Da Dio al Mercato: 13. Il prezzo del leone

Nel 301 dopo Cristo, Diocleziano fissò per decreto il prezzo massimo di oltre un migliaio di merci e servizi — dal grano alla seta, dal lavoro di un muratore al leone maschio per gli spettacoli. Pene severissime per chi violava i limiti. Il risultato fu l’opposto di quello cercato: le merci sparirono dai mercati pubblici e continuarono a circolare sottotraccia a prezzi che nessun decreto poteva raggiungere. L’Editto cadde in disuso nel silenzio. La lezione che ne resta non è che i prezzi siano sempre liberi per definizione — ma che fissarli senza intervenire sulla causa che li fa salire non risolve il problema: lo nasconde.

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Da Dio al Mercato: 12. La strada che portava soldi

Il testo analizza la genesi dell’economia imperiale romana attraverso la tesi di Keith Hopkins, secondo cui il prelievo fiscale fu il vero motore del commercio transcontinentale. L’obbligo per le province di pagare i tributi in moneta costrinse i contadini a vendere le eccedenze, trasformando scambi locali in un circuito commerciale integrato che alimentava i consumi urbani e il mantenimento delle legioni. Le prove archeologiche dei numerosi relitti sottomarini confermano una circolazione di merci, come olio e vino, su volumi che non si sarebbero rivisti fino all’epoca moderna. Tuttavia, questa fioritura economica non era un sistema capitalistico autonomo, bensì un mercato indotto dallo Stato che declinò rapidamente con la crisi delle istituzioni politiche e militari. In definitiva, l’autore suggerisce che la Pax Romana dimostri come i mercati non nascano quasi mai spontaneamente, ma siano spesso il risultato di pressioni fiscali e necessità logistiche centralizzate.

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Da Dio al Mercato: 11. Il Tempio di Castore

Nella Roma repubblicana, le grandi compagnie di appaltatori pubblici (le societates publicanorum) avevano sviluppato strumenti organizzativi che anticipano alcune caratteristiche fondamentali della società per azioni moderna: quote trasferibili, rappresentanza collettiva, continuità dell’ente oltre i singoli soci. Non erano capitalisti: mancavano contabilità sistematica, reinvestimento del profitto, crescita autonoma. Ma avevano già risolto, per ragioni pratiche di scala imperiale, problemi che il Capitalismo moderno avrebbe dovuto affrontare di nuovo — trovando un’eredità giuridica già parzialmente elaborata.

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Da Dio al Mercato: 10. Due eredità, un solo Capitalismo

L’articolo esamina come il capitalismo finanziario moderno abbia reinterpretato e stravolto le radici del pensiero greco classico per giustificare il proprio dominio. L’autore illustra come l’astrazione platonica sia stata trasformata in una gerarchia economica dove i derivati finanziari, simili alle ombre della caverna, appaiono più reali dei beni concreti che rappresentano. Parallelamente, il sistema ha adottato la crematistica di Aristotele, ovvero l’accumulazione illimitata di ricchezza, elevandola da minaccia per la comunità a principio fondativo della prosperità globale. Attraverso questa analisi, emerge un rovesciamento paradossale in cui le teorie nate per elevare lo spirito o proteggere la polis sono diventate gli strumenti logici dello sfruttamento materiale. Il saggio conclude sottolineando che tale evoluzione è stata resa possibile solo con l’introduzione di un soggetto morale universale, capace di agire oltre i confini della città antica.

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Da Dio al Mercato: 9. Quando “economia” significava un’altra cosa

Il testo esplora l’evoluzione del concetto di economia, evidenziando il passaggio dalla visione classica greca alla moderna teoria del mercato. Originariamente intesa come oikonomia, ovvero la gestione etica della casa finalizzata al benessere comune, questa disciplina è stata radicalmente trasformata dall’affermazione della crematistica, l’accumulazione illimitata di ricchezza condannata da Aristotele. L’autore utilizza la figura di Talete di Mileto per illustrare l’origine della speculazione finanziaria, un tempo considerata un’aberrazione sociale e oggi divenuta il motore del sistema produttivo. Con l’avvento di Adam Smith, il profitto individuale è stato legittimato come fine supremo, separando l’economia dai suoi originari vincoli politici e morali. Questa analisi storica sottolinea come il linguaggio antico sia stato svuotato del suo significato per giustificare un modello basato sulla crescita infinita e sul denaro come fine autonomo. In sintesi, la fonte riflette sulla perdita della dimensione comunitaria e civile nell’agire economico contemporaneo.

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La medicina è una scienza?

