Da Dio al Mercato: 19. Paolo assemblò l’anima del Capitalismo

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di Alessandro Freddi

(segue: 18. Non c’è più giudeo né greco)

Roma aveva costruito il soggetto giuridico quasi universale. Non ne aveva costruito l’anima. Gli Stoici avevano immaginato la cosmopolis, la città del mondo di cui ogni essere razionale è cittadino. Non avevano un’istituzione capace di farla vivere. La tradizione profetica ebraica custodiva da secoli il linguaggio del debito come colpa cosmica, e l’attesa di un rovesciamento finale. Restava confinata a un popolo. Nelle lettere di un ebreo romano che si chiamava Paolo, questi pezzi — nati in luoghi diversi, per ragioni diverse, senza che nessuno li avesse progettati per incastrarsi — si assemblarono in una struttura unica. Vale la pena, a questo punto, mettere in fila esattamente cosa quella struttura contenesse.

Cinque pezzi, un solo soggetto

Il primo elemento è un soggetto universalmente colpevole. Paolo scrive ai Romani che «tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio», senza eccezioni di origine o di nascita, e sviluppa nello stesso testo un parallelo tra Adamo e Cristo che diventerà, secoli dopo, il fondamento scritturale della dottrina del peccato originale: una dottrina che sarà Agostino, nel V secolo, a formalizzare sistematicamente nella controversia con Pelagio, non Paolo in prima persona. Ma il materiale teologico grezzo (l’idea che la colpa non sia un incidente individuale bensì una condizione ereditata da ogni essere umano in quanto tale) è già lì, nella Lettera ai Romani.

Il secondo elemento è la redenzione individuale nell’accesso. A differenza dei culti misterici, dove la salvezza passava attraverso un rito collettivo di iniziazione riservato a pochi, la teologia paolina della giustificazione per fede rende la redenzione una questione che si decide con un atto personale del singolo credente. Non serve appartenere a un gruppo di nascita, né superare gradi di iniziazione: serve credere, e ricevere il battesimo. Ma l’atto è individuale, la forma no: chi lo compie entra in una comunità, come mostra il quinto elemento. È un meccanismo che, proprio perché l’accesso non dipende dalla nascita, può in linea di principio replicarsi all’infinito, in qualunque città dell’impero, senza bisogno di un tempio locale che ne custodisca i riti.

Il terzo elemento è un tempo urgente. Paolo scrive alle comunità che fonda come se il ritorno di Cristo fosse imminente («il tempo si è fatto breve», scrive ai Corinzi) ereditando dall’apocalittica ebraica un senso di urgenza escatologica che nessuna cosmologia ciclica, greca o stoica, possedeva. Il tempo lineare, diretto verso una fine, sostituisce il tempo circolare del ritorno eterno.

Il quarto elemento è l’universalismo dissolto da ogni confine e di questo si è già parlato: né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna.

Il quinto elemento è l’istituzione transnazionale: la rete di comunità (le ekklesiai) che restano in contatto attraverso lettere, messaggeri, collette, e che sopravvivono al fondatore, si riproducono senza il suo intervento diretto, attraversano confini politici e linguistici che nessuna delle tradizioni religiose esaminate in questa serie aveva attraversato con la stessa sistematicità.

Una cautela, prima di andare avanti: la corrispondenza che segue è costruita a ritroso. Le assenze sono state individuate guardando a ciò che il Cristianesimo avrebbe poi portato, e perciò la simmetria, da sola, non prova che le cose siano andate così. Detto questo: presi uno per uno, questi cinque elementi rispondono esattamente alle assenze che gli articoli precedenti di questa serie hanno documentato altrove. Roma aveva il soggetto giuridico quasi universale, ma non la colpa cosmica che lo rendesse debitore di qualcosa di più del fisco. Gli Stoici avevano la cosmopolis, ma non il punto di non ritorno nel tempo né un’istituzione capace di renderla operativa. La tradizione profetica ebraica aveva il debito come colpa e l’attesa escatologica, ma restava vincolata al confine di un solo popolo. Nessuna delle tre eredità, presa isolatamente, possedeva l’intero disegno: Paolo non inventa i singoli pezzi, ma è il primo a tenerli insieme nello stesso sistema.

Il reset spostato

C’è però un sesto elemento, meno appariscente degli altri cinque ma probabilmente il più importante per la storia che questa serie sta ricostruendo, ed è per questo che merita una sezione a parte. Il diritto biblico prevedeva un reset periodico e immanente: ogni sette anni, nell’anno sabbatico, i debiti venivano condonati; ogni cinquant’anni, nel Giubileo levitico, le terre tornavano ai proprietari originari e i servi per debito erano liberati. La teologia paolina eredita la struttura del debito cosmico verso Dio, ma non eredita, o non riproduce nella stessa forma, quella periodicità. Il debito verso Dio non si cancella a intervalli regolari: si estingue, per chi crede, nell’evento della croce, ma resta comunque in attesa di un bilancio finale, il Giudizio, collocato alla fine dei tempi.

