Psicologia della scelta vaccinale

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di Alessandro Freddi

Nota metodologica. Questo articolo adotta un principio di neutralità dichiarata: non intende sostenere né contrastare la vaccinazione, né orientare il lettore verso una decisione piuttosto che un’altra. Il suo oggetto è la psicologia che porta, nei dati della ricerca comportamentale, a un esito piuttosto che all’altro, non la fondatezza dell’uno o dell’altro esito. Ogni meccanismo psicologico descritto nei punti che seguono viene quindi trattato come capace, a seconda dei casi, di produrre sia l’adesione sia il rifiuto della vaccinazione, mai come spiegazione esclusiva di un solo esito; e ogni affermazione è ancorata a una fonte specifica, citata nel testo.

1. Apertura — il paradosso del calcolo condiviso

Tra il 2010 e il 2019 sono stati sviluppati almeno 14 strumenti diversi per misurare gli atteggiamenti dei genitori verso la vaccinazione infantile, ciascuno con un numero di fattori compreso tra uno e cinque (Shapiro et al., 2021, Current Opinion in Immunology). Questo numero elevato di strumenti riflette un problema di fondo: le parole usate per descrivere il fenomeno — esitazione, fiducia, accettazione — sono state usate in letteratura in modi spesso diversi e non coerenti tra loro. Per questo un gruppo di lavoro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dovuto fissare definizioni condivise dei termini principali, così da rendere confrontabili gli studi.

Questo articolo tratta la decisione di vaccinarsi come oggetto di misurazione psicologica: quali fattori, così come definiti e verificati nella ricerca comportamentale, risultano legati nei dati a un esito piuttosto che a un altro. L’obiettivo è raccontare cosa la ricerca ha misurato e come lo ha fatto, non stabilire quale comportamento sia preferibile.

2. Il modello di riferimento: le 5 componenti

Lo strumento più usato per misurare questi fattori è la scala nota come “5C”, sviluppata da Betsch e colleghi attraverso tre studi su quasi 2.800 persone (Betsch et al., 2018, PLOS ONE). Il modello individua cinque fattori psicologici distinti, misurati ciascuno in modo indipendente:

Fiducia (Confidence): fiducia nell’efficacia e nella sicurezza dei vaccini, nel sistema sanitario che li somministra e in chi decide sulla loro necessità.

Compiacenza (Complacency): quanto il rischio percepito di una malattia prevenibile è basso, al punto da non far sembrare necessaria la vaccinazione.

Vincoli (Constraints): ostacoli pratici o psicologici — costo, tempo, accessibilità — che condizionano il passaggio dall’intenzione al comportamento effettivo.

Calcolo (Calculation): la tendenza a cercare a lungo informazioni prima di decidere, valutando esplicitamente rischi e benefici.

Responsabilità collettiva (Collective responsibility): la disponibilità a proteggere altre persone tramite la propria vaccinazione, grazie all’immunità di gregge; il suo opposto è la tendenza ad affidarsi alla protezione garantita dalla vaccinazione altrui.

Gli autori del modello hanno scelto di non usare il termine “esitazione vaccinale” come categoria generale, proprio per l’assenza di una definizione condivisa in letteratura, preferendo un insieme di fattori misurabili singolarmente, senza calcolare un punteggio unico complessivo (Betsch et al., 2018).

Uno studio successivo, condotto su un campione rappresentativo tedesco di oltre 10.000 persone in due rilevazioni (2016 e 2018), ha verificato quanto questi cinque fattori riescano a prevedere il comportamento vaccinale reale. Bassa fiducia, alta compiacenza, alti vincoli e bassa responsabilità collettiva risultano legati a una maggiore probabilità di aver rifiutato un’occasione di vaccinazione nei cinque anni precedenti; il modello psicologico spiega più varianza delle sole variabili demografiche come età o livello di istruzione (Eitze et al., 2024, BMC Public Health).

