di Alessandro Freddi
(segue: 7. L’USIS e il caso Mike Bongiorno)
Il 26 giugno 1950, al Titania Palast di Berlino Ovest, la Filarmonica berlinese apre con l’ouverture Egmont di Beethoven la cerimonia inaugurale del Congresso per la Libertà della Cultura, davanti a duecento delegati e quattromila spettatori. Quella stessa mattina è arrivata la notizia che le truppe nordcoreane hanno varcato il 38° parallelo: la Guerra Fredda “calda” esplode nel giorno esatto in cui si inaugura la sua controparte intellettuale. Tra i delegati italiani, arrivati con un volo militare da Francoforte dopo il blocco sovietico di Berlino: Ignazio Silone, Guido Piovene, Altiero Spinelli. Nessuno di loro sa ancora, o forse solo Silone lo sospetta, chi stia davvero pagando il conto.
La tesi di questa puntata è che il Congresso non fu un apparato di propaganda diretta come l’USIS o il Piano Marshall, ma un esperimento più sofisticato e più fragile: finanziare in segreto una rete che si presentasse come spontanea e indipendente. Resta una domanda storiografica aperta, e non un dato acquisito, quanto quella rete credesse davvero nella propria autonomia e quanto invece la sapesse compromessa e la esercitasse comunque. In Italia questo esperimento produsse tanto un fallimento iniziale quanto, cinque anni dopo, uno dei momenti pubblici più importanti nella storia dell’intera organizzazione.
Contesto storico
Il finanziamento viene dalla CIA attraverso l’Office of Policy Coordination, incanalato su fondazioni di facciata e gestito sul campo da Michael Josselson: una catena di intermediazione istituzionale, non un controllo diretto e uniforme, che lascia ai dirigenti del Congresso margini reali di iniziativa, come si vedrà più avanti nel caso di Olivetti a Milano. L’operazione ha comunque un nome in codice interno, “Operation Congress”; intorno a Josselson si muovono il compositore Nicolas Nabokov (segretario generale), Melvin Lasky, James Burnham. Non è un’iniziativa solo americana: anche i delegati britannici a Berlino, tra cui Hugh Trevor-Roper e A.J. Ayer, viaggiano con fondi segreti del Foreign Office, erogati attraverso l’Information Research Department. Le cinque tavole rotonde di Berlino (“Scienza e Totalitarismo”, “Arte, Artisti e Libertà”, “Il Cittadino in una Società Libera”, “La Difesa della Pace e della Libertà”, “Cultura Libera in un Mondo Libero”) si polarizzano presto attorno a due voci opposte: Arthur Koestler, che invoca la formazione di una Kampfgruppe intellettuale contro il comunismo, e lo stesso Silone, la cui posizione è tutt’altro che lineare: negli anni Venti aveva diretto una rete clandestina per l’Internazionale comunista, tra il 1928 e il 1930 aveva collaborato con l’OVRA fascista per salvare il fratello arrestato, durante la guerra era stato contatto di Allen Dulles per l’OSS. A cena con gli altri organizzatori racconta di aver epurato dalla propria rete partigiana chiunque risultasse un agente segreto britannico o americano, perché voleva combattere “la mia guerra” con la coscienza pulita, mentre i suoi interlocutori (questo sì documentato) sanno perfettamente chi paga il conto; se lo sapesse anche lui, in quel momento, è una domanda che la storiografia non ha mai risolto con certezza, e che qui va lasciata aperta piuttosto che decisa a favore dell’effetto narrativo.
Analisi critica
In Italia, il Congresso parte male. Nell’autunno 1950 Bondy e Altman vengono inviati a Roma per costruire un’affiliata italiana, e Silone stesso organizza per loro tre incontri, ciascuno un fallimento diverso: il circolo liberale de Il Mondo, più preoccupato dalla Chiesa cattolica che dal comunismo; il circolo di Comunità, la rivista di Adriano Olivetti, dove (secondo due fonti indipendenti che si confermano a vicenda) arriva la stessa domanda diretta: “Chi paga per tutto questo?” e “Per ‘libertà’ intendete il capitalismo americano?”; il circolo cattolico di sinistra de La Via, dove un giovane sacerdote propone uno Stato clericale come “il più democratico del mondo”. Bondy e Altman, nel loro rapporto a Josselson, parlano di “provincialismo e antiamericanismo” degli intellettuali italiani. Quando l’Associazione Italiana per la Libertà della Cultura nasce ufficialmente a fine 1951 sotto la guida di Silone, diventando il centro di circa cento gruppi culturali indipendenti, Nabokov si lamenta in una lettera della “letargia silonesca” dell’ufficio romano: “Silone troneggia invisibile in cielo e impedisce ai ragazzi dell’ufficio di lavorare.”
Le cose cambiano con il lancio di Tempo Presente, il cui primo numero esce nell’aprile 1956, poche settimane dopo il “discorso segreto” di Krusciov al XX Congresso del PCUS. Diretto da Silone e da Nicola Chiaromonte (nato a Rapallo nel 1905, ex pilota nella squadriglia di Malraux durante la guerra civile spagnola, autore già nel 1932 di un saggio che notava un’“affinità morfologica” tra i regimi di Mussolini, Stalin e Hitler) il primo numero pubblica Isaiah Berlin, un racconto di Camus, Moravia, lo stesso Silone. Nel settembre dello stesso anno Silone è la figura dominante alla conferenza Est-Ovest degli editori a Zurigo, e dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria intrattiene con l’editore sovietico Anissimov uno scambio pubblico noto come “Il dialogo impossibile”: “un dialogo tra noi è impossibile e non avrebbe senso: la censura vi costringe a fingere sordità.” Tempo Presente diventa presto l’approdo dei fuoriusciti dal PCI (tra loro Italo Calvino, Vasco Pratolini) e nel 1957 il Presidente della Repubblica invia personalmente a Silone le proprie felicitazioni per il successo della rivista.