Questo saggio analizza criticamente lo statuto epistemologico della medicina, sostenendo che essa non possa essere definita una scienza galileiana nel senso stretto del termine. L’autore evidenzia come la pratica medica si basi sulla statistica inferenziale e su probabilità arbitrarie piuttosto che su leggi universali e necessarie, citando la crisi della riproducibilità e i limiti del metodo p-value. Attraverso il pensiero di figure come Cochrane, Popper e Ippocrate, il testo distingue tra la conoscenza degli universali e l’arte pratica (techne) applicata al singolo individuo. Viene denunciata la tendenza della medicina moderna a presentarsi come un dogma scientifico per ottenere legittimazione sociale, tradendo la propria natura di sapere empirico e particolare. In definitiva, l’opera invita a un’onestà intellettuale che riconosca alla medicina il ruolo di saggezza clinica superiore, piuttosto che quello di una fisica applicata.

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Colonia Italia: 3. Imperialismo culturale

Il testo analizza l’evoluzione teorica dell’imperialismo culturale, distinguendolo dai concetti più astratti di egemonia o industria culturale per definirlo come un progetto politico intenzionale con attori e obiettivi precisi. Attraverso il pensiero di Herbert Schiller, viene esaminato come gli Stati Uniti abbiano utilizzato i mass media e le tecnologie per proiettare il proprio modello economico a livello globale, influenzando profondamente nazioni come l’Italia. La riflessione si amplia con Sérge Latouche, il quale sostiene che questo processo non sia una semplice americanizzazione, ma una occidentalizzazione sistematica che svuota le culture locali dei loro schemi mentali originari. Nonostante le critiche di John Tomlinson sulla presunta passività dei riceventi, la fonte sottolinea come la libertà di scelta rimanga limitata all’interno di un perimetro definito da poteri esterni. In sintesi, il documento intende dimostrare come l’influenza anglosassone abbia agito tramite piani organizzati e agenzie governative per trasformare radicalmente l’identità e l’auto-comprensione dei popoli europei.

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Da Dio al Mercato: 8. L’obolo di Caronte

L’articolo esplora l’origine simbolica e culturale della moneta nell’Antica Grecia, suggerendo che essa sia nata da pratiche rituali e sacrificali piuttosto che da necessità puramente commerciali. L’autore evidenzia come il passaggio dal valore concreto del metallo al segno astratto impresso dalla polis abbia trasformato il denaro in uno strumento impersonale capace di superare persino il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questa innovazione viene descritta come una vera tecnologia cognitiva che ha reso possibile la nascita del pensiero filosofico e metafisico, abituando la mente umana a separare l’essenza ideale dall’oggetto fisico. Attraverso le tesi di studiosi come Seaford e Sohn-Rethel, il testo dimostra come l’astrazione monetaria abbia gettato le fondamenta logiche per la matematica, il diritto e le strutture del capitalismo moderno. In sintesi, la moneta non ha solo plasmato l’economia, ma ha riconfigurato radicalmente il modo in cui percepiamo la realtà.

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Colonia Italia: 2. L’industria culturale come macchina del consenso

Il testo analizza il concetto di industria culturale sviluppato dai filosofi Adorno e Horkheimer, descrivendolo come un sistema di produzione calato dall’alto per generare consenso sociale e passività nel pubblico. Attraverso la standardizzazione dei prodotti multimediali, il mercato dell’intrattenimento trasforma il cittadino in un semplice oggetto di consumo, offrendo una finta libertà di scelta che inibisce il pensiero critico. L’autore esamina inoltre la prospettiva di Umberto Eco, il quale suggerisce di superare la contrapposizione tra apocalittici e integrati per studiare concretamente le strutture di tali prodotti. Un focus specifico viene dedicato all’Italia, evidenziando come il Paese non abbia creato un proprio modello originale, ma abbia storicamente importato e adottato gli standard anglosassoni. In questa cornice, la dipendenza dalle piattaforme digitali moderne rappresenta l’evoluzione di una colonizzazione culturale che modella i desideri della popolazione secondo logiche esterne. Il saggio conclude che comprendere questi meccanismi è fondamentale per riconoscere come l’intrattenimento agisca come una forma di pedagogia silenziosa volta a mantenere l’ordine sociale esistente.

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Da Dio al Mercato: 7. La casa degli schiavi

Il testo analizza la concezione biblica dell’Egitto come casa degli schiavi, interpretandola non solo come una condizione storica, ma come un sistema economico e cosmico caratterizzato da un debito senza fine. A differenza della Mesopotamia, dove esistevano periodiche cancellazioni dei debiti, l’antico Egitto operava su una logica redistributiva in cui l’individuo era strutturalmente sottomesso al potere divino del faraone. La teologia ebraica ha risposto a questo modello introducendo il concetto di Giubileo, stabilendo che la terra appartiene solo a Dio e che ogni obbligazione umana deve avere un limite temporale. L’autore suggerisce che il capitalismo moderno abbia ereditato la struttura egizia, trasformando l’antico debito cosmico in un debito finanziario perenne verso il mercato. In questa prospettiva, la libertà autentica risiede nella creazione di meccanismi sociali che impediscano al debito di diventare una condizione esistenziale irreversibile.

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