Il modello è stato in seguito esteso a sette componenti, con l’aggiunta di due fattori: la tendenza a sostenere controlli e sanzioni sociali per chi non si vaccina (Compliance), e la tendenza ad attribuire la decisione sulla vaccinazione a cause o interessi diversi da quelli dichiarati dalle istituzioni sanitarie (Conspiracy). Secondo gli autori, aggiungere questi due fattori ha aumentato la varianza spiegata nella disponibilità a vaccinarsi contro il Covid-19 dal 77% all’84%, rispetto al modello a cinque componenti, su un campione danese di 681 persone (Geiger et al., 2022, European Journal of Psychological Assessment). Anche qui, entrambi i nuovi fattori sono trattati come variabili misurabili su una scala continua, non come etichette applicate a gruppi di persone.

3. Percezione del rischio e della minaccia

La decisione di vaccinarsi o di rifiutare la vaccinazione può essere ricondotta, dal punto di vista psicologico, a un processo di valutazione del rischio che coinvolge due meccanismi distinti: un modello cognitivo-motivazionale strutturato, il Modello delle Convinzioni sulla Salute, e un bias cognitivo più generale nella stima delle probabilità, l’euristica della disponibilità.

Il Modello delle Convinzioni sulla Salute nasce nel Public Health Service statunitense tra il 1950 e il 1960, in risposta allo stesso paradosso richiamato in apertura di questo articolo: la scarsa adesione a test di prevenzione offerti spesso gratuitamente (Rosenstock, 1974, Health Education Monographs). Il modello individua quattro convinzioni che concorrono a determinare l’azione preventiva:

Suscettibilità percepita: quanto una persona si ritiene esposta a una data condizione.

Gravità percepita: quanto quella condizione, se si manifestasse, avrebbe conseguenze rilevanti.

Benefici percepiti: i vantaggi attesi dall’azione preventiva.

Barriere percepite: i costi psicologici o pratici che l’azione comporta.

A questi si aggiunge un quinto elemento, gli stimoli all’azione — interni, come la percezione di un sintomo, o esterni, come una campagna informativa — che innescano il passaggio dalla convinzione al comportamento effettivo (Rosenstock, 1974). Lo stesso Rosenstock segnala un limite del modello, utile a mantenerne un uso equilibrato: la sua impostazione è orientata all’evitamento del pericolo, e resta meno chiaro se e come le stesse dinamiche spieghino comportamenti preventivi non motivati dalla paura di una minaccia (Rosenstock, 1974).

Il secondo meccanismo riguarda il modo in cui la mente stima la probabilità di un evento. Secondo l’euristica della disponibilità, una persona giudica quanto un evento sia frequente o probabile in base alla facilità con cui le vengono in mente casi simili, indipendentemente dalla frequenza reale di quell’evento (Tversky & Kahneman, 1973, Cognitive Psychology). Questo meccanismo produce effetti opposti a seconda di quali istanze risultano più disponibili alla mente. Un caso di reazione avversa a un vaccino, se raro ma vividamente raccontato o condiviso, può risultare più facile da richiamare alla mente rispetto ai casi, spesso più numerosi ma meno visibili, di una malattia ormai rara proprio grazie alla vaccinazione diffusa. La conseguenza è una sovrastima del rischio associato al vaccino e una sottostima del rischio associato alla malattia. Lo stesso meccanismo può però produrre l’esito opposto quando è la malattia, e non il vaccino, a essere resa vivida e presente nella memoria collettiva, ad esempio durante un’epidemia in corso. In entrambi i casi la stima di probabilità non riflette la frequenza reale degli eventi, ma la loro disponibilità mentale (Tversky & Kahneman, 1973).

Un dato empirico recente collega direttamente la percezione del rischio all’esito comportamentale. In uno studio condotto su 210 adulti italiani, una minore percezione del rischio associato al COVID-19 è risultata legata a una maggiore probabilità di rifiuto del vaccino, con un effetto statisticamente significativo (B = -0,24; p < 0,001) all’interno di un modello che collegava tratti di personalità, l’adesione a narrazioni alternative sulle cause della pandemia e percezione del rischio (Giancola, Palmiero & D’Amico, 2023, Current Psychology). Lo stesso studio ha rilevato che l’effetto diretto dei tratti di personalità sul rifiuto del vaccino non era statisticamente significativo (B = 0,01; p = 0,87): la relazione emergeva solo attraverso la sequenza che passava per l’adesione a queste narrazioni alternative e per la percezione del rischio, a indicare che quest’ultima agisce come meccanismo psicologico specifico e non come semplice riflesso di altre disposizioni individuali.