Nella prospettiva di Paolo quella fine era vicinissima: un orizzonte di anni, forse di una generazione. Ma la storia successiva del Cristianesimo, con il ritardo della parousia che i vangeli e le lettere più tarde del Nuovo Testamento già mostrano di dover elaborare, trasformò quell’attesa imminente in un’attesa indefinita. Il risultato strutturale è quello che vale la pena isolare: il reset non fu abolito, come a Roma; fu spostato a una data che si allontana continuamente, restando sempre, per definizione, futura. Un debito con una scadenza, ma una scadenza collocata a una distanza che nessun credente vivente può calcolare.

Un debito che genera colpa, non redenzione

Intorno al 1921 il filosofo Walter Benjamin scrisse un breve appunto, rimasto incompiuto e pubblicato solo decenni dopo la sua morte, intitolato Il capitalismo come religione. Vale la pena essere precisi sulla natura di questo testo prima di usarlo: è un frammento filosofico, non un’analisi storica, e va trattato come una lente interpretativa suggestiva, non come una prova di continuità causale diretta tra la teologia paolina e l’economia moderna. Detto questo, l’intuizione di Benjamin illumina con precisione proprio il meccanismo che questo articolo ha appena descritto. Il Capitalismo, scrive Benjamin, è un culto permanente, senza giorni feriali e senza tregua; è un culto senza una dottrina articolata, dove tutto acquista significato solo in rapporto al culto stesso; ed è, soprattutto, un culto che produce colpa (la parola tedesca che usa, Schuld, significa insieme debito e colpa), invece di offrire redenzione. Nella formulazione di Benjamin, il Capitalismo trascina Dio stesso dentro il proprio sistema di colpa, fino a un punto di disperazione universale che il culto stesso presenta, paradossalmente, come la propria forma di salvezza.

Se Benjamin coglie qualcosa di vero — e resta un’ipotesi filosofica affascinante, non un fatto storico dimostrato — è forse proprio questo: un sistema che eredita la struttura del debito cosmico paolino, senza ereditarne l’evento di redenzione che nella teologia cristiana chiude, almeno per chi crede, il conto. Resta la colpa universale, resta l’urgenza del tempo, resta l’istituzione transnazionale. Ma il Giudizio che avrebbe dovuto saldare il debito una volta per tutte si allontana all’infinito: non diversamente, sotto altra forma, da come il reset del Giubileo si era già allontanato nella teologia paolina rispetto alla sua periodicità ebraica originaria.

Cinque elementi assemblati in una manciata di lettere, più un sesto, quasi invisibile, che sposta invece di abolire: questo è ciò che Paolo lasciò in eredità al mondo che sarebbe venuto dopo di lui. Non un sistema economico: su questo bisogna essere chiari, e la strada che separa una teologia della colpa cosmica da un sistema bancario è lunga, complessa, e nessuna delle due cose implica l’altra in modo diretto. Ma una grammatica. Una struttura cosmologica che, secoli più tardi, altri (in circostanze storiche completamente diverse, che questa serie dovrà ancora raccontare) avrebbero potuto riempire con contenuti che Paolo stesso non avrebbe riconosciuto come propri.

(segue)


Fonti

Lettera di San Paolo ai Romani, 3:23; 5:12-21, in La Bibbia di Gerusalemme, EDB, Bologna 2011.

Prima Lettera ai Corinzi, 7:29, ibid.

Benjamin, Walter, Kapitalismus als Religion [frammento, ca. 1921], in Gesammelte Schriften, a cura di Rolf Tiedemann e Hermann Schweppenhäuser, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1991, vol. VI, pp. 100–102.

Meeks, Wayne A., The First Urban Christians: The Social World of the Apostle Paul, 2ª ed., Yale University Press, New Haven 2003.

Sanders, E. P., Paul and Palestinian Judaism, ed. del 40° anniversario, Fortress Press, Minneapolis 2017.


Da Dio al Mercato

Sinossi

Da Dio al Mercato non sostiene che il Capitalismo abbia preso in prestito il linguaggio religioso. Sostiene l’opposto: che il Capitalismo è una religione che ha adottato il linguaggio economico — una struttura teologica secolarizzata, radicata nella cosmologia cristiana medievale. L’argomento segue il frammento di Walter Benjamin del 1921, Kapitalismus als Religion, letto insieme alla teologia politica di Carl Schmitt e al lavoro di Giorgio Agamben intitolato Il Regno e la Gloria: Per una genealogia teologica dell’economia e del governo (2007).

La teologia cristiana ha ereditato l’idea di un debito universale e ne ha promesso l’azzeramento, il Giubileo, alla fine dei tempi. Il Capitalismo mantiene il debito, ma ne rinvia l’azzeramento all’infinito. Quel rinvio è la condizione cosmologica che rende possibile l’accumulazione indefinita: non un sistema guasto, ma un sistema che funziona esattamente come previsto.

La serie procede dalla mitologia omerica alla Singolarità tecnologica, pubblicata in forma seriale, un saggio alla volta. Capitalismo e Mercato compaiono sempre in maiuscolo in quanto scelta teorica: in questo argomento, stanno accanto a Dio come nomi dello stesso ordine di cose.

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Alessandro Freddi scrive in italiano su Attivismo.info, in inglese su www.alessandrofreddi.com.