste, allestita a Venezia nell’estate 1949, apre con una quantificazione teatrale degli aiuti americani: tre navi al giorno, mille dollari al minuto, due settimane di salario di ogni lavoratore.

Sul fronte cinematografico, un primo esperimento alla Fiera di Padova dell’ottobre 1948 (circa quaranta documentari su temi che vanno dal turismo a New York alle nuove tecniche di allevamento avicolo) produce, secondo i funzionari, “un enorme successo”: un pubblico crescente chiede di rivedere gli stessi film. Per i 15.000 operai delle vicine officine tessili Marzotto, in gran parte di fede comunista, viene approntato un programma tecnico specifico; cinque vincitori di un concorso aziendale vengono premiati con la scelta tra un viaggio di tre mesi negli Stati Uniti o in Unione Sovietica. Non tutto il materiale americano regge l’urto: un film della MGM del 1950, Meet King Joe, viene scartato perché ritenuto troppo trionfalistico nel dipingere l’operaio americano come il meglio pagato del mondo: un tono giudicato controproducente davanti a un pubblico operaio diffidente.

Da novembre 1948 la missione produce un proprio repertorio di documentari, distribuiti come cortometraggi prima dei film in sala, e portati nei paesi più piccoli, dove solo 2.000 dei 9.000 comuni italiani possiedono un cinema proprio, grazie a due camion dell’USIS, presto diventati sei. Tra i titoli censiti figurano Rotaie (Rails), sulla ricostruzione di un tratto ferroviario, e Paese senza acqua (Village without Water), girato tra la fine del 1949 e l’inizio del 1950, che racconta l’arrivo dell’acquedotto in un paese siciliano: un telegramma della missione lo descrive come esempio della “riconversione dell’isola da comunità agricola feudale a moderna produzione agricola”, notando che l’ERP era apprezzato in Sicilia “più che in qualunque altra parte” del piano, anche grazie all’uso dei cantastorie locali. Le fonti concordano su un dato interessante ma poco definito: sarebbero stati completati 63 documentari entro l’aprile 1952 (40 dei quali entro la fine del 1950), ma il numero di quelli oggi reperibili negli archivi nazionali di Washington varia a seconda della pubblicazione consultata: divergenza che, in assenza di un catalogo completo mai depositato dalla Divisione Informazioni di Roma, resta una zona grigia della documentazione e va segnalata come tale piuttosto che risolta arbitrariamente.

Nel luglio 1950 Berding, nel frattempo vicedirettore della Divisione Informazioni a Washington, riferisce al senatore Wiley che in tutta l’Europa occidentale circolano cinquanta documentari e cinegiornali ERP, visti ogni settimana da oltre quaranta milioni di persone: trenta milioni per i cinegiornali, dieci per i documentari. Una relazione della missione romana, tirando le somme dopo due anni di attività, stima che almeno 30 milioni di italiani siano ormai “ben informati” sul Piano Marshall: il 52% lo giudica positivo per il Paese, il 15% negativo, e sul restante 37% privo di un’opinione precisa la Divisione promette di concentrare gli sforzi futuri, individuando in donne e giovani i gruppi bersaglio a lungo termine, e proponendo agli italiani il modello dei quarantotto Stati americani come esempio di integrazione economica per l’Europa.

Implicazioni attuali

La campagna italiana dell’ERP non è un caso isolato ma la punta più avanzata di uno sforzo continentale: il Film Unit dell’ECA, secondo la ricostruzione di Victoria de Grazia, produce circa duecento film in stile documentario tra il 1949 e il 1953 in tutta Europa, con un budget per l’informazione calcolato (per esplicita indicazione dell’amministratore Paul Hoffman, uomo proveniente dal mondo industriale) sulla stessa percentuale (il 5%) che una società privata avrebbe destinato al marketing per il lancio di un nuovo prodotto. Il criterio guida, riassunto da Hoffman in uno slogan efficace, era mettere avanti “la catena di montaggio americana, non la linea del partito comunista”. È qui che il caso del Piano Marshall anticipa alcuni meccanismi che ritroviamo, in forma diversa, nelle tecniche di comunicazione persuasiva contemporanee: la segmentazione dei pubblici per gruppo sociale (operai comunisti, braccianti, casalinghe, imprenditori), la costruzione di una narrazione emotiva intorno a un dato tecnico (i cantastorie, il documentario sull’acquedotto siciliano), la misurazione sistematica del consenso raggiunto (il 52% di giudizi positivi, il 37% ancora da conquistare), l’adattamento del messaggio al destinatario. Non si tratta di un’unica architettura che si ripete identica nel tempo — l’assistenza economica del 1948 e le piattaforme digitali di oggi operano in contesti tecnologici, istituzionali e politici troppo diversi per essere equiparate — ma di una prima codificazione, su scala nazionale e con mezzi rudimentali, di logiche che la pubblicità commerciale e la comunicazione politica avrebbero poi raffinato. Il vantaggio di questo caso, per chi voglia studiarle, è che restano un archivio, un rendiconto al Congresso e uno storico che li ha ricostruiti: cosa che raramente accade con i loro equivalenti odierni.

(segue)

Riferimenti bibliografici

De Grazia, V. (2005). Irresistible Empire: America’s Advance through Twentieth-Century Europe. Harvard University Press, pp. 348-350.

Ellwood, D.W. (1992). Rebuilding Europe: Western Europe, America, and Postwar Reconstruction. Longman, in particolare cap. “Filling the Dollar Gap: the Evolution of the Marshall Plan”, pp. 161-163.

Ellwood, D.W. (2001). “Italian Modernisation and the Propaganda of the Marshall Plan.” In L. Cheles, L. Sponza (a cura di), The Art of Persuasion: Political Communication in Italy from 1945 to the 1990s. Manchester University Press, pp. 23-48.

Ellwood, D.W. (2007). “Il cinema di propaganda americano e la controparte italiana: nuovi elementi per una storia visiva del dopoguerra.” In G. Barrera, G. Tosatti (a cura di), United States Information Service di Trieste. Catalogo del fondo cinematografico (1941-1966). Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, pp. 25-40.


Colonia Italia

Sinossi

Colonia Italia indaga come l’Italia, dal 1945 a oggi, abbia assorbito un modello culturale anglosassone, americano in primo luogo, non attraverso un’imposizione dichiarata, ma per via di diplomazia culturale, mercato dei consumi e immaginario mediatico. La serie ricostruisce, ciclo per ciclo, come cinema, televisione, musica, lingua, modelli corporei e familiari, consumo e istruzione abbiano finito per riformulare l’identità nazionale italiana su un asse valoriale non proprio. Non è un’operazione nostalgica né un’accusa identitaria contro gli Stati Uniti: è un’analisi critica di un processo storico concreto, delle sue leve e delle sue conseguenze attuali.

Indice articoli pubblicati

Ciclo I – I fondamenti teorici

1.Il concetto di egemonia culturale

2.L’industria culturale come macchina del consenso

3.Imperialismo culturale

4.L’Italia che verrà colonizzata

5. Il potere attrattivo

Ciclo II – Il progetto politico. Diplomazia culturale e Guerra Fredda

6. Il Piano Marshall come progetto culturale

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Alessandro Freddi scrive in italiano su Attivismo.info, in inglese su www.alessandrofreddi.com.