Una rassegna sistematica più ampia sui fattori psicologici legati al rifiuto vaccinale durante la pandemia da COVID-19 conferma che la relazione tra variabili emotive e comportamento vaccinale non è univoca: mentre alcuni studi hanno trovato un legame tra ansia e rifiuto del vaccino, altri non hanno rilevato alcun valore predittivo significativo dell’ansia sullo stesso esito (Panico et al., 2025, Frontiers in Public Health). Questa eterogeneità dei risultati suggerisce che la percezione del rischio, più che l’emozione generica, costituisca la variabile psicologica più direttamente collegata alla decisione di vaccinarsi o meno.

4. Fiducia e opacità del sistema

Se il punto precedente ha analizzato come la mente stimi la probabilità di un rischio, questo punto tratta un secondo ingrediente della decisione vaccinale: la fiducia riposta non nel vaccino in sé, ma nell’intero sistema che lo produce, lo autorizza e lo somministra: un sistema che il singolo individuo non può verificare direttamente e che quindi deve, in una certa misura, prendere sulla fiducia.

Un gruppo di lavoro dell’Advisory Committee statunitense ha definito la fiducia vaccinale come la fiducia riposta contemporaneamente in tre oggetti distinti: nei vaccini raccomandati dalle autorità sanitarie, negli operatori che li somministrano, e nei processi che portano alla loro autorizzazione e all’inserimento nel calendario vaccinale (Frew et al., 2019, Vaccine). Questa tripartizione è utile perché permette di distinguere, ad esempio, chi nutre dubbi sull’efficacia di un particolare vaccino da chi diffida piuttosto dell’ente regolatorio che lo ha approvato, o da chi dubita della relazione con il proprio medico.

Uno studio condotto su un campione di 893 genitori statunitensi ha sviluppato uno strumento di otto item per misurare questa fiducia su una scala da 0 a 24. Il punteggio predice in modo coerente la copertura vaccinale effettivamente riportata: per ogni punto di aumento nell’indice di fiducia, la probabilità che un genitore riferisse la vaccinazione completa del figlio cresceva di circa il 10-15%, un effetto confermato per nove vaccini pediatrici diversi (Frew et al., 2019). Un dato rilevante riguarda il processo con cui lo strumento è stato costruito: nella fase di riduzione degli item, che ha eliminato quasi tutte le domande relative all'”ambiente informativo” generale, le uniche due domande sulla fiducia nel medico curante sono state deliberatamente reintrodotte perché ritenute indispensabili. Questo indica che la fiducia nella figura sanitaria di riferimento diretto pesa, nei dati, in modo diverso rispetto alla fiducia nel sistema regolatorio astratto.

Una rassegna sistematica di 79 studi sui fattori psicologici legati al rifiuto vaccinale durante la pandemia da Covid-19 permette di scomporre ulteriormente l’oggetto della sfiducia. Tra i temi ricorrenti identificati compare la sfiducia specifica verso governo e operatori sanitari, distinta dallo scetticismo verso il processo produttivo del vaccino in quanto tale. Quest’ultimo è alimentato in particolare dalla percezione di uno sviluppo accelerato, dalla diffidenza verso le aziende produttrici e, in alcuni studi, dal sospetto di pressioni commerciali sulle autorità regolatorie (Romate et al., 2022, Vaccines). La stessa rassegna rileva inoltre una correlazione, riportata in più studi indipendenti, tra il livello di fiducia riposto nel sistema regolatorio e l’adesione a narrazioni alternative sull’origine o sulla natura del vaccino rispetto a quelle diffuse dalle istituzioni sanitarie. Si tratta di un dato correlazionale, non di un giudizio sulla fondatezza delle narrazioni in questione: chi aderisce alla narrazione istituzionale esercita a sua volta una forma di fiducia nell’autorità, meccanismo psicologico anch’esso documentato in letteratura e non automaticamente più o meno accurato di quello opposto. Questo intreccio tra fiducia, sfiducia e narrazioni alternative sarà utile riprenderlo più avanti, nel punto dedicato alla dimensione collettiva della decisione vaccinale.

