Colonia Italia: 10. Il collaudo

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di Alessandro Freddi

(segue: 9. L’uomo di Radio Bari)

Alla fine di gennaio del 1948 un Papa insolitamente agitato convoca in Vaticano Luigi Gedda, presidente del ramo maschile dell’Azione Cattolica. Pio XII ha appena letto le dichiarazioni con cui Palmiro Togliatti promette agli italiani la vittoria imminente del Fronte Popolare. “Tutto è in gioco in queste elezioni,” dice il Papa a Gedda. “Non possiamo permetterci di perdere: dobbiamo assicurarci che l’elettorato cattolico voti Democrazia Cristiana.” Poi, più semplicemente: “Lo faccia lei, Gedda. Mi fido di lei.” Gedda, che quarant’anni dopo confesserà a un giornalista di essere stato tutt’altro che entusiasta — “se il Papa non mi avesse chiamato, sarei rimasto a casa, avevo altro da fare” — accetta. Nasce così, in una stanza del Vaticano, uno degli apparati di mobilitazione più efficaci della storia politica italiana.

A duemila chilometri di distanza, a Washington, un apparato di dimensioni ben più grandi si sta mettendo in moto per lo stesso obiettivo, con la stessa scadenza: il 18 aprile 1948, giorno delle prime elezioni politiche della Repubblica. Nessuno dei due apparati sa esattamente cosa stia facendo l’altro. Entrambi arriveranno comunque, quel giorno, a convergere sullo stesso risultato e a scoprire, in seguito, che il merito se lo attribuiranno entrambi.

Contesto storico

Le quattro puntate precedenti di questo ciclo hanno seguito altrettanti strumenti separati: il Piano Marshall come vettore ideologico, l’USIS come rete di persuasione capillare, il Congresso per la Libertà della Cultura come finanziamento occulto della cultura, il British Council e la BBC come versione britannica dello stesso apparato. Nella primavera del 1948 questi strumenti, insieme a molti altri che non avevano ancora un nome, convergono tutti su un singolo evento, nel momento in cui il rischio percepito da Washington raggiunge il suo punto più alto: l’Italia ha il Partito Comunista più forte dell’Europa occidentale, alleato dei socialisti di Pietro Nenni in un Fronte Democratico Popolare, e i sondaggi di inizio 1948 lo davano in vantaggio.

La genesi è precedente. Il 12 maggio 1947 Alcide De Gasperi si dimette a sorpresa dai suoi alleati comunisti e socialisti; il 31 maggio forma un governo monocolore democristiano. Sei giorni dopo, il 5 giugno, il segretario di Stato George Marshall lancia a Harvard la proposta che diventerà il Piano Marshall. La sequenza non è casuale, anche se il grado di coordinamento resta dibattuto tra gli storici. Da quel momento l’amministrazione Truman comincia a produrre una serie di direttive del neonato National Security Council dedicate specificamente all’Italia (NSC 1/1 il 14 novembre 1947, NSC 1/2 il 10 febbraio 1948, NSC 1/3 l’8 marzo) che Truman approva tutte e tre insieme solo il 15 marzo, poco più di un mese prima del voto. Il dettaglio non è secondario: come nota lo storico James Miller, il divario di tre mesi tra la prima direttiva e le successive due dimostra che questi documenti non definirono una strategia a tavolino, ma sanzionarono a posteriori iniziative già in corso sul terreno.

Analisi critica

Il fronte americano: più improvvisazione che regia

L’immagine più citata di questa campagna è quella dell’agente CIA Mark Wyatt, che in un’intervista di storia orale rilasciata negli anni Novanta ricorda: “Avevamo sacchi di soldi che consegnavamo a politici selezionati, per coprire le loro spese politiche, le spese di campagna, per manifesti, per opuscoli.” È un’immagine potente, ma va maneggiata con cautela non tanto per il fatto in sé, quanto per le cifre che spesso la accompagnano. La stima di 10-20 milioni di dollari di finanziamento CIA, ripetuta in decine di libri e articoli, è quella che lo storico Kaeten Mistry chiama uno dei “miti utili” del 1948: gira da fonte secondaria a fonte secondaria senza che nessuna risalga a un documento verificabile. Lo stesso Miller, in una recensione del 2005, ammonisce i colleghi a non fidarsi troppo in fretta di “fatti ben noti propagandati da chi ha un’ascia ideologica da affilare”: tenuto conto del valore del dollaro nel 1948, la cifra reale sarebbe più vicina a un decimo di quella circolata.

