di Alessandro Freddi
(segue: 9. Quando economia significava un’altra cosa)
Nel 2008, mentre i mercati finanziari globali collassavano sotto il peso di strumenti che quasi nessuno capiva davvero, un’immagine tornava ossessivamente nelle discussioni degli economisti: la “caverna”. I derivati finanziari (i CDO, le ABS, i credit default swap) erano ombre proiettate su una parete. Il bene reale sottostante, il mutuo di un contadino dell’Ohio o il prestito di una piccola impresa lombarda, era la cosa concreta. Il derivato era la sua proiezione astratta. Ed era il derivato che valeva di più, che si moltiplicava, che determinava i destini dell’economia reale.
Platone aveva descritto questo meccanismo con duemila e quattrocento anni di anticipo. Nell’allegoria della Caverna, i prigionieri scambiano le ombre per la realtà: l’astratto appare più reale del concreto, il modello domina la copia, il rappresentato conta più della cosa rappresentata. Platone aveva costruito quella struttura per liberare l’uomo dal mondo sensibile. Il Capitalismo finanziario l’ha usata per incatenare l’economia reale al regno delle ombre dei prezzi.
Il Capitalismo ha due grandi antenati greci. Li ha traditi entrambi. E li ha usati contro se stessi.
Il mondo vero e il suo prezzo
Nel settimo libro della Repubblica, Platone stabilisce una gerarchia ontologica senza appello: il mondo sensibile — quello che vediamo, tocchiamo, compriamo e vendiamo — non è altro che un teatro di ombre. La vera realtà abita altrove, nel regno intelligibile delle Idee, immutabile e perfetto. L’artigiano che fabbrica un letto non crea “ciò che è”: produce una copia di una copia, un’imitazione dell’Idea del letto, che è l’unica cosa davvero reale.
Georg Simmel, nella Filosofia del denaro, ha illuminato con precisione il parallelismo tra questa architettura metafisica e la struttura del denaro moderno. Il valore economico, sganciato dalle qualità singole dei beni, diventa un ordine autonomo che “si libra sopra le cose stesse come le Idee platoniche sopra il mondo”: un regno intangibile, governato da proprie leggi interne, che però conferisce al mondo reale rilievo e colorazione. Il denaro rinuncia a ogni utilità materiale per diventare la “forma pura” della rappresentazione: il valore delle cose senza le cose stesse. Il prezzo diventa più “reale” della cosa prezzata.
Alfred Sohn-Rethel ha spinto questa intuizione fino alle sue conseguenze più radicali: la struttura logica del denaro e la struttura logica dell’Idea platonica condividono la medesima architettura. Entrambe separano il valore astratto dalla cosa concreta. Un obolo vale un obolo indipendentemente da cosa ci si compra e da chi lo ha prodotto. L’Idea platonica fa la stessa operazione sul piano metafisico: separa l’essenza dalla cosa, il modello dalla copia, il reale dall’apparente. In entrambi i casi l’astratto è più “reale” del concreto. Sohn-Rethel non stava dicendo che Platone pensava ai soldi: stava dicendo qualcosa di più sottile, che vivere quotidianamente in un mondo dove un segno astratto vale più dell’oggetto che rappresenta crea una condizione culturale in cui certi tipi di pensiero diventano non solo possibili ma inevitabili.
Bisogna però essere precisi su cosa si somigli e cosa no. Per Platone l’astratto che sovrasta il concreto — l’Idea — ha valore normativo: è il Bene, il Vero, il Giusto, ed è superiore al mondo materiale proprio perché lo orienta moralmente. Per la finanza moderna l’astratto che sovrasta il concreto — il prezzo, il rendimento — è una grandezza puramente operativa, priva di qualunque pretesa etica. La forma è la stessa: l’astratto domina il concreto. Il contenuto è quasi opposto: in un caso l’astrazione redime il mondo, nell’altro lo prezza soltanto. È un’analogia di struttura, non di significato, ed è proprio per questo che resta così difficile da scrollarsi di dosso.
La grande ironia è che Platone non voleva questo. Nella Repubblica vieta severamente ai guardiani, cioè la classe dirigente della città ideale, di maneggiare la moneta volgare. Nell’anima dei filosofi abita già un oro superiore, divino, che non ha bisogno di essere coniato. Voleva proteggere il valore vero dall’instabilità del mercato. Voleva, in sostanza, fuggire dal mondo sensibile e dalle sue logiche di scambio.
Tra Platone e la finanza contemporanea non c’è naturalmente una linea di trasmissione diretta: in mezzo stanno il Cristianesimo, la Scolastica, la rivoluzione scientifica, l’economia politica moderna. Nessuno di questi passaggi era scritto nella Repubblica. Ciò che resta è un’analogia strutturale, non una genealogia: la stessa architettura logica — la supremazia dell’astratto sul concreto, del modello invisibile sulla copia tangibile — riappare, secoli dopo e per vie del tutto diverse, come impalcatura che rende pensabile il primato del valore finanziario sull’economia reale. Platone aveva costruito quella forma per un fine opposto. Il Capitalismo finanziario l’ha trovata già disponibile.
L’anima che disprezza il corpo
Nel Fedone, Platone radicalizza il dualismo fino all’estremo. La morte viene definita da Socrate semplicemente come la separazione dell’anima dal corpo. Il corpo è un ostacolo: ci riempie di amori, desideri, paure e illusioni, ci impedisce di acquisire la verità. La conoscenza pura è possibile solo quando l’anima ragiona isolata, fuggendo dal contatto con la carne. La tradizione orfico-pitagorica che Platone recupera aveva una formula netta: il corpo è una tomba. L’anima vi è sepolta, imprigionata, in attesa di liberazione.
Il Capitalismo eredita questa scissione e la secolarizza con una precisione che Platone non avrebbe gradito. Da un lato, il corpo del lavoratore e il suo tempo vitale vengono ridotti a merce. Karl Polanyi ha mostrato la natura brutale di questa operazione attraverso il concetto di “merci fittizie”: il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa, che non è stata prodotta per essere venduta sul mercato. Trattarla come merce è una finzione: necessaria al Capitalismo, ma insostenibile per gli esseri umani che ci vivono dentro. Separare il lavoro dalle altre attività della vita, sottoporlo esclusivamente alle leggi del mercato, significa smantellare le forme organiche dell’esistenza per sostituirle con un’organizzazione atomistica in cui l’uomo vende il proprio corpo come se fosse indifferente a chi appartiene.
Dall’altro lato, la conoscenza — il calcolo, la progettazione, l’organizzazione del processo produttivo — si separa dal corpo che lavora e diventa proprietà del capitale. Il disegno platonico si compie nell’industria moderna con una precisione che avrebbe inorridito il filosofo: il lavoratore vende il corpo, il capitale possiede la mente. La scissione tra anima e corpo, pensata per liberare il filosofo dalla materia, diventa il principio organizzativo dello sfruttamento. L’anima di Platone è sopravvissuta. Si è trasformata nel software di un sistema produttivo che tratta i corpi come input sostituibili.
La distinzione che Aristotele non riuscì a fermare
Aristotele vede il problema dallo stesso punto di partenza (la Grecia del IV secolo, la nascita dell’economia monetaria) ma lo guarda dal lato opposto. Non dall’astrazione verso il concreto, come Platone, ma dalla concretezza della polis verso ciò che la minaccia dall’interno.
La distinzione tra oikonomia e crematistica, che abbiamo esaminato nell’articolo precedente, è qui il punto di partenza. L’oikonomia ha un limite naturale: non si può mangiare più di quanto si abbia fame, non si può vestire più di quanto serva. La crematistica non ha limiti: il denaro che genera denaro non incontra mai la sazietà. Aristotele chiama questo processo con un termine che non è una condanna morale ma una descrizione strutturale: la crematistica è contro natura perché non ha fine incorporato. È un sistema che si autoalimenta senza mai toccare il punto in cui il bisogno è soddisfatto.
Ma c’è qualcosa di più preciso nella critica aristotelica: Aristotele non condanna l’accumulazione perché è astratta, come avrebbe fatto Platone. La condanna perché distrugge la comunità. La crematistica non è un peccato metafisico: è un peccato politico. È la logica che, se lasciata agire senza freni, smonta i legami su cui la polis si regge (i legami di reciprocità, di onore, di appartenenza civica) e li sostituisce con il calcolo del profitto. Aristotele aveva visto Talete speculare sui frantoi di Mileto e lo aveva descritto nella Politica — non in un trattato di economia, ma in un testo sul governo della città — perché la speculazione finanziaria non era per lui un problema economico. Era un problema politico.
Georg Simmel avrebbe poi descritto la dinamica psicologica di quella mutazione: poiché il denaro è totalmente privo di qualità e la sua essenza si riduce alla pura quantità, il desiderio che suscita non incontra mai la sazietà. Il mezzo più astratto della vita diventa il fine assoluto. La crematistica non è un vizio individuale: è una trappola strutturale incorporata nella natura del denaro, che il Capitalismo ha scelto di rendere principio organizzativo universale invece di contenerla.
Il rovesciamento
Il Capitalismo eredita entrambi i giganti, e li rovescia entrambi.
Da Platone mutua la struttura metafisica del valore astratto: il capitale finanziario è ontologicamente più “reale” dell’economia reale, il derivato conta più dell’asset sottostante, il prezzo sussume la merce esattamente come l’Idea platonica sussumeva la copia sensibile. Platone aveva costruito quella gerarchia per liberare il filosofo dal mondo sensibile. Il Capitalismo finanziario la usa per rendere il mondo sensibile (i corpi, il lavoro, la terra) subordinato al mondo dei contratti astratti.
Da Aristotele eredita la distinzione tra oikonomia e crematistica, ma ne inverte il giudizio, per via di una ricezione che semplifica più di quanto l’originale autorizzasse. Ciò che per Aristotele era un’aberrazione contro natura — il denaro che genera denaro, l’accumulazione come fine, il mercato sganciato dai rapporti sociali — viene riletto, a partire da Adam Smith, come motore della prosperità collettiva. Va detto con onestà: lo Smith della Teoria dei sentimenti morali, e in parte lo stesso Smith della Ricchezza delle nazioni, non separa mai del tutto il mercato da norme morali, fiducia sociale, istituzioni condivise. La mano invisibile non era pensata come licenza all’accumulazione senza limite. È la ricezione successiva di Smith — isolata dalla cornice morale dei Sentiments, semplificata nei manuali e nell’ideologia economica del Novecento — a funzionare come riabilitazione della crematistica: l’interesse individuale perseguito senza freni che produce, attraverso il mercato, un beneficio collettivo che nessuno aveva pianificato. Aristotele aveva condannato questa logica come la minaccia più grave alla comunità. Il Capitalismo, nella sua versione più corrente, ne ha fatto il proprio principio fondativo, spesso citando Smith a sproposito.
Polanyi aveva visto con chiarezza questa inversione. Il mercato autoregolato che si emancipa dai rapporti sociali, che tratta il lavoro e la terra come merci ordinarie, che pretende di non avere bisogno di nessuna struttura comunitaria per funzionare: è esattamente il progetto che Aristotele aveva già condannato come innaturale. Il sistema capitalistico ha risposto realizzando esattamente l’incubo che Aristotele descriveva e usando la metafisica di Platone per renderlo pensabile.
La sintesi è paradossale, ed è il vero nodo di questo articolo: non una linea diretta di trasmissione, ma un’eterogenesi dei fini. Platone voleva fuggire dal mercato e ha lasciato in eredità una forma logica che, secoli dopo e per strade che lui non avrebbe potuto prevedere, è servita a giustificarlo. Aristotele voleva proteggere la comunità dal mercato e ha fornito, sia pure attraverso una ricezione infedele, la mappa precisa di ciò che il mercato avrebbe fatto una volta liberato dai limiti che lui gli imponeva. Due filosofi che avevano ragione e le cui categorie, staccate dalle loro intenzioni, sono state riassemblate in un sistema che né l’uno né l’altro avrebbe riconosciuto come proprio.
Ciò che i Greci non potevano sapere
La critica greca al denaro, sia quella platonica che quella aristotelica, aveva un limite strutturale che non era una lacuna intellettuale: era un confine cosmologico. Il soggetto di riferimento era sempre il cittadino della polis. Non l’essere umano in quanto tale, non l’anima di fronte a Dio, non il lavoratore su scala globale. La crematistica era pericolosa perché distruggeva Atene. Non perché violasse la dignità di ogni essere umano ovunque si trovasse.
Affinché le categorie greche potessero diventare Capitalismo, affinché l’astrazione platonica e la crematistica aristotelica potessero operare su scala universale, mancava qualcosa che né Platone né Aristotele avevano fornito: un soggetto morale universale, un essere che non fosse né il cittadino ateniese né il servo di un faraone né il figlio di Israele, ma semplicemente l’uomo in quanto uomo, ugualmente in debito verso qualcosa che trascende ogni comunità particolare. Le categorie erano pronte. Il soggetto mancava ancora.
(segue)
Fonti
Aristotele – Politica, libro I, UTET, Torino 1992.
Platone – Repubblica, Laterza, Roma-Bari 1997.
Platone – Fedone, in Dialoghi filosofici, UTET, Torino 1988.
Polanyi, Karl – La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.
Simmel, Georg – Filosofia del denaro, UTET, Torino 1984.
Sohn-Rethel, Alfred – Lavoro intellettuale e lavoro manuale, Feltrinelli, Milano 1977.
Indice articoli pubblicati
Da Dio al Mercato
3. Achille, kleos e Capitalismo
4. Il banchetto e il contratto
9. Quando “economia” significava un’altra cosa
10. Due eredità, un solo Capitalismo