Ciò che questi dati mostrano, nel loro insieme, è che l’opacità percepita del sistema — l’impossibilità per il singolo individuo di verificare in prima persona i processi di sperimentazione, approvazione e sorveglianza di un vaccino — non produce automaticamente sfiducia, né automaticamente fiducia. Produce piuttosto una dipendenza da intermediari (il medico, l’ente regolatorio, l’istituzione scientifica), la cui credibilità percepita diventa essa stessa un fattore predittivo del comportamento vaccinale, indipendentemente dal contenuto tecnico della decisione.

5. La frattura psicologica dell’azione diretta

I punti precedenti hanno trattato la decisione vaccinale come il risultato di un calcolo su fiducia e rischio. Questo punto introduce un’ipotesi diversa, sostenuta da una parte della letteratura e contestata da un’altra: che, a parità di rischio calcolato, la mente non tratti allo stesso modo un danno causato da un’azione compiuta e un danno causato da un’azione omessa.

Il fenomeno, noto come distorsione da omissione (omission bias), è stato documentato per la prima volta proprio nel contesto della decisione vaccinale. In uno studio, i genitori affrontavano uno scenario ipotetico su un vaccino antinfluenzale con un piccolo rischio di effetti avversi letali. La disponibilità a vaccinare un bambino diminuiva quando il rischio della malattia stessa, se non prevenuta, veniva reso uguale o addirittura inferiore al rischio del vaccino: una parte consistente dei partecipanti preferiva accettare un rischio complessivo più alto pur di non essere la causa diretta di un danno (Ritov & Baron, 1990, Journal of Behavioral Decision Making). In una delle condizioni sperimentali dello stesso studio, il rapporto tra il rischio di malattia tollerato e il rischio di vaccino dichiarato indifferente ha raggiunto proporzioni superiori a 250 a 1.

Uno studio successivo ha però messo in discussione sia l’entità sia l’interpretazione di questo fenomeno. Utilizzando uno scenario in cui il rischio del vaccino e quello della malattia erano dichiarati esplicitamente identici, su un campione di 293 persone tra studenti e adulti la maggioranza (65%) ha scelto di vaccinare, contro una minoranza (25%) contraria: un risultato opposto alla riluttanza generalizzata ipotizzata dagli studi precedenti (Connolly & Reb, 2003, Organizational Behavior and Human Decision Processes). Nelle spiegazioni fornite liberamente dai partecipanti sulle proprie scelte, solo una piccola minoranza ha fatto riferimento alla distinzione tra agire e non agire; il fattore che prediceva meglio l’intenzione vaccinale era, piuttosto, il rimpianto che i partecipanti anticipavano di provare in caso di esito negativo, sia esso dovuto alla vaccinazione sia alla mancata vaccinazione. Due ulteriori esperimenti degli stessi autori hanno mostrato che le misure numeriche impiegate dagli studi precedenti per rilevare la distorsione da omissione erano sensibili a fattori indipendenti dal fenomeno in questione — la lunghezza della scala di risposta proposta e il punto di riferimento (ancoraggio) usato nella domanda. Una semplice modifica del formato poteva così invertire l’esito apparente, facendo passare da una prevalenza di cautela verso il vaccino a una prevalenza di cautela verso la malattia, e viceversa.

Ciò che questo confronto mostra, nel suo complesso, non è la falsità di un fenomeno a favore di un altro, ma la sensibilità della misurazione stessa: la distinzione psicologica tra causare un danno attraverso un’azione e permetterlo attraverso un’omissione appare reale in alcune condizioni sperimentali, ma la sua entità, e talvolta la sua stessa direzione, dipende in misura significativa da come la domanda viene posta: un’incertezza metodologica che invita a una cautela interpretativa applicabile a entrambe le letture del comportamento vaccinale, adesione e rifiuto.

6. La dimensione collettiva

I punti precedenti hanno trattato la decisione vaccinale come un calcolo individuale su rischio e fiducia. Lo stesso modello 5C introdotto nel punto 2 include però una componente esplicitamente relazionale: la responsabilità collettiva, definita come la disponibilità a proteggere altre persone tramite la propria vaccinazione, grazie al meccanismo dell’immunità di gregge (Betsch et al., 2018). Questo fattore ha come suo opposto simmetrico la tendenza ad affidarsi alla protezione già garantita dalla vaccinazione altrui, senza contribuirvi direttamente.