Ciò che i documenti effettivamente rintracciabili mostrano è più prosaico e, in un certo senso, più interessante. L’ambasciata di Roma, guidata da James Clement Dunn, organizza il trasferimento di 25.000 dollari a De Gasperi alla vigilia del voto attraverso una banca privata di New York, con la voce che somme venti volte superiori sarebbero arrivate in seguito; altri 55.000 dollari raggiungono la DC tramite una banca svizzera; l’associazione newyorkese Common Cause, che si occupa ufficialmente di immigrati, funge da schermo per il trasferimento di fondi raccolti tra industriali e sindacati italoamericani. Il quadro complessivo che emerge non è quello di un’operazione pianificata a Washington e calata dall’alto ma, come sostiene Mistry nel suo studio più recente, di un’iniziativa in gran parte improvvisata sul campo dall’ambasciata di Dunn, con la CIA relegata a un ruolo periferico rispetto al Dipartimento di Stato e persino rispetto a sindacati e uomini d’affari privati.

Chi voglia controllare da sé può farlo: l’intera serie dei rapporti del National Security Council sull’Italia (NSC 1/1, 1/2, 1/3) è oggi liberamente consultabile sul sito del Dipartimento di Stato americano (history.state.gov). Il controllo restituisce un fatto piccolo ma eloquente: nei tre documenti, approvati a distanza di mesi l’uno dall’altro (novembre 1947, febbraio e marzo 1948), la stessa identica frase si interrompe nello stesso identico punto. “Combattere attivamente la propaganda comunista in Italia con un efficace programma informativo americano e con ogni altro mezzo praticabile…”: puntini di sospensione, tre volte, sempre lì. Non è una cancellazione decisa da un archivista distratto: è una scelta editoriale sistematica, applicata ogni volta che il testo arriva a specificare come, esattamente, si sarebbe finanziata quella lotta. Uno dei tre, NSC 1/3, contiene anche un’autorizzazione rimasta invece pubblica, mai censurata: nello scenario di una vittoria comunista già consumata, gli Stati Uniti avrebbero dovuto “fornire all’underground italiano anticomunista assistenza finanziaria e militare”: il precursore concettuale, enunciato qui quasi vent’anni prima, di quella che diventerà l’Operazione Gladio. Lo stesso NSC 1/2 stima l’organizzazione paramilitare del PCI in 70.000 uomini, capaci secondo l’intelligence americana di conquistare il controllo iniziale dell’Italia settentrionale in caso di insurrezione: esattamente il rischio che, come si è visto più avanti, Mosca stava nello stesso momento disinnescando dall’altra parte. Il documento CIA sull’operazione, desecretato nel 2018 dopo settant’anni di richieste FOIA respinte, conferma la stessa lettura su scala minore: tra le poche righe leggibili dopo le cancellature, un promemoria con un suggerimento concreto — un cortometraggio sul Piano Marshall, almeno dieci copie da proiettare simultaneamente nelle piazze delle principali città italiane, in serate all’aperto, entro il 5 aprile 1948.

Va detto, per completezza, che l’apparato clandestino non fu prerogativa di un solo schieramento. Anche il Partito Comunista si preparava al peggio: il responsabile dell’organizzazione paramilitare Pietro Secchia, con il vice Nino Seniga, allestisce nei mesi precedenti al voto una rete di rifugi, documenti falsi e fondi di emergenza per i dirigenti del partito, nel timore di una repressione o di un golpe democristiano in caso di vittoria del Fronte. Lo stesso Togliatti trascorre alcune notti in una clinica romana anziché a casa propria, considerato a rischio. Nessuno dei due schieramenti, insomma, si fidava che l’avversario avrebbe accettato pacificamente l’esito del voto.