È in questo clima che nel settembre 1955 l’Italia ospita quello che gli storici considerano il congresso rifondatore dell’intera organizzazione: la conferenza internazionale di Milano, L’avvenire della libertà. Nabokov aveva scartato Firenze e Bologna dopo aver consultato Silone, scegliendo Milano per la giunta socialdemocratica, la ricchezza dell’ambiente universitario e la presenza di un nucleo del comitato “Scienza e Libertà”. Centoquaranta partecipanti da tutti i continenti, quarantacinque relazioni, traduzione simultanea in quattro lingue, finanziati da due fondazioni: la Fondazione Farfield, che sosteneva il funzionamento ordinario del Congresso, e la Fondazione Rockefeller. Il comitato organizzativo locale comprendeva il sindaco di Milano Virgilio Ferrari e Marcello Boldrini, preside della Cattolica e presidente dell’AGIP. Significativamente, non è Silone a presentare la conferenza alla stampa internazionale, ma Raymond Aron: nel 1955 Silone è assorbito dal lancio di Tempo Presente, e il baricentro del Congresso si sposta comunque dagli scrittori (i Silone e i Koestler delle origini) verso i social scientist come Aron, Bell, Galbraith.
Tuttavia è proprio a Milano che il Congresso produce il suo momento più autocritico verso l’Italia, per bocca di un italiano. A chiudere la conferenza è Adriano Olivetti, fondatore del movimento Comunità, che traccia un ritratto tutt’altro che compiacente del proprio Paese: un Nord industriale in crescita contro un Sud povero e sottosviluppato; una democrazia debole dopo la lunga parentesi totalitaria; il 40% dell’opposizione parlamentare legale in mano a partiti totalitari di destra o di sinistra; sette anni dopo l’approvazione della Costituzione, un Parlamento ancora incapace di darle piena attuazione su temi come le libertà individuali e l’autonomia regionale; la scomparsa della stampa indipendente sotto i monopoli, il monopolio statale su radio e televisione, quattro milioni di persone sotto la soglia di sussistenza. Non è la voce di un intellettuale cooptato che celebra l’Occidente: è un imprenditore illuminato che usa il palco pagato in segreto dalla CIA per dire a un pubblico internazionale che l’Italia della ricostruzione ha ancora ferite profonde e aperte. Il caso Olivetti condensa così la zona grigia che attraversa l’intera vicenda: un finanziamento occulto, una finalità geopolitica americana reale, e insieme una critica autentica che quella stessa piattaforma ha reso possibile pronunciare: tre fatti compresenti, non un fatto che cancella gli altri due.
Implicazioni attuali
Il modello del finanziamento occulto mascherato da filantropia indipendente (fondazioni-schermo, comitati apparentemente spontanei, riviste che sembrano nascere dal basso e invece rispondono a una regia centrale) costituisce un precedente storico utile per interrogarsi sui rapporti fra finanziamento occulto, indipendenza editoriale e produzione culturale nelle strutture analoghe di oggi, dai think tank alle piattaforme editoriali sostenute da capitali che preferiscono restare invisibili; il confronto puntuale, però, spetta a chi legge. La differenza, come già notato per il Piano Marshall e l’USIS, è che di questa particolare operazione restano un archivio, decine di lettere private, e storici che nei decenni successivi hanno potuto ricostruirla nel dettaglio: un lusso che raramente tocca ai suoi equivalenti contemporanei.
(segue)
Riferimenti bibliografici
Stonor Saunders, F. (1999). Who Paid the Piper? The CIA and the Cultural Cold War. Londra, Granta [pubblicato negli Stati Uniti come The Cultural Cold War: The CIA and the World of Arts and Letters, New York, The New Press].
Coleman, P. (1989). The Liberal Conspiracy: The Congress for Cultural Freedom and the Struggle for the Mind of Postwar Europe. New York, The Free Press.
Grémion, P. (1995). Intelligence de l’anticommunisme: Le Congrès pour la liberté de la culture à Paris, 1950-1975. Parigi, Fayard, cap. IV, “La conférence internationale de Milan: L’Avenir de la liberté (1955)”, pp. 153-224.
Cereghino, M.J., Fasanella, G. (2015). Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli inglesi ci controllano. Milano, Chiarelettere [fonte giornalistica, non accademica; usata qui solo per il contrappunto sul finanziamento britannico dei delegati IRD, corroborato indipendentemente da Stonor Saunders].
Colonia Italia
Sinossi
Colonia Italia indaga come l’Italia, dal 1945 a oggi, abbia assorbito un modello culturale anglosassone, americano in primo luogo, non attraverso un’imposizione dichiarata, ma per via di diplomazia culturale, mercato dei consumi e immaginario mediatico. La serie ricostruisce, ciclo per ciclo, come cinema, televisione, musica, lingua, modelli corporei e familiari, consumo e istruzione abbiano finito per riformulare l’identità nazionale italiana su un asse valoriale non proprio. Non è un’operazione nostalgica né un’accusa identitaria contro gli Stati Uniti: è un’analisi critica di un processo storico concreto, delle sue leve e delle sue conseguenze attuali.
Indice articoli pubblicati
Ciclo I – I fondamenti teorici
1.Il concetto di egemonia culturale
2.L’industria culturale come macchina del consenso
4.L’Italia che verrà colonizzata
Ciclo II – Il progetto politico. Diplomazia culturale e Guerra Fredda
6. Il Piano Marshall come progetto culturale
7. L’USIS e il caso Mike Bongiorno
8. Il Congresso per la Libertà della Cultura