Una meta-analisi ha riunito i risultati di più studi condotti nell’ambito della teoria del comportamento pianificato, su un campione complessivo di 5.149 partecipanti. Quella teoria prevede tre elementi: l’atteggiamento personale verso il vaccino, la norma sociale percepita, cioè quanto ci si sente attesi a vaccinarsi da persone ritenute rilevanti, e il controllo comportamentale percepito. Tra questi, la norma sociale risulta un predittore significativo dell’intenzione vaccinale, sebbene l’atteggiamento personale resti, nell’insieme dei dati, il predittore più forte (Xiao & Wong, 2020, Vaccine). Lo stesso lavoro rileva che la relazione tra controllo comportamentale percepito e intenzione varia a seconda che la vaccinazione riguardi sé stessi o un’altra persona, ad esempio un figlio: un segnale che la dimensione collettiva della decisione non si limita alla responsabilità verso estranei ma comprende anche la responsabilità diretta verso le persone vicine.

Un dato più specifico sul peso della responsabilità collettiva proviene da uno studio condotto su oltre 1.100 studenti universitari olandesi, belgi e portoghesi, che ha misurato tutti e cinque i fattori del modello 5C insieme all’intenzione di vaccinarsi contro il Covid-19. Tra i cinque fattori, la responsabilità collettiva è risultata la più fortemente legata all’intenzione vaccinale (β = 0,35; p < 0,001), a pari merito con la fiducia (β = 0,33; p < 0,001) (Wismans et al., 2021, PLOS ONE). Lo stesso studio ha analizzato quali variabili psicologiche si legano alla responsabilità collettiva: la percezione del rischio di contagio per familiari e amici, il tratto di personalità legato all’altruismo e il bisogno di appartenenza risultano legati a una responsabilità collettiva più alta, mentre tratti associati a una minore empatia verso gli altri risultano legati a una responsabilità collettiva più bassa.

Gli stessi autori segnalano un limite interno a questo stesso meccanismo, utile a mantenerne una lettura equilibrata: fare leva sulla componente collettiva della decisione presuppone una sensibilità verso il rischio altrui che non tutte le persone condividono nella stessa misura. In chi percepisce un rischio personale già basso (come tende a essere il caso nella popolazione più giovane) la stessa logica dell’immunità di gregge può essere letta anche nella direzione opposta: se la protezione collettiva dipende dalla copertura vaccinale della popolazione nel suo complesso, il contributo del singolo individuo può apparire, dal suo punto di vista, marginale o sostituibile da quello di altri. Gli autori indicano esplicitamente questo ragionamento come una delle possibili conseguenze indesiderate della stessa comunicazione sull’immunità di gregge, distinta dalla responsabilità collettiva che quella comunicazione intende promuovere (Wismans et al., 2021).

7. Leve di persuasione e comunicazione del rischio

I punti precedenti hanno analizzato i fattori psicologici legati, nei dati, a un esito piuttosto che a un altro. Questo punto sposta l’attenzione sulle tecniche di comunicazione che possono orientare la decisione vaccinale in una direzione o nell’altra, indipendentemente da quale direzione si scelga di promuovere.

Uno stesso insieme di informazioni può essere presentato enfatizzando le vite salvate o le vite perse, i casi di malattia evitati o i rari eventi avversi: secondo la teoria del prospetto, le persone valutano un’opzione in modo diverso a seconda che l’esito sia descritto come un guadagno o come una perdita, mostrando in media avversione al rischio di fronte ai guadagni e propensione al rischio di fronte alle perdite (Tversky & Kahneman, 1981, Science). Applicata alla comunicazione vaccinale, questa distorsione psicologica può accentuare l’attrattiva della vaccinazione, inquadrando la mancata vaccinazione come una perdita di protezione, oppure, specularmente, l’attrattiva del rifiuto, inquadrando il vaccino come una fonte di rischio aggiuntivo, a parità di dati oggettivi sottostanti.

Un meccanismo distinto riguarda l’architettura della scelta, cioè il modo in cui le opzioni sono organizzate prima ancora che la persona decida. Uno studio randomizzato su 480 dipendenti universitari ha confrontato due modalità di prenotazione della vaccinazione antinfluenzale: in un gruppo l’appuntamento era già fissato per default, con la possibilità di annullarlo; nell’altro la persona doveva prenotarlo attivamente. La vaccinazione effettiva è risultata più frequente con l’appuntamento predefinito (45%) che con la prenotazione attiva (33%), un effetto mediato quasi interamente dall’avere già un appuntamento fissato (Chapman et al., 2010, JAMA). Poiché l’opzione predefinita può essere impostata in entrambe le direzioni, lo stesso meccanismo può, in linea di principio, aumentare o ridurre l’adesione a seconda di quale comportamento viene reso predefinito.

Come mostrato nei punti 4 e 6, l’efficacia di un messaggio persuasivo dipende anche da chi lo pronuncia: la fiducia riposta nel medico curante, nell’ente regolatorio o nei pari sociali predice l’accettazione dell’informazione più del contenuto tecnico del messaggio in sé (Frew et al., 2019; Wismans et al., 2021). La stessa dinamica vale sia per i messaggi che promuovono la vaccinazione sia per quelli che ne mettono in discussione la sicurezza: a parità di contenuto, una fonte percepita come credibile dal destinatario è più persuasiva di una percepita come distante o interessata.

Un filone di ricerca specifico riguarda la correzione diretta di affermazioni false. Un primo studio sperimentale su studenti universitari statunitensi trovò che correggere un’affermazione politica errata poteva, in alcuni casi, rafforzare la convinzione originaria nel sottogruppo ideologico più predisposto a crederci, un fenomeno chiamato effetto boomerang (Nyhan & Reifler, 2010, Political Behavior). Una replica su scala molto più ampia, con oltre 10.000 partecipanti e 52 affermazioni politiche diverse, non trovò invece alcun caso di effetto boomerang: le persone di ogni orientamento ideologico tendevano ad avvicinare le proprie convinzioni ai dati corretti anche quando questi contraddicevano le loro posizioni politiche (Wood & Porter, 2019, Political Behavior). Una sintesi più recente della letteratura conferma che l’effetto boomerang, per quanto possibile in circostanze specifiche, risulta raro e non riproducibile in modo affidabile su larga scala. La correzione di informazioni scorrette, invece, riduce in media la misinformazione percepita (Roozenbeek & van der Linden, 2024, The Psychology of Misinformation).

Un approccio complementare alla correzione a posteriori consiste nell’anticipare l’esposizione a informazioni fuorvianti. Si mostra alla persona una versione indebolita dell’argomento scorretto prima che lo incontri nella sua forma completa, per favorire una resistenza psicologica assimilabile a un’immunizzazione. Applicato alla percezione del consenso scientifico sui cambiamenti climatici, questo approccio preventivo ha protetto l’effetto positivo di un’informazione corretta anche in presenza di un tentativo di disinformazione costruito ad hoc (van der Linden et al., 2017, Global Challenges). Un’applicazione su larga scala dello stesso principio, tramite un gioco online che fa vestire ai partecipanti i panni di chi produce disinformazione, ha mostrato effetti simili su oltre 5.000 persone in quattro lingue diverse (Roozenbeek, van der Linden & Nygren, 2020, Harvard Kennedy School Misinformation Review). Nulla nella tecnica in sé lega questa logica a una direzione particolare del messaggio da proteggere.

Ogni intervento comunicativo efficace comporta però un costo, indipendentemente da quale comportamento intenda promuovere. Rendere le persone più caute di fronte a contenuti manipolativi tende ad aumentare anche la cautela verso informazioni vere ma percepite come poco plausibili. È un effetto collaterale che, se non bilanciato, rischia di trasformare uno scetticismo sano in una sfiducia generalizzata verso qualunque fonte, comprese quelle affidabili (Roozenbeek & van der Linden, 2024). Il limite non è specifico di una direzione: qualunque tentativo efficace di orientare la decisione vaccinale, verso l’adesione come verso il rifiuto, condivide lo stesso rischio di generare, insieme al cambiamento di opinione ricercato, un aumento della sfiducia generale che può poi ritorcersi contro la fonte stessa del messaggio.

8. Dalla psicologia individuale alla comunicazione sanitaria

I punti precedenti hanno ricostruito i fattori psicologici che la ricerca comportamentale associa, nei dati, all’adesione o al rifiuto della vaccinazione. Resta un passaggio distinto: come questi fattori vengono tradotti, nella pratica, in interventi comunicativi concreti, e quale grado di intervento sulla decisione individuale un simile passaggio comporti.

Una rassegna che riprende il modello a sette componenti introdotto nel punto 2 traduce ciascun fattore psicologico in una corrispondente leva comunicativa: dal rafforzamento della fiducia nel sistema sanitario alla riduzione dei vincoli pratici, fino al richiamo alla responsabilità collettiva discusso nel punto 6. Propone così un insieme di interventi verificati empiricamente su popolazioni diverse (Lewandowsky et al., 2023, Communications Psychology). Lo stesso lavoro non nasconde la tensione insita in questo passaggio: lo schema di conversazione clinica che propone per il colloquio tra operatore sanitario e persona esitante si chiude, per esplicita indicazione degli autori, sempre con una raccomandazione a vaccinarsi. È un esito prescrittivo, diverso dalla descrizione neutra dei meccanismi psicologici che ha caratterizzato i punti precedenti. Gli stessi autori segnalano inoltre questioni che dichiarano ancora aperte, tra cui l’effetto di lungo periodo degli obblighi vaccinali sulla fiducia nel sistema sanitario, esplicitamente indicato come “da valutare ancora”.

Una traiettoria opposta, e altrettanto documentata, emerge da uno studio qualitativo condotto in Australia su 29 genitori esitanti o contrari alla vaccinazione (Ward et al., 2017, PLOS ONE). Lo studio dichiara come metodo la “neutralità empatica”: l’intenzione esplicita di non difendere né contrastare le scelte dei partecipanti. Il dato più rilevante di questo lavoro riguarda il percorso più frequente tra i genitori intervistati: non un rifiuto fin dall’inizio, ma un cambio di rotta. La maggior parte aveva inizialmente vaccinato, spesso il primo figlio. Poi aveva riconsiderato la propria posizione dopo un evento avverso percepito come collegato al vaccino, una fase di ricerca autonoma approfondita, e un progressivo allontanamento dall’epistemologia medica convenzionale come fonte primaria di riferimento.

Le due traiettorie (dalla psicologia individuale all’intervento comunicativo mirato a promuovere l’adesione, e dall’adesione iniziale a un progressivo allontanamento da essa) convergono su una domanda di fondo che riguarda il grado di intervento legittimo sulla decisione vaccinale individuale: dalla semplice informazione, all’obbligo. Una ricostruzione del quadro giuridico e bioetico ripercorre come il diritto internazionale (in particolare la Convenzione di Oviedo) e la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo abbiano storicamente elaborato criteri per bilanciare due interessi. I due interessi, ritenuti entrambi meritevoli di tutela, sono l’autodeterminazione individuale sulle scelte sanitarie e la sicurezza collettiva garantita dalla copertura vaccinale. Tra i criteri indicati dalla Corte di Strasburgo nel 2021 per valutare la legittimità di un obbligo vaccinale figurano, tra gli altri, un obiettivo dichiarato di tutela della salute pubblica, l’esclusione delle persone con controindicazioni mediche e la garanzia di vie di ricorso contro le sanzioni previste (Gibelli et al., 2022, Frontiers in Medicine). Va segnalato, per onestà verso il lettore, che gli stessi autori, nelle conclusioni del proprio lavoro, prendono posizione a favore dell’introduzione di un obbligo vaccinale generalizzato, ritenendolo giustificato dal carattere eccezionale della situazione pandemica. La ricostruzione del quadro normativo che il lavoro offre è quindi più equilibrata della conclusione personale a cui gli stessi autori giungono.

FonteAnnoDirezione documentataNota
Lewandowsky et al.2023Interventi comunicativi verso l’adesioneLo schema di conversazione proposto si chiude sempre con una raccomandazione a vaccinarsi (esito prescrittivo, dichiarato dagli autori)
Ward et al.2017Traiettoria verso l’esitazione / il rifiuto29 interviste; metodo dichiarato di “neutralità empatica”
Gibelli et al.2022Cornice giuridico-bioetica; conclusione personale a favore dell’obbligoIl quadro normativo ricostruito (Oviedo, criteri CEDU) è più equilibrato della conclusione a cui gli stessi autori giungono

Le tre fonti citate in questo punto e la direzione che ciascuna documenta.

Resta quindi aperta, e non è compito di questo articolo chiuderla, la domanda su quale grado di intervento sulla decisione vaccinale individuale sia legittimo: dalla semplice informazione, al richiamo persuasivo analizzato nel punto 7, fino all’architettura della scelta e, all’estremo opposto, all’obbligo. Vale la pena notare, a chiusura, che nessuna delle tre fonti citate in questo ultimo punto resta essa stessa del tutto neutrale rispetto a questa domanda: chi propone uno schema comunicativo che si conclude con una raccomandazione, chi restituisce voce a un percorso di allontanamento dalla vaccinazione, chi conclude apertamente a favore dell’obbligo. La psicologia della scelta vaccinale descrive i meccanismi che rendono un individuo più o meno disponibile a vaccinarsi. Non stabilisce, da sola, quale tra questi meccanismi sia legittimo attivare, né in quale misura. E nemmeno chi la studia riesce sempre a fermarsi soltanto lì.

Fonti citate

Betsch, C., Schmid, P., Heinemeier, D., Korn, L., Holtmann, C., & Böhm, R. (2018). Beyond confidence: Development of a measure assessing the 5C psychological antecedents of vaccination. PLOS ONE, 13(12), e0208601.

Chapman, G. B., Li, M., Colby, H., & Yoon, H. (2010). Opting in vs opting out of influenza vaccination. JAMA, 304(1), 43–44.

Connolly, T., & Reb, J. (2003). Omission bias in vaccination decisions: Where’s the “omission”? Where’s the “bias”? Organizational Behavior and Human Decision Processes, 91(2), 186–202.

Eitze, S., Felgendreff, L., Horstkötter, N., Seefeld, L., & Betsch, C. (2024). Exploring pre-pandemic patterns of vaccine decision-making with the 5C model: results from representative surveys in 2016 and 2018. BMC Public Health, 24, 1205.

Frew, P. M., Murden, R., Mehta, C. C., Chamberlain, A. T., Hinman, A. R., Nowak, G., Mendel, J., Aikin, A., Randall, L. A., Hargreaves, A. L., Omer, S. B., Orenstein, W. A., & Bednarczyk, R. A. (2019). Development of a US trust measure to assess and monitor parental confidence in the vaccine system. Vaccine, 37(2), 325–332.

Geiger, M., Rees, F., Lilleholt, L., Santana, A. P., Zettler, I., Wilhelm, O., Betsch, C., & Böhm, R. (2022). Measuring the 7Cs of vaccination readiness. European Journal of Psychological Assessment, 38(4), 261–269.

Giancola, M., Palmiero, M., & D’Amico, S. (2023). Dark Triad and COVID-19 vaccine hesitancy: the role of conspiracy beliefs and risk perception. Current Psychology. https://doi.org/10.1007/s12144-023-04609-x

Gibelli, F., Ricci, G., Sirignano, A., & De Leo, D. (2022). COVID-19 Compulsory Vaccination: Legal and Bioethical Controversies. Frontiers in Medicine, 9, 821522. https://doi.org/10.3389/fmed.2022.821522

Lewandowsky, S., Schmid, P., Habersaat, K. B., Nielsen, S. M., Seale, H., Betsch, C., Böhm, R., Geiger, M., Craig, B., Sunstein, C., Sah, S., MacDonald, N. E., Dubé, E., Fancourt, D., Larson, H. J., Jackson, C., Mazhnaya, A., Dutta, M., Fountoulakis, K. N., Kachkachishvili, I., Soveri, A., Caserotti, M., Őri, D., de Girolamo, G., Rodriguez-Blazquez, C., Falcón, M., Romay-Barja, M., Forjaz, M. J., Blomquist, S. E., Appelqvist, E., Temkina, A., Lieberoth, A., Harvey, T. S., Holford, D., Fasce, A., Van Damme, P., & Danchin, M. (2023). Lessons from COVID-19 for behavioural and communication interventions to enhance vaccine uptake. Communications Psychology, 1, 35. https://doi.org/10.1038/s44271-023-00036-7

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Alessandro Freddi scrive in italiano su Attivismo.info, in inglese su www.alessandrofreddi.com.