Il resto della mobilitazione americana è meno segreto e più vistoso. Circa dieci milioni di lettere e telegrammi partono dalle comunità italoamericane verso parenti e conoscenti in Italia, spesso su testi-modello forniti dagli organizzatori, in una campagna avviata dall’editore Generoso Pope su Il Progresso Italo-Americano già nel gennaio 1948. Il governo italiano, “con la cooperazione dell’Ambasciata” come scrive lo stesso Dunn in un resoconto post-elettorale a Marshall, spende 500 milioni di lire per sei milioni di manifesti sull’assistenza americana, fa emettere un annullo postale con la scritta “Assistenza dall’America”, e stampa, “con l’approvazione del Vaticano”, dieci milioni di immagini di Madre Cabrini, la prima santa americana, che promettono la continuità degli aiuti. Frank Sinatra, Joe Di Maggio, Bing Crosby, Dinah Shore, Walter Pidgeon e Gary Cooper registrano messaggi per la Voice of America; un “Freedom Train” carico di doni attraversa l’America raccogliendo materiale da spedire; ventinove navi mercantili vengono trasferite al governo italiano in una cerimonia alla Casa Bianca filmata da una troupe italiana appositamente convocata a Washington; una dichiarazione a tre (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia) promette il ritorno di Trieste all’Italia tre settimane prima del voto. Bernard Baruch propone un comitato di cittadini illustri per sostenere la causa democristiana; viene respinto perché “troppo evidente.” Lo stesso accade a un’idea di tour promozionale di Sinatra in Italia. L’ambasciatore Dunn tiene circa quaranta discorsi pubblici nei due mesi precedenti il voto, alcuni dei quali, nota un cronista del New York Times dell’epoca, contengono “avvertimenti indiretti ma inequivocabili” sul fatto che gli aiuti americani sarebbero cessati in caso di vittoria comunista.

Il fronte cattolico: i Comitati Civici

Il fronte cattolico fu il più genuinamente italiano e, secondo lo storico canadese Robert Ventresca, quello che pesò di più sul risultato finale. Nella prima settimana di febbraio 1948, meno di due settimane dopo l’incontro tra Pio XII e Gedda, i Comitati Civici sono già operativi in tutta la penisola: un comitato esecutivo nazionale a Roma, trecento comitati diocesani, decine di comitati locali attivi in diciottomila delle ventisettemila parrocchie italiane, per un totale di ottocentocinquanta organizzazioni cattoliche laiche coinvolte a vario titolo. Le fonti non concordano sulla scala esatta del fenomeno: Montanelli e Cervi, nella loro storia della Repubblica, parlano invece di trecentomila volontari attivi in ventiduemila parrocchie — una cifra diversa, verosimilmente riferita a un conteggio dei singoli attivisti anziché dei soli comitati, o a una fase più avanzata della mobilitazione. In assenza di una fonte che concili i due dati, è onesto riportarli entrambi piuttosto che sceglierne uno a caso. La ragione tecnica per cui i Comitati Civici nacquero come struttura formalmente distinta dall’Azione Cattolica, anziché come sua diretta articolazione, è tanto banale quanto rivelatrice: i Patti Lateranensi del 1929, recepiti nella nuova Costituzione repubblicana, vietavano esplicitamente all’Azione Cattolica di “fare politica.”

Il resto è storia nota ma raramente raccontata con questo livello di dettaglio: manifesti affissi e riaffissi su ogni parete disponibile, il più intenso “conflitto di manifesti” mai visto in Italia fino ad allora secondo lo storico Ennio Di Nolfo; il più celebre “nel segreto della cabina elettorale, Dio ti vede, Stalin no” che riassume in una riga l’intera logica della mobilitazione cattolica: il voto non come atto civico ma come dovere di coscienza, sorvegliato da un’autorità superiore a qualunque scrutinio elettorale. Nel corso della campagna l’Italia viene percorsa da un’ondata di apparizioni mariane senza precedenti — “Madonne che piangono, Madonne che sanguinano, Madonne luminose apparse a bambini, adulti, anziani,” come le descrisse lo storico Carlo Ginzburg — un’ondata che si esaurisce, non a caso, subito dopo la vittoria democristiana del 18 aprile.

Ventresca, tuttavia, introduce un contrappeso importante a questa narrazione, ed è il motivo per cui il suo libro resta la fonte più equilibrata sull’argomento: la mobilitazione cattolica non fu soltanto un’operazione calata dall’alto sul clero e sui fedeli, ma trovò terreno fertile in un’associazionismo cattolico di base che era sopravvissuto e persino prosperato durante il fascismo, con competenze organizzative già rodate in sindacati, cooperative e associazioni parrocchiali ben prima che Gedda bussasse alla porta di nessuno. Il 18 aprile 1948 non fu soltanto un’operazione di manipolazione riuscita: fu anche, in una misura che gli storici continuano a discutere, l’espressione autentica di una società che si riconosceva, almeno in quel momento, più nella Chiesa che nei partiti.

Il fronte del cinema: la battaglia meno raccontata

C’è un terzo fronte, quasi mai raccontato insieme agli altri due, che merita spazio proprio perché anticipa temi che questa serie affronterà per intero nel prossimo ciclo: il cinema. Il 1948 è, per il pubblico italiano, un anno di consumo cinematografico record — 588 milioni di biglietti staccati, 1,6 milioni al giorno, in seimilacinquecento sale attive in tutto il Paese. Vengono distribuiti 464 film nuovi, di cui il 74% di provenienza hollywoodiana — la percentuale più alta dell’intero dopoguerra. È in questo contesto, non a margine di esso, che si combatte la battaglia elettorale.

Giulio Andreotti, allora sottosegretario responsabile del cinema per la Democrazia Cristiana, liquida il neorealismo con una battuta che diventerà proverbiale — “più gambe, meno stracci” — mentre organizza un monopolio finanziato dallo Stato per il cinegiornale: nasce così la Settimana Incom, erede diretta dell’Istituto Luce fascista, tanto che a narrarla resta la stessa voce di prima. I Comitati Civici di Gedda, forti di un proiettore in praticamente ogni sala parrocchiale d’Italia (una rete che la sinistra non può neppure lontanamente eguagliare) producono cortometraggi di propaganda apertamente privi di qualunque titolo di credito. La strategia della menzogna, il più efficace, monta materiale d’archivio con un montaggio sofisticato in stile americano: mostra comizi di sinistra bollati come inganno di massa, un soldato che ridipinge il confine italo-jugoslavo a Trieste come metafora del tradimento nazionalista comunista, chiese saccheggiate durante la guerra civile spagnola come anticipazione di ciò che attende l’Italia. Il Partito Comunista, dal canto suo, arriva tardi e male attrezzato: la sua sezione cinematografica nasce solo dopo l’attentato a Togliatti nel luglio 1948, e il primo film che produce (un docu-dramma girato in fretta) è oggi reperibile in una sola copia, conservata nell’Archivio Cinematografico Centrale rumeno, con sottotitoli in rumeno. Il critico Lino Miccichè sintetizzò la differenza in una frase: i film della destra usavano l’allusione, quelli della sinistra bombardavano; i primi la metafora, i secondi il messaggio letterale.

Il commentatore della CBS Howard K. Smith, che seguì la campagna da vicino, la definì l’anno successivo “la campagna politica più accanitamente combattuta mai avvenuta in Europa” — e previde, con un’esattezza che il tempo avrebbe confermato, che senza una vera riforma sociale l’Italia sarebbe rimasta a lungo “oggetto della nostra carità.”

Il fronte sovietico: la campana che manca

Nessuna delle fonti fin qui citate racconta la vicenda dal punto di vista di Mosca. Gli archivi sovietici aperti dopo il 1991 raccontano però una storia diversa da quella che si temeva a Washington. Il 23 marzo 1948, tre settimane prima del voto, lo stesso Togliatti incontra segretamente l’ambasciatore sovietico Kostylev e gli comunica di non poter escludere “gravi provocazioni” prima e dopo le elezioni contro il Fronte Popolare, che prevede vincente, e che il partito deve prepararsi a ogni eventualità, insurrezione armata nell’Italia settentrionale compresa. Tre giorni dopo, il 26 marzo, il ministro degli Esteri sovietico Molotov risponde attraverso Kostylev: la leadership sovietica consiglia di ricorrere alla lotta armata soltanto in caso di attacco militare delle forze reazionarie, ma ritiene “del tutto inopportuna” un’insurrezione da parte dei comunisti in quel momento. Molotov aggiunge un avvertimento esplicito a non dare ascolto ai consigli degli jugoslavi e degli ungheresi: un dettaglio che pesa doppiamente, dato che la rottura pubblica tra Mosca e Belgrado, con la prima lettera d’accusa di Stalin contro Tito, arriva appena un giorno dopo.

Non era la prima volta che la questione si poneva. Già nel dicembre 1947, quando Pietro Secchia si reca a Mosca e incontra sia Zdanov sia Stalin in persona, riferisce che lo stesso Togliatti si rifiuta di porre l’alternativa secca tra insurrezione e sviluppo parlamentare pacifico, mentre Secchia stesso spinge per una linea più aggressiva. La risposta sovietica, secondo lo storico Silvio Pons, è deliberatamente ambigua: i sovietici frenano sull’ipotesi della lotta armata, ma lasciano la porta aperta per il futuro. Un documento indipendente, negli archivi della Cominform, riporta un’istruzione ancora più esplicita attribuita a Stalin tramite Secchia: “Noi comunisti russi consideriamo corretta e corrispondente alla realtà la posizione del PCI e del compagno Togliatti […] Riteniamo che l’obiettivo non debba essere l’insurrezione, ma la prontezza nel caso il nemico attacchi.”

Il quadro che emerge da questi documenti (pubblicati per la prima volta negli anni Novanta da Pons e, indipendentemente, da Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky) rovescia la simmetria che il racconto americano del 1948 presuppone. Washington si mobilitava contro il timore di un’insurrezione comunista telecomandata da Mosca; Mosca, nello stesso momento, frenava esplicitamente quella stessa eventualità, giudicando l’Italia una pedina troppo periferica per rischiare uno scontro diretto con l’Occidente. I due apparati si guardavano allo specchio, ciascuno convinto delle intenzioni aggressive dell’altro, mentre né l’uno né l’altro, a conti fatti, voleva davvero la guerra civile.

Implicazioni attuali

Il 18 aprile 1948 la Democrazia Cristiana ottiene il 48,5% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi: un risultato che nessuno, nemmeno all’interno del partito, si aspettava. Gli americani reagiscono con quello che uno storico ha definito “un’orgia di autocompiacimento”: il New York Times elogia la “diplomazia da rissa” di Dunn, John Foster Dulles conclude che l’anticomunismo di mano dura può funzionare ovunque. Pochi giorni dopo il voto, i pianificatori del Dipartimento di Stato invocano l’“inaugurazione di una guerra politica organizzata” affinché gli Stati Uniti non debbano mai più “improvvisare operazioni coperte come abbiamo fatto al momento delle elezioni italiane.” Nasce di lì a poco l’Office of Policy Coordination, il primo apparato permanente di azione coperta della storia americana in tempo di pace direttamente ispirato, nella sua genesi burocratica, dalla percezione di successo del caso italiano.

È qui che il paradosso più importante di questa puntata prende forma. Il 1948 italiano non fu esportabile: nei decenni successivi gli Stati Uniti tenteranno di replicare lo stesso modello altrove — in America Latina, in Asia, nell’Europa orientale dietro la cortina di ferro — trovando raramente la stessa combinazione di fattori locali (una Chiesa capillare, un’opposizione comunista percepita come straniera, un’amministrazione statunitense disposta a spendere risorse enormi su un singolo evento) che avevano reso il caso italiano un successo, quantomeno percepito come tale. L’Italia del 1948 non fu il modello di un metodo replicabile: fu, semmai, il collaudo di un’ambizione — la convinzione che la politica di un intero Paese potesse essere orientata dall’esterno attraverso denaro, propaganda e mobilitazione religiosa — un’ambizione che gli stessi protagonisti americani, a partire da Kennan, riconobbero presto come un’illusione pericolosa quando applicata altrove.

E l’ironia finale, di cui la storiografia più recente si è fatta carico, è che il “successo” americano fu in parte un abbaglio. Come nota lo storico James Miller, il finanziamento americano ai socialisti di destra del PSLI, che pure ricevettero somme ingenti, non impedì la loro sconfitta; mentre il vero motore della vittoria democristiana (l’aiuto economico Marshall, la mobilitazione vaticana, l’abilità di De Gasperi nello sfruttare la paura del comunismo) aveva ben poco a che fare con i dollari coperti della CIA. Gli Stati Uniti passarono decenni a raccontarsi di aver vinto un’elezione che, in buona parte, gli italiani avevano già deciso da soli.


Riferimenti bibliografici

Aga-Rossi, E., Zaslavsky, V. (1997; nuova ed. 2007). Togliatti e Stalin: il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca. Bologna, il Mulino [trad. inglese: Stalin and Togliatti: Italy and the Origins of the Cold War, Washington, Woodrow Wilson Center Press, 2011].

Central Intelligence Agency (2018). CIA Intervention in the 1948 Italian General Election (documento declassificato, richiesta FOIA F-2018-01271).

Ellwood, D.W. (1993). “The 1948 Elections in Italy: A Cold War Propaganda Battle”. Historical Journal of Film, Radio and Television, 13(1), pp. 19-33.

Miller, J.E. (1983). “Taking Off the Gloves: The United States and the Italian Elections of 1948”. Diplomatic History, 7(1), pp. 35-55.

Mistry, K. (2006). “The Case for Political Warfare: Strategy, Organization and US Involvement in the 1948 Italian Election”. Cold War History, 6(3), pp. 301-329.

Mistry, K. (2011). “Approaches to Understanding the Inaugural CIA Covert Operation in Italy: Exploding Useful Myths”. Intelligence and National Security, 26(2-3), pp. 246-268.

Montanelli, I., Cervi, M. (1985; ed. 2013). L’Italia della Repubblica: 2 giugno 1946 – 18 aprile 1948. Milano, BUR [fonte giornalistica, non accademica; usata qui per le testimonianze dirette e i documenti citati, non per le sue conclusioni interpretative].

Pons, S. (1999). L’impossibile egemonia: l’URSS, il PCI e le origini della guerra fredda (1943-1948). Roma, Carocci.

Ventresca, R. (2004). From Fascism to Democracy: Culture and Politics in the Italian Election of 1948. Toronto, University of Toronto Press.


Colonia Italia

Sinossi

Colonia Italia indaga come l’Italia, dal 1945 a oggi, abbia assorbito un modello culturale anglosassone, americano in primo luogo, non attraverso un’imposizione dichiarata, ma per via di diplomazia culturale, mercato dei consumi e immaginario mediatico. La serie ricostruisce, ciclo per ciclo, come cinema, televisione, musica, lingua, modelli corporei e familiari, consumo e istruzione abbiano finito per riformulare l’identità nazionale italiana su un asse valoriale non proprio. Non è un’operazione nostalgica né un’accusa identitaria contro gli Stati Uniti: è un’analisi critica di un processo storico concreto, delle sue leve e delle sue conseguenze attuali.

Indice articoli pubblicati

Ciclo I – I fondamenti teorici

Ciclo II – Il progetto politico. Diplomazia culturale e Guerra Fredda

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Alessandro Freddi scrive in italiano su Attivismo.info, in inglese su www.alessandrofreddi.com.