Da Dio al Mercato: 13. Il prezzo del leone

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di Alessandro Freddi

(segue: 12. La strada che portava soldi)

Antiochia, 301 dopo Cristo. Su una delle mura principali della città appare una lunga iscrizione in pietra: il testo dell’Edictum de Pretiis Rerum Venalium, l’Editto sui prezzi massimi promulgato dall’imperatore Diocleziano. Chi si avvicina a leggerlo trova un elenco di oltre un migliaio di voci: il prezzo massimo del grano, del vino, dell’olio, della seta grezza, del lavoro di un muratore, di un insegnante di grammatica, di un notaio. E, tra le voci più insolite, il prezzo massimo di un leone maschio: cinquecento denari.

In calce all’iscrizione, pene severissime: fino alla morte per chi supera intenzionalmente i prezzi massimi, provoca scarsità artificiosamente o ostacola le vendite. Il testo imperiale è volutamente intimidatorio: non ogni violazione comportava un’esecuzione, ma la minaccia era esplicita e brutale. L’impero romano stava cercando di fermare l’inflazione per decreto. Stava per scoprire che non si può.

La crisi che nessuno aveva previsto

Il III secolo fu per l’impero romano una catastrofe di proporzioni difficili da immaginare. Tra il 235 e il 284 dopo Cristo, si susseguirono sul trono imperiale almeno venti imperatori riconosciuti, più una serie di usurpatori locali che in certi momenti resero l’impero una costellazione di entità politiche in guerra tra loro. Le frontiere cedettero quasi simultaneamente su tre fronti: i Germani sul Reno e sul Danubio, i Persiani sasanidi a est, le tribù berbere a sud. L’esercito, che sotto Augusto contava circa trecentomila uomini, fu progressivamente moltiplicato per far fronte alle emergenze. Le spese militari esplosero.

Il fisco non bastava. La risposta fu quella che gli Stati in difficoltà hanno sempre adottato prima di trovare soluzioni migliori: svalutare la moneta. L’antoniniano, la moneta argentea introdotta da Caracalla nel 215, conteneva inizialmente circa il cinquanta per cento di argento. Cinquant’anni dopo ne conteneva il due per cento: una lega di bronzo con una sottile patina argentata. I mercanti e i contribuenti non erano stupidi: si accorsero della svalutazione e adeguarono i prezzi di conseguenza. L’inflazione che ne seguì fu di proporzioni che il mondo antico non aveva mai visto: i prezzi, documentati dai papiri egiziani, salirono di un fattore venti tra il 200 e il 300 dopo Cristo. Un paio di sandali che nel 200 costava dieci denari nel 300 ne costava duecento.

Diocleziano, salito al potere nel 284 con la forza delle armi e con un programma esplicito di restaurazione imperiale, aveva stabilizzato le frontiere e riformato l’amministrazione. Ma l’inflazione continuava. E Diocleziano decise di fermarla con uno strumento che nessun imperatore aveva mai usato su quella scala: il controllo totale dei prezzi.

Oltre un migliaio di prezzi per decreto

L’Editto del 301 è uno dei documenti più straordinari che l’antichità ci abbia lasciato. Non per la sua efficacia — come vedremo, fu un fallimento — ma per la sua ambizione. Oltre un migliaio di voci, organizzate per categorie: derrate alimentari, tessuti, animali, lavori artigianali, professioni intellettuali. Il leone maschio a cinquecento denari, l’orso a cento, il pavone a trecento. Il salario giornaliero di un muratore con vitto a cinquanta denari, di un falegname a cinquanta, di un pittore di pareti a settantacinque, di un insegnante di grammatica (per studente al mese) a duecento. Tutto fissato, tutto scritto nella pietra, tutto affisso su muri e colonne in ogni città dell’impero.

Il preambolo dell’Editto è un testo di straordinaria forza retorica. Diocleziano parla in prima persona e accusa senza mezzi termini: i mercanti sono mossi da “una frenesia senza misura e senza legge”, l’avidità non conosce freni né rispetto per il genere umano, i prezzi che praticano non hanno relazione con l’abbondanza o la scarsità delle merci ma solo con la loro insaziabile cupidigia. L’inflazione, nella lettura imperiale, non era il risultato di una moneta svalutata: era il risultato della malvagità morale dei commercianti.

È una diagnosi che ha attraversato i secoli con sorprendente tenacia e che riemerge, invariata nella sostanza, ogni volta che l’inflazione torna a fare paura.

Il mercato che sparì

Lattanzio, scrittore cristiano e testimone diretto degli anni di Diocleziano, descrive le conseguenze dell’Editto in un passo della sua opera De mortibus persecutorum con una precisione che nessun economista moderno avrebbe migliorato: l’Editto produsse “molta crudeltà” e alla fine “fu necessario abrogarlo”. La sintesi è laconica, ma il meccanismo che descrive è quello che gli economisti chiamano oggi mercato nero: i mercanti smisero di esporre le merci nei mercati pubblici, dove il controllo dei prezzi era visibile e la pena era severa. Le merci continuarono a circolare, ma sottotraccia, a prezzi che il decreto non poteva raggiungere.

L’effetto fu paradossale: l’Editto non abbassp i prezzi reali. Li rese invisibili. Dove il controllo dello Stato era efficace, la merce spariva dagli scaffali. Dove non lo era, il prezzo continuava a salire come prima, semplicemente al riparo dalla vista dei funzionari imperiali. I consumatori più poveri — quelli che compravano nei mercati pubblici, quelli che non avevano accesso alle reti informali di approvvigionamento — furono i più colpiti. La misura pensata per proteggerli li aveva lasciati senza merci a nessun prezzo.

L’Editto cadde rapidamente in disuso: non sappiamo se per decreto esplicito o per abbandono progressivo, perché nessun documento imperiale ne certifica la fine. Semplicemente scompare dalla documentazione. In alcune province periferiche le iscrizioni sopravvissero, incise nella pietra inamovibile, a testimoniare per secoli il prezzo del leone maschio e le pene previste per chi lo vendeva a più di cinquecento denari.

Chi aveva ragione?

Il dibattito storiografico sull’Editto di Diocleziano non riguarda solo Roma. Riguarda una domanda che ogni crisi economica ripropone: i prezzi sono cause o segnali?

Diocleziano aveva una diagnosi largamente insufficiente. L’inflazione del III secolo non era prodotta principalmente dall’avidità dei mercanti, anche se episodi di speculazione esistevano, come sempre nei periodi di crisi. La causa strutturale era la svalutazione monetaria sistematica che aveva finanziato decenni di guerra. I mercanti che alzavano i prezzi non facevano che adeguarsi a una moneta che valeva sempre meno. Colpire loro significava colpire il termometro invece della febbre. La causa reale dell’inflazione — una moneta svalutata in circolazione crescente — non fu toccata dall’Editto. E continuò ad agire.

Ma Diocleziano aveva ragione sul problema. L’inflazione stava davvero distruggendo il tessuto economico dell’impero: erodeva i salari dei soldati, rendeva impossibile la pianificazione delle spese pubbliche, scoraggiava il commercio a lungo raggio perché nessuno sapeva quanto valessero le merci da una provincia all’altra da un mese al successivo. Il problema era reale. La soluzione era sbagliata.

La storia mostra che, quando i prezzi vengono fissati senza intervenire sulle cause della scarsità o dell’inflazione — senza toccare la moneta, senza razionamento, senza compensare i produttori — tendono a comparire mercati paralleli, razionamenti di fatto o altre distorsioni. Non è una legge universale senza eccezioni: i controlli dei prezzi hanno funzionato in certi contesti storici, quando erano accompagnati da misure strutturali che affrontavano le cause reali. L’errore di Diocleziano non era fissare i prezzi in sé: era fissarli senza toccare la moneta che li faceva salire, scaricando la colpa sui mercanti invece di affrontare il problema che li spingeva ad alzarli.

Il controllo dei prezzi non risolve il problema che i prezzi segnalano. Lo nasconde. E ciò che si nasconde non si può curare.

Il leone maschio continuò a costare più di cinquecento denari. Semplicemente, non lo si vide più al mercato.

(segue)

Fonti

Diocleziano – Edictum de Pretiis Rerum Venalium (301 d.C.), in Lauffer, Siegfried (a cura di), Diokletians Preisedikt, De Gruyter, Berlino 1971.

Lactantius – De mortibus persecutorum, trad. it. La morte dei persecutori, Città Nuova, Roma 1984.

Rostovtzeff, Mikhail – Storia economica e sociale dell’impero romano, La Nuova Italia, Firenze 1980.

Williams, Stephen – Diocletian and the Roman Recovery, Routledge, Londra 1985.


Indice articoli pubblicati

Da Dio al Mercato

1. Il tempo di Dio

2. La parola libertà

3. Achille, kleos e Capitalismo

4. Il banchetto e il contratto

5. I tre ordini del mondo

6. La parte maledetta

7. La casa degli schiavi

8. L’obolo di Caronte

9. Quando “economia” significava un’altra cosa

10. Due eredità, un solo Capitalismo

11. Il tempio dove Roma scambiava le sue quote

12. La strada che portava soldi

13. Il prezzo del leone

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Alessandro Freddi scrive in italiano su Attivismo.info, in inglese su www.alessandrofreddi.com.