Colonia Italia: 5. Il potere attrattivo

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di Alessandro Freddi

(segue: 4. L’Italia che verrà colonizzata)


«Il potere attrattivo non è debolezza. È una forma di potere.»

Joseph Nye scrisse queste parole nel 2004, in Soft Power: The Means to Success in World Politics, il testo in cui sviluppava in forma compiuta un concetto che aveva introdotto quattordici anni prima. Il potere attrattivo, soft power nella sua terminologia, è la capacità di ottenere ciò che si vuole attraverso l’attrazione piuttosto che attraverso la coercizione o i pagamenti. È la capacità di far volere agli altri ciò che si vuole, senza bisogno di minacciare né di comprare.

La genesi del concetto

Joseph Nye è un politologo di Harvard che ha ricoperto incarichi di governo nell’amministrazione americana: vice segretario di Stato, presidente del Consiglio per l’intelligence, assistente al Segretario della Difesa. Non è un critico del sistema: ne è un architetto. Quando teorizza il potere attrattivo, lo fa dal punto di vista di chi lo esercita. Questa precisazione non invalida il valore analitico del concetto: lo inquadra.

Il termine nasce nel 1990, in Bound to Lead: The Changing Nature of American Power. Il contesto è la fine della Guerra Fredda: l’Unione Sovietica crolla, gli Stati Uniti rimangono l’unica superpotenza, ma il dibattito accademico e politico americano è dominato dalla tesi del “declino”. Nye contesta questa tesi. Gli Stati Uniti non stanno declinando: stanno trasformando la natura del loro potere. Oltre al potere militare ed economico, quello che Nye chiama hard power, esiste un potere di tipo diverso: la capacità di attrarre, di influenzare, di far desiderare il proprio modello. Questo è il soft power.

Nel 2004, con la guerra in Iraq già avviata e il consenso internazionale verso gli Stati Uniti in drammatico calo, Nye torna sul concetto con urgenza politica. L’amministrazione Bush aveva puntato tutto sull’hard power militare, trascurando il potere attrattivo. I risultati erano visibili: il governo americano spendeva, scrive Nye, quattrocento volte di più per il potere coercitivo che per quello attrattivo. Era un errore strategico, oltre che politico.

La struttura teorica: tre fonti, un meccanismo

Secondo Nye, il potere attrattivo di un Paese si fonda su tre risorse: la cultura (laddove è attraente per gli altri), i valori politici (quando li si rispetta in patria e all’estero) e le politiche estere (quando sono percepite come legittime e dotate di autorità morale). La distinzione tra le tre risorse è importante: la cultura agisce in modo diffuso e non sempre intenzionale; i valori politici e le politiche estere possono rafforzare o erodere il potere attrattivo a seconda delle circostanze.

Il meccanismo fondamentale è semplice nella formulazione, complesso nei suoi effetti: “se riesco a farti volere ciò che voglio, non ho bisogno di usare carote o bastoni per farti fare quello che faccio io”. Il potere attrattivo non compra né minaccia: forma le preferenze. Opera a un livello più profondo del negoziato diplomatico o della sanzione economica: modella ciò che gli altri considerano desiderabile, normale, degno di essere imitato.

Nye cita il Piano Marshall come esempio paradigmatico. Non a caso: quando Colin Powell, interrogato al Forum di Davos del 2003 sul perché gli Stati Uniti sembrassero puntare solo sul potere coercitivo, rispose: “Il potere attrattivo arrivò con il Piano Marshall. Abbiamo fatto la stessa cosa in Giappone.” Il Piano Marshall non era soltanto aiuto economico: era un progetto di modellazione delle preferenze europee. È precisamente questa la tesi che i cicli successivi di questa serie si propongono di verificare per il caso italiano.

Nye è onesto sui limiti del concetto. Il potere attrattivo non può fare tutto: non previene gli attacchi militari, non risolve le crisi immediate, non sostituisce la forza nelle situazioni di conflitto aperto. E la sua efficacia dipende fortemente dal contesto: lo stesso prodotto culturale può attrarre alcuni e respingere altri. Kim Jong-il, nota Nye, amava la pizza e i video americani, ma questo non incideva sui suoi programmi nucleari.

Nye e Gramsci: lo stesso fenomeno da due prospettive opposte

Il lettore che ha seguito le puntate precedenti di questo Ciclo I avrà riconosciuto qualcosa di familiare nella descrizione di Nye. Il potere che opera attraverso il consenso e l’attrazione piuttosto che attraverso la coercizione è esattamente ciò che Antonio Gramsci chiamava egemonia culturale già negli anni Trenta. La coincidenza non è casuale: descrivono lo stesso fenomeno.

Ma le differenze sono decisive e vale la pena esplicitarle. Gramsci descrive l’egemonia come un meccanismo strutturale del Capitalismo: opera attraverso le istituzioni della società civile (la scuola, la Chiesa, i partiti, i giornali) in modo non pianificato, diffuso, incorporato nelle pratiche quotidiane. Non c’è un soggetto unico che la progetta: è l’esito di rapporti di forza storicamente determinati.

Nye descrive il potere attrattivo come uno strumento deliberato di politica estera: ha un soggetto (il governo americano), ha istituzioni dedicate (l’USIA, il Piano Marshall, i programmi di scambio culturale), ha un bilancio, ha obiettivi misurabili. È egemonia consapevole di sé, progettata come tale, dispiegata secondo una strategia. La differenza tra i due quadri teorici è la differenza tra un processo strutturale e un progetto politico.

Per la serie che stiamo costruendo, questa distinzione è fondamentale. L’americanizzazione dell’Italia non è soltanto il risultato di un processo strutturale anonimo: l’espansione del Capitalismo, la modernizzazione, la globalizzazione. È anche il risultato di un progetto con attori identificabili, risorse stanziate, obiettivi dichiarati. Gramsci fornisce il quadro per capire il meccanismo; Nye, paradossalmente, fornisce la confessione di chi lo ha gestito.

Il contrappeso: Chomsky e la critica della dominazione

La lettura di Nye va completata con quella di chi descrive lo stesso fenomeno dalla parte di chi lo subisce. Noam Chomsky, in Hegemony or Survival (2003), smonta il lessico della “diplomazia culturale” e del “potere attrattivo” per mostrare ciò che vi è nascosto. Il progetto americano di egemonia globale non è, nella sua lettura, una forma benigna di influenza alternativa alla forza militare: è la prosecuzione della dominazione con mezzi diversi, in cui il consenso sostituisce la coercizione non perché sia più rispettoso delle autonomÈie altrui, ma perché è più efficace e meno costoso.

Chomsky richiama la tradizione americana della “fabbricazione del consenso” (da Walter Lippmann a Edward Bernays, fondatori delle moderne relazioni pubbliche) per mostrare come il controllo dell’opinione sia sempre stato, nelle democrazie liberali, uno strumento di governo tanto quanto la forza. Il potere attrattivo di Nye è, in questa prospettiva, la versione internazionale di quella stessa tradizione: si tratta di formare le preferenze degli altri anziché imporsi con la violenza, ma l’obiettivo rimane il controllo.

L’obiezione di Chomsky non invalida l’utilità analitica del concetto di Nye: la precisa. Il potere attrattivo esiste, opera, produce effetti documentabili. Ma non è neutrale: è uno strumento di potere, e va analizzato come tale. La serie “Colonia Italia” adotta questa prospettiva: non si tratta di demonizzare la cultura anglosassone, ma di descrivere i meccanismi attraverso cui la sua proiezione sull’Italia è stata organizzata, finanziata, dispiegata.

La chiusura del Ciclo I: dagli strumenti agli attori

Questa è l’ultima puntata del Ciclo I. In cinque articoli abbiamo costruito il quadro teorico che permette di analizzare la colonizzazione culturale anglosassone dell’Italia senza ridurla né a un processo anonimo né a una cospirazione. Gramsci ci ha dato il meccanismo del consenso. Adorno e Horkheimer ci hanno dato la macchina industriale che lo produce. Schiller e Latouche ci hanno dato il nome, imperialismo culturale, e gli attori. La puntata 4 ci ha mostrato il territorio su cui il progetto opera. Nye, infine, ci ha dato la confessione teorica: gli Stati Uniti hanno consapevolmente usato il potere attrattivo come strumento di politica estera.

Dal Ciclo II in poi la prospettiva cambia. Non più meccanismi astratti, ma esempi concreti di come questi meccanismi abbiano operato in Italia. Il quadro teorico che abbiamo costruito serve a una cosa sola: capire ciò che verrà mostrato.

(segue)

Fonti

Chomsky, N. (2003). Hegemony or Survival: America’s Quest for Global Dominance. Metropolitan Books.

Gramsci, A. (1929–1935). Quaderni del carcere. [Ed. critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, 1975.] In part. Q. 12 e Q. 13 sull’egemonia culturale e gli intellettuali organici.

Nye, J.S. (2004). Soft Power: The Means to Success in World Politics. Public Affairs.

Nye, J.S. (1990). Bound to Lead: The Changing Nature of American Power. Basic Books.

Schiller, H.I. (1969). Mass Communications and American Empire. Beacon Press.


Colonia Italia

Sinossi

Colonia Italia indaga come l’Italia, dal 1945 a oggi, abbia assorbito un modello culturale anglosassone, americano in primo luogo, non attraverso un’imposizione dichiarata, ma per via di diplomazia culturale, mercato dei consumi e immaginario mediatico. La serie ricostruisce, ciclo per ciclo, come cinema, televisione, musica, lingua, modelli corporei e familiari, consumo e istruzione abbiano finito per riformulare l’identità nazionale italiana su un asse valoriale non proprio. Non è un’operazione nostalgica né un’accusa identitaria contro gli Stati Uniti: è un’analisi critica di un processo storico concreto, delle sue leve e delle sue conseguenze attuali.

Indice articoli pubblicati

Ciclo I — I fondamenti teorici

  1. Il concetto di egemonia culturale
  2. L’industria culturale come macchina del consenso
  3. Imperialismo culturale
  4. L’Italia che verrà colonizzata
  5. Il potere attrattivo

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Alessandro Freddi scrive in italiano su Attivismo.info, in inglese su www.alessandrofreddi